ANTICHRIST
27 Ottobre 2009 di gioiapALLEGRA CORBO + una poesia
23 Ottobre 2009 di gioiap
Un opera di ALLEGRA CORBO
Quanti amori sono morti, più tardi,
molto più tardi
quando noi convincevamo il negoziante al contratto conveniente
o a volte, girando le strade per bancarelle a un euroecinquanta a libro
(che pensiamo ad un volto,
alla vecchia strada di casa
alla vita cambiata
alla gabbietta per gatti
alla donna argentina che ci insegnò a camminare)
Ecco, sotto a un treno oppure un’asfissia da caldaia rotta
o un’ epatite virale,
un nonnulla.
Loro han creduto di avere una visione di luce
una lunga diffusa carezza
una indicibile freschezza frizzante
nessuno ne ha saputo più nulla.
g.
ARS & WEB CAM….CUCU’ BERGAMO!
20 Ottobre 2009 di gioiap
Gioia e Valentina in collegamento

- libreria ARS-Bergamo
Io e Valentina Sansò non eravamo presenti causa un migliaio di chilometri, ma Chiodi ha colpito ancora!
E’ avvenuta la prima inaugurazione in webcam della storia delle mostre d’arte!
un incontro mediato ma bellissimo…
anche questa è fatta!
IL RITORNO DELL’OFISAURO…a Bergamo! Ovvero, il trambusto poetico
11 Ottobre 2009 di gioiap
Cos’è L’Ofisauro?
mmaah…a distanza di un anno dall’uscita di questo libretto, posso forse dire che, oltre ad essere una certa “atmosfera”, l’Ofisauro è quel bestione verde che voleva uscire, che voleva camminare, dopo aver superato tutte le galassie fin quaggiù.
E l’ha fatto! non è più tornato!
Qui è rimasto solo un grande solco pieno di pacchetti di caffè mai aperti, una stanza bianca e nera, rotelle di carrelli trovati in terra e raccolti per giocare, un gesto particolare nel fumare una sigaretta, uno sparo nell’aria e rumori di porcellana…
Tutto questo per dirvi che per i tipi della ICARO, un anno addietro è uscita questa mia raccolta di versi, “Il ritorno dell’Ofisauro”, che proprio non voleva farsi leggere!
Le prime copie (tante), per errore, tutte spaginate e da buttare!
Ma noi le abbiamo buttate? no! non si butta niente.
Così Valentina Sansò e Teresa Ciulli, di Germinazioni (www.germinazioni.blogspot.com) hanno confabulato e messo in moto un grande gruppo di lavoro in grado di ridare e creare nuova forma e senso ai libri spaginati.
Le persone coinvolte sono state tantissime, dai ragazzi del Centro Diurno dove Valentina cura un progetto di terapia attraverso la lettura, alle ragazze del Centro per la cura e la ricerca sui disturbi del comportamento alimentare asl di Lecce –seguite da Mauro Marino- a numerosissimi artisti sparsi per l’Italia che per mesi hanno realizzato attraverso il libro le loro creazioni!
Creazioni che sono confluite in una mostra-festa presso l’Ex Conservatorio Sant’ Anna, a Lecce, il 26 settembre 2008, dove si è festeggiata SLEGGERE, la festa del lettore e dei libri che NON VOGLIONO FARSI LEGGERE!
qui la galleria fotografica
http://germinazioni.blogspot.com/2008/10/blog-post.html
In poche settimane la coda lunga del bestione (come lo chiamo io) ha fatto danni ovunque, creando corto- circuiti di tenerezze e creazioni che mai mi-ci saremo sognati! O forse si. Data la spiccata e innata propensione in materia di sogni.
Infatti notizie mi giungevano da Brera, dove un professore di disegno, folle almeno quanto noi, aveva abbracciato a piene braccia L’Ofisauro spaginato!
Queste che seguono sono parole di Valentina Sansò:
”… in quel mese, insieme a Gioia Perrone, sono stata all’Accademia di Belle Arti di Brera per incontrare le classi che avevano compiuto il lavoro sui libri che non vogliono farsi leggere (sempre gli Ofisauri di Gioia) durante il corso di disegno diretto dal mio amico/fratello Italo Chiodi, artista che insegna a Brera e che aveva ricevuto, così come altri artisti, il libro da trasformare. tanto gli era piaciuto questo progetto che ci aveva chiesto di estendere la cosa all’intero corso di disegno per l’anno accademico che si stava per aprire.”
