POETICHETTE

18 maggio 2013

POETICHETTE| Etichette d’autore,poesia autoadesiva

Gioia Perrone

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In corso di produzione “POETICHETTE“, bustine di classiche etichette autoadesive da ufficio, contenenti 10 fogli di etichette ciascuna. I testi poetici saranno trascritti a mano sulle singole etichette in modo da:

-poterle staccare ed incollare a piacimento in casa

-poterle staccare ed incollarle a piacimento nel tessuto urbano contribuendo alla diffusione dal basso di parola poetica

-poterle tenere in borsa o in tasca per sfilarle e leggerle nei momenti bui, nei momenti accesi, quando è il momento giusto per voi, per stupire qualcuno, per stupire voi stessi.

-poterle conservare gelosamente come un pezzo unico e in un futuro stra-valutatissimo di arte contemporanea e cacciarle fuori solo durante alcune cene creative

-poterle incorniciare in dieci diversi quadretti in casa ed avere così dei quadri fatti di parole

(ed altro)

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Materiali usati:

Bustine ed etichette autoadesive da ufficio
Poesie non edite in nessun libro

autore: Gioia Perrone

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Le Poetichette saranno oggetto di baratto e scambio con collezionisti, persone qualunque, librai illuminati, editori illuminati, che vorranno ricevere una bustina di Poetichette in cambio di un libro di studio, approfondimento (saggi, monografie etc..) riguardanti arte contemporanea e in particolare fotografia.

Ogni scambio è gradito, per diffuse informazioni: gioietta_846@yahoo.it

Poesia della notte

10 maggio 2013

 

non - ritratto

ph: a/b http://polaroiders.ning.com/photo/non-ritratto

 

Testo: Gioia Perrone

 

 

Alla fine arriva la notte
questa grande struttura leggera dove gli acrobati più grassi del mondo
fanno i loro voli non curandosi che tutto possa crollare.
Perchè la notte crolla,alla fine, grande nervosa,
maceria morbida,
pane azzimo con carne e cumino.

Tutto crolla: la carne, il pane, i grassoni, il volo.

 

 

 

 

 

 

 

 

POESIA DEL 6 MAGGIO

6 maggio 2013

G.

ph: G. Inglesi

 

Testo:  Gioia Perrone

 

 

Ho la macchina piena delle tue macchinine:

stasera ho trovato quella arancione sul tappetino, scendendo.

Prima è stato stupendo che tu mi sia corso incontro, premendo la mia mano sulla tua guancia.

Sai, è una città di spaesati, non c’è uno tra noi che non abbia paura,

che non si stia sentendo invecchiare.

POESIA DELLA TIMIDEZZA

16 aprile 2013

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Ph: A. Tarkovskij

Testo: Gioia Perrone

Sono stata brava in tutti questi anni
a nascondere la mia timidezza.
Forse non fino a mimetizzarla con il  terriccio e sassi
sotto cui la ripongo.
Come fosse ogni sguardo profondo
che incontro  un  inverno lungo,
e lei la falena.

POESIA DELLA PAURA

12 aprile 2013

polaroid A.Tarkovskij

 

ph: A. Tarkovskij

testo: Gioia Perrone

 

 

Sono così convinta che tutto sia un sogno
e che noi dribbliamo su due alluci
il dolore dicendo che invece è il nostro successo
l’esperienza,il dominio, il retino delle farfalle

che sai, leggo e rileggo poesie, ricette, cenci
mummificate giornate,cartoline,sussidiari,
antologie stellari.

Perché ho paura

paura di dimenticare.