Si partì. E di quel mitico incontro non potrò mai dimenticare l’emozione!
Italo Chiodi, artista e persona con dosaggi di umanità, creatività, follia equilibratissimi , la sua forte e dolcissima compagna di vita Angela, e soprattutto tutti gli allievi che per mesi hanno lavorato sulle copie del libro spaginato, con le più svariate dinamiche di espressione!
L’Ofisauro è diventato acquarello, storie narrate, mattone e concetto, scultura,suono!
Le immagini:
http://germinazioni.blogspot.com/2009/02/fotopasseggiata-con-lofisauro-brera.html
Trambusto poetico.
Incastro, mescolìo!
Viene in mente che l’intera vita emotiva possa essere paragonata a un complesso ed esilarante corso di disegno, in un Accademia non specificata.
tante sono le storie che questo trambusto ha generato.
La prossima sarà a Bergamo, casa base di Italo Chiodi, dove ha raccolto al completo le opere degli allievi e degli artisti che hanno lavorato a “Il Ritorno dell’Ofisauro” , mostra di opere che verrà inaugurata
SABATO 17 OTTOBRE alle 17.30
presso la LIBRERIA ARS,
Via Pignolo 116, BERGAMO
NASCE KRILL!
9 Agosto 2009 di gioiap![krill_web[1] krill_web[1]](http://granbelblog.files.wordpress.com/2009/08/krill_web11.jpg?w=331&h=400)
Il Krill è il placton oceanico che alimenta l’ecosistema marino e globale. È il nutrimento originario.
Il Krill è per le balene quello che l’immaginario è per l’essere umano: ci nutriamo di esseri invisibili e il processo della nutrizione è continuo. L’immaginario è la sintesi di questa opera di continua sollecitazione sensoriale, la lente attraverso la quale il mondo assume una colorazione particolare.http://www.krillproject.it/
UNA RECENSIONE SUL BESTIONE
14 Luglio 2009 di gioiap
da: http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2009/07/08/il-ritorno-dell%e2%80%99ofisauro/Gioia Perrone, Il ritorno dell’Ofisauro, Libri di Icaro
di Angelo Petrelli
Scrisse il premio Nobel per la letteratura T. S. Eliot, nel saggio dal titolo “Tradizione e talento individuale”: «La tradizione non si può ereditare, e chi la vuole deve conquistarla con grande fatica». Partendo da questo monito, nell’indomito fermento della scrittura nel Salento, mai sazio di nuovi avventori e iniziative culturali, l’esordio editoriale della giovane Gioia Perrone ha destato interesse e curiosità. Poetessa classe ‘84, con il suo “Il ritorno dell’Ofisauro” (Libri di Icaro), propone un’attualizzazione, più o meno voluta, da un lato delle derive liriche tipiche dei modernisti europei, principalmente attraverso l’uso esteso di simboli, anche di natura psicanalitica, e di tecniche come flashback, flash-forward e, dall’altro, di un atteggiamento tipicamente “surrealistico” per la vera onirica della sua scrittura. Il sostrato problematico di queste letture, e l’inerente teoresi che ne consegue, si colloca al di fuori della più usuale delle categorie poetiche che il recente scenario locale ha saputo evidenziare.
Ora, nel merito dei temi trattati da questa poesia, ciò che risulta centrale è il concetto di un amore come possibile salvezza (concezione fin troppo abusata), sentimento sofferto e tradito (nel senso più vicino all’etimo), ma alla fine sempre ricercato attraverso una dimensione ottativa del verso: […] e penso all’amore / come attimo di destino, acqua nel palmo / infine, non so più nulla. / Come sul lago di canne che tace / l’anatra sapiente vola sui corpi / nostri ancora, intrecciati (p. 36). Dove la gioia coincide con la nascita e con la vita e, a sua volta, con la sua complicazione infinita nel vortice dei segni, la ribellione nei confronti di un’immagine omologata del mondo e una voglia estrema di libertà si ritrovano realizzate a pieno. Il riferimento a tanta poesia francese del secolo scorso non sarebbe incomprensibile, perlomeno affascinante, tenendo conto che quella della Perrone usufruisce di un immaginario completamente diverso, pur basandosi sull’espressione di emozioni simili e di una facilità di pensiero speculare: Nella bocca spalancata dei manichini / ci stanno gli alveari / e sono come le estremità delle malattie / dove trovi l’amore / dove c’è un alfabeto cubitale / sul muro e non occorre / una diottria particolare / ma tutto un talento diverso / da quello che credevamo. (p. 40).
Se il surrealismo è, soprattutto, (nelle descrizioni più riuscite e convincenti) il risultato di un automatismo psichico, di un processo in cui l’inconscio permette di associare immagini senza freni inibitori e scopi preordinati, la caratteristica comune a queste manifestazioni è la critica radicale della razionalità e un infingimento che, tra di tragedia ed eros, e attraverso l’onirismo, si trasforma in “incomunicabilità”. Quello che André Breton chiamava “écriture automatique” (per quanto, in apparenza, una semplice mitologia) è un’interessante suggestione sulla quale ci piace immaginare il fare poesia della giovane salentina, ricca di ritmi interni, di calambour, di diverse situazioni psicologiche che sono lo specchio di una creatività non comune: Eroe piccolo / Eroe di tutti gli eroi blu del mondo / ti asciugo la fronte col turbante di straccio / tenendo cura di ogni ciglio / di ogni pigmento del tuo disegno / che non mi sfugga di mano / al mattino, che sogni spirano sulle pance / dopo una lotta sudata. (p.47) . Le invenzioni presenti ne “Il ritorno dell’Ofisauro”, mai banali, costruite su attacchi e sospensioni, su un movimento che sa alternare gli elementi più disparati, sono fissate da una forte partecipazione e da un’osservazione acuta del mondo: non era nemmeno facile immaginarselo, / al festivàl delle poesie-razzo / il nostro ritorno nel mezzo del palco / con quelli che ci davano dispersi / con tutti i rotoli della macchina da scrivere (p. 55)
Presente nella collana Voli diretta dal solerte Mauro Marino, l’opera d’esordio di Gioia Perrone, insieme con “Asilo di Mendicità” (Besa editrice) del trentaquattrènne Simone Giorgino, è tra gli esempi più riusciti che, l’ambiente poetico salentino, ha saputo esprimere negli ultimi tempi: Mi dici del silenzio, di questo rotto gingillo / domenicale, di questo allontanarsi / dalla poesie-grido-vanità, / di questo paparazzo virtuale. / Io mi giro a nord e ti vedo. Qui è un’adolescenza / pigiata / un’opalescenza, un sogno / una nostalgia di Parigi. Senza Parigi. (p. 66)
granbellafoto di…Paolo Margari
14 Luglio 2009 di gioiap
”Millelire” notte bianca 2008, Lecce, Italy
…ovvero…verso dove guarda, a un tratto, un vecchio p.r. …..
“IL SERPENTE E LA COLOMBA”(Einaudi 2009) saggi sul cinema di CESARE PAVESE
23 Giugno 2009 di gioiap
di gioiap-granbeltipo n.1
Nel 1927, Cesare Pavese in un saggio sulla condizione del cinema italiano e in generale sul modo in cui si concepiva il cinematografo scrive: “Non sentite quanto ciarpame, quanto sforzo, quanta puzza di riscaldato?”
Inizia così una riflessione sull’opera d’arte, in particolare su quella cinematografica che, lungi dall’essere come la osserva ( piena di ciarpame, didascalie adattamenti a modi espressivi già sperimentati) dovrebbe essere inesorabilmente “una, stringente, travolgente, profonda dal principio alla fine, viva.”
Nonostante il riconoscimento di un tempo in cui l’Italia ebbe una superiorità cinematografica incontrastata, Pavese rimprovera gli stessi italiani di non aver capito, infondo,quale fosse la vera essenza di quell’arte, concependola come mezzo per rendere più realistico e popolare il romanzo e il dramma, (popolare perché “non occorreva più la veste delle parole”) tutte tracce di un mondo anteriore che ha infestato la mente dei primi cineasti. Tutto questo mondo di romanzo, favola, azione logica romanzesca, si porta dietro anche e soprattutto l’elemento della morale: di questo peccato originale del cinema, ci dice Pavese, si macchiò poi anche l’America, che pure realizzò a suo avviso dei quasi-capolavori. ( La febbre dell’Oro di Charlie Chaplin, Il ladro di Bagdad di Raoul Walsh ).
Troviamo anche la glorificazione, nonostante il “difetto alla radice”, di certo cinema tedesco di quegli anni, della sua ardita ricerca di espressioni tecniche; ( di Variètè, film di Ewald Andreas Dupont, scrive : “è una tale concentrazione di anima che si esce trasformati e si fatica a prendere il ritmo consueto”).
Quest’ ultima affermazione di Pavese mi colpisce particolarmente: in effetti tutti avremo sentito di fronte ad un capolavoro, a qualcosa che riguardasse un’opera d’arte, questo avviluppamento trasformatore, questa centrifuga che è il ritmo proprio di un capolavoro, “il mondo” di quel capolavoro ( come ci dice la filosofia di Gadamer).
E viene in mente a tal proposito, l’ultima pellicola di Lars Von Trier “Antichrist”, film “della caduta” (tutto cade, il figlioletto della coppia muore precipitando, la neve e le ghiande cadono in modi differenti in una Natura totale e caotica , perturbante, specchio della stessa umanità), tristemente e volgarmente popolare più a causa dei fischi e le grida allo scandalo che per l’incontestabile profondità artistica.
L’elemento su cui insiste Pavese è “ l’ibridismo vizioso” tra cinema e romanzo, “una disconoscenza di mezzi e delle possibilità della nuova arte”. Pavese si scaglia soprattutto sull’intervento ossessivo della parola attraverso le didascalie del muto, ma anche sulla musica
(“quest ’ altro ibridismo enorme, che appesta i saloni bui”)
Il cinema che si aspetta con forza lo scrittore è un’arte autentica, che si serva di propri mezzi espressivi, un ‘arte capace di esprimere tutte le vibrazioni della vita moderna, e che a differenza del romanzo sia accessibile a tutti, a un pubblico che diventa tutta l’umanità…ed è ottimista: “Comincerà l’arte pura, aperta a tutte le esperienze, le fantasie, a tutti i creatori che verranno, certamente verranno.”
18 Maggio 2009 di gioiap
IL RITORNO DELL’OFISAURO (ICARO 2008)
http://www.flickr.com/photos/allintensivepurposes/3272386037/
dal blog di GERMINAZIONI
http://germinazioni.blogspot.com/2009/05/re-mida-quella-destra.html
la ” GRANBELLAESPERIENZA” di TERESA CIULLI e VALENTINA SANSO’
ha fatto un’altra bravata. Ieri sera, al termine della riunione, ce l’ha mostrata. Il video che ha montato per la Fiera del libro di Torino. Gilda Melfi glielo aveva chiesto dopo aver visto le immagini nude e crude che aveva portato a Bari per Expolibro, un mese fa, meno. Si riferivano a un momento della nostra festa del lettore, quella che abbiamo organizzato insieme a Mauro Marino, Fondo Verri, il 27 ottobre del 2008. Il tema era Sleggere, sottotitolo: quando un libro non vuole farsi leggere. Intendevamo in quella occasione giocare contro la festa, prendere in giro quella che ai nostri occhi sta cominciando a diventare una istituzione e dunque a perdere il carattere ludico innovativo, creativo, che i primi anni ha rappresentato per noi lettori. Lasciateci stare volevamo dire. Lasciateci in silenzio. Quello che precede il pensiero la scrittura la lettura e l’incontro casuale. E che poi in quelle azioni, si approfondisce, diventa un abisso in cui pascersi, finalmente liberi dalla logica dei fini. Così è nato il filo conduttore di Sleggere. E diverse azioni interattive con il pubblico dei lettori abbiamo immaginato e realizzato: la manipolazione di un libro uscito male dalla tipografia, quello di poesie di Gioia Perrone, il ritorno dell’Ofisauro, ciao Gioia, poi la raccolta di dediche ai lettori, poi la mostra dei libri di Gioia fatti saltare in aria dalla manipolazione e dal gioco, poi il videocensimento delle letture interrotte. Vale a proposito perchè non ne fai un breve trailer da mettere sul blog di germinazioni? Per l’occasione era stata allestita una piccola stanza nell’ex Conservatorio di Sant’Anna a disposizione di chi intendeva lasciare la sua videotestimonianza di lettore fallito e duramente quanto inutilmente messo alla prova. Poteva indosare se intendeva, una corona a scelta fra tre, nobilmente appoggiate su cuscini di velluto e sottrasi se intendeva, allo sguardo frontale della telecamera, e dei posteri, coprendo parte del viso con una mascherina a scelta fra decine tutte diverse e frutto, sorprendente, emozionante, significativo, di un laboratorio condotto da Valentina mesi prima al Cim, nelle ore della riabilitazione. Una sedia confortevole, da regista ma bianca, stava in attesa davanti alla telecamera, fissa, poggiata su un cavalletto: un’imbuto dentro cui lanciare, senza far male a nessuno e nemeno a lui, il libro. Ebbene, udite udite, da qualche giorno quei venticinque trenta nuinuti di registrazione, sono un video. Con colonna sonora scelta delle immagini dei tempi delle sequenze. Mi è sembrato bellissimo. Una soprpresa e un regalo che ho ricevuto senza che me lo aspettassi. Male. No, bene! Perchè è bello non aspettarti niente, e poi trovarti davanti a un dono così. C’è dentro per me che conosco la sua storia e la nostra nel punto in cui convergono, un condensato di chi siamo. Come il latte in polvere. Solo se lo sciogli nell’acqua si fa. Anche il video solo se lo vedi, tu spettatore lettore, spettatore mamma, spettatore manager, spettatore spettatore, si scioglie: il suo racconto nel tuo. Perchè è il nostro amore per i racconti, per le storie, a farci muovere pazzamente spesso ormai, su queste scacchiere vecchie e nuovo che sono le narrazioni, quelle che troviamo nei libri e quelle che produciamo noi. Abbiamo fame di racconti. Una fame bulimica. Lo diceva molti, ormai troppi anni fa, Italo Calvino, quando concludendo l’introduzione alle città invisibili faceva dire a Kublai Kan, solo i tuoi racconti Marco mi aiutano a incantare la paura della morte. Forse stiamo alzando un muro così grande, e così rapidamente che la morte è invece già in questa sovrabbondanza sovrapproduzione di storie. Ma se è così ci conviene giocare il tutto per tutto e scalare il muro, non più girare a vuoto fra quei miliardi di corridoi. Re Mida, la nostra, la mia, cara e preziosa Valentina lo sa. Se tanta bellezza riesce a tirare fuori dal suo cervello dalle sue mani è perchè si ostina con una volontà che è fra le sue due qualità fondamentali a non perdersi d’animo nella ricerca della verità del senso. Quella ricerca costante, mettere significati, portarli restituirli ripararli, è la ricchezza della sua vita fra le nostre vite. Amica cara ti voglio bene e sono onorata di essere qui in questo viaggio sulla Terra insieme a te nella stessa astronave. E sì perchè sulla Terra noi ci arriviamo sempre da fuori. Gli extraterrestri siamo noi.
la fotografia risale a ottobre del 2007. la sensibilissima e amabile daniela zedda, una superfotografa di scrittori artisti musicisti, ci onorò a cagliari durante il forum del libro a cui eravamo stati invitati, di alcuni suoi scatti. certo che come exterrestri non siamo molto convincenti, quelle antenne verdi che non si vedono, quella gelatina che dovrebbe debordare dalle guancie e soprattutto gli altri tre occhi…
Hippolyte Bayard intervista a “chi ha inventato la fotografia”. Fabio Severo ci parla del suo blog
24 Aprile 2009 di gioiap
1. “Questo che vedete è il cadavere di M. Bayard”
Così scrive Bayard , inventore della stampa positiva diretta, allegando la didascalia a un suo autoritratto da annegato.
Hai scelto gli albori della fotografia per parlare di fotografia.
Ma Chi c’è dietro l’avatar di Bayard?
Intendi me? Mi chiamo Fabio Severo, e la fotografia per lungo tempo è stata per me una semplice passione, un tipo di immagine che mi attraeva naturalmente. Col tempo è diventata parte della mia vita professionale, ma tuttora oscilla tra un semplice amore e un lavoro, prendendo forme diverse: scrivo di fotografia, insegno fotografia, realizzo progetti fotografici.
2. Come e perché nasce questo tuo spazio?
Appunto, nasce come la prima forma di collaborazione che abbiamo sviluppato io e Alessandro Imbriaco, un fotografo dell’agenzia Contrasto con cui ho iniziato il blog e che nella fase iniziale ha scritto insieme a me, eravamo i due coautori del blog e avevamo carta bianca l’uno rispetto all’altro. Con Alessandro ho anche realizzato diversi lavori fotografici nell’ultimo anno e mezzo.
3.
”Hippolyte Bayard” è un luogo bianco, minimale, dove presenti di volta in volta spicchi del lavoro di fotografi contemporanei e finestre su alcuni dei capisaldi del medium. Come “funziona” il tuo lavoro di ricerca?
Molto semplicemente è un lavoro che si svolge direi a cerchi concentrici, nel senso che ci sono alcune basi informative costanti (newsletter di gallerie, riviste, bookshop, fondazioni, etc) che poi mi portano a cercare in altre direzioni, si formano dei nessi, dei collegamenti e nasce la voglia di scrivere su qualcosa. Un’altra risorsa, che peraltro fa molto piacere ricevere, viene dai vari fotografi che personalmente mi scrivono per segnalare il loro lavoro o per scambiare alcune impressioni.
4.
Nel corso dei mesi moltissimi sono stati i nomi e i lavori che hai presentato, ne cito due che ora mi balzano agli occhi e che mi hanno colpito:
JEAN CLAUDE DELALANDE e tra i recentissimi Robin Schwartz.
Sono due esempi di fotografia estremamente inscenata, per nulla estemporanea e che usa la figura umana per dire molto di più del semplice ritratto della persona. È un po’ una caratteristica ‘trasversale’ di tutti i lavori che apprezzo e su cui mi ritrovo a scrivere, questa sensazione di essere immagini ‘create’, cercata e lavorate, non delle immagini semplicemente ‘accadute’ e registrate.
5. Quali sono i fotografi che da sempre ti “tormentano” e quali quelli che tramite la rete hai imparato a conoscere?
Hiroshi Sugimoto, Sally Mann, Arno Rafael Minkkinen, Joel Sternfeld sono alcuni tra gli autori degli ultimi venti anni che più mi hanno colpito e su cui più ritorno. Autori di grandissimo livello che ho scoperto tramite la rete sono ad esempio Edgar Martins, Chen Jiagang, Yang Yi, Matthew Pillsbury, per fare qualche esempio e per rimanere su degli stili fotografici che semplicemente sento più vicini. Ma ce ne sarebbero tanti altri, in direzioni di ricerca molto differenti.
6.
Lo “scontro” tra analogico e digitale in fotografia. Ci si domanda a livello critico-teorico quale sia l’impatto di questa innovazione tecnologica a livello comunicativo e a livello creativo.
Cosa pensi a riguardo, e quale posto ricopre la parola “sperimentazione”?
Per il modo in cui porto avanti il blog, l’unica cosa che mi interessa è il risultato a cui le tecniche giungono, mentre spesso un simile dibattito tende più a attribuire un significato intrinseco al mezzo in sé. Che poi a livello comunicativo le nuove (smetteremo mai di chiamarle ‘nuove’?) tecnologie offrano modalità di diffusione e di produzione di contenuti questo è certo ed è anche piuttosto interessante, basti pensare a tutte le riviste fotografiche on line che stanno nascendo in questi ultimi anni, oppure alle varie gallerie ‘virtuali’ che stanno venendo fuori. Da un punto di vista strettamente fotografico invece continuo a pensare che quello che conta è l’esito a cui portano queste tecnologie, l’opera che viene prodotta con esse, il linguaggio visivo che ne nasce. Il discorso metalinguistico sulla fotografia e i suoi apparati è una cosa che si può portare avanti all’infinito, se però vogliamo provare semplicemente a considerare la validità delle opere d’arte visiva che vengono prodotte con questi mezzi, allora siamo in un territorio dove i nostri occhi dovrebbero essere padroni, come sempre è stato. Stesso discorso vale per la sperimentazione: poiché la parola storicamente ha assunto un significato preciso, dato dalla consuetudine a pensarla come il momento dove si mettono alla prova i linguaggi e si scardinano le convenzioni, allora siamo abituati a pensare che qualcosa di ‘sperimentale’ sia sempre connotato da provocazione, incroci linguistici azzardati, caos creativo. Per questo penso che la parola sperimentazione possa facilmente essere fuorviante, preferisco usare la parola ‘ricerca’.
7. Hippolyte cosa vuoi vedere in una fotografia?
Un lavoro creativo, la sensazione bella dell’opera di un altro essere umano. Sempre più interessante della semplice fotografia ‘di’ qualcosa.