 

 

 

Dank_barchette

9 aprile 2013

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ph: Nick Noeding

 

Testo: Gioia Perrone

 

#

M. aveva deciso di essere né più né meno che una barchetta di legno sull’acqua. L’aveva detto a j. Alla fine di una lunga chiacchierata con lui, in cui j. ascoltava perlopiù in silenzio, attentamente e sorseggiando grappa. Lui sapeva sempre ascoltarla e darle preziosi consigli, e dalla sua M. sapeva inavvertitamente avere la sapienza delle efficaci metafore. D’altra parte, M. ci pensa su, se al mondo non fossero esistite le metafore, probabilmente sarebbe stata una donna fottuta, senza possibilità di spiegarsi o spiegare alcun chè. Una barchetta di legno sull’acqua, ecco si, qualcosa di semplice, di collaudato, per scorrere piano e fluidamente nelle giornate a venire, perchè le giornate che in quel periodo M. stava trascorrendo erano tutte permeate da quel senso di congelamento, di impossibilità, che poi portava M. a provare tutta quell’ansia e poi ancora quella sensazione di essersi cristallizzata, o peggio, smaniata come un topino da esperimento nel suo cantuccio asettico e senza uscite. Troppo tempo senza un lavoro definito faceva male ai nervi di M, e poi forse iniziava a prendersi un po’ troppo sul serio, rimuginava, creandosi un mucchio di aspettative.

 

Quanto era bello ridere e godere di non sapere chi essere tu!

 

Le diceva masticando un boccone trasparente un signore alto, dall’accento slavo, capelli e barba lunga, denti gialli e le gote eleganti sotto i due occhietti chiari.

Emme emme, si diceva M, lui anche si ricorda di quanto camminavi tu, indossando camicette chiare d’estate, e cappotti lunghi d’inverno, camminare e consumarsi, era la vita, rilasciare una scia, una traccia solo con il passaggio e fare gli incontri durante il passaggio, disperdersi. Indossare camicette d’estate e cappotti d’inverno erano le stagioni, tutto qui. Poi? Poi c’era lo scrivere, come si mangia un boccone al ritorno, come si mangia il ritorno in un solo boccone, era la scrittura. E poi innamorarsi come a fumare sigarette di contrabbando,era fumare, ma tu non sei mai stata brava a fumare.

Certo ti sarebbe piaciuto, specie quando si mettevano in cerchio: chi arrotolava, chi accendeva rapidamente e subito aspirava, chi attendeva di più come a godersi il momento, intarsiando come una specie di artigiano quel tempo con alcune precise parole, un mezzo sorriso o solo un suono che stava come a sintetizzare l’esistenza, o come fanno certi prestigiatori che manipolano il cilindro sicuri poi della fuoriuscita del coniglio.

Come a godersi il momento. Tu niente, te ne stavi ferma con le mani in tasca e osservavi tutti.

C’era un chè di bello in quel desiderio di fare qualcosa che sapeva di non poter fare, il fumo le faceva venire la nausea, ma starsene ad osservare la riempiva, quel desiderio le bastava. Era confortante. Poi se lo portava dietro e prendeva di nuovo a camminare. Era qualcosa di bello prendersi quel desiderio e camminare via. Giorno dopo giorno così, senza preoccuparsi di capire chi fosse quella che camminava, o meglio dove poi volesse andare, e così facendo, senza sapere bene, è diventata.

Sono diventata ,si ripeteva M.

Un giorno M. era al centro della sua città, che poi non era proprio la sua città, ma quella città dove per molto e molto tempo aveva camminato, infondo una città M. non ce l’aveva mai avuta, eppure era rimasta quasi sempre lì. Era al centro, e ora la meta del camminare era chiara, come la luce bianca fatta di tanti colori e il più difficile di sempre da spiegare era l’indaco, un giorno avrebbe dovuto spiegarlo a suo figlio, che per il momento conosceva bene solo il rosso, il verde, il giallo. M. Ora sapeva di quei sette colori e cosa avrebbe voluto dalla sua vita, non era più solo il cappotto dell’inverno e la camicetta dell’estate, doveva avere nuovi muscoli e un colore degli occhi diverso per attraversare la strada, stringere forte la piccola mano di suo figlio nella sua e concentrarsi su ogni passo necessario, ogni sacrosanto passo per non disperdere quella mano, dalla sua. I colori erano chiari, stagliati nella mente, lo specchio le restituiva un viso soffice, più molle, lo sguardo più attento, più bello, alcuni capelli bianchi più irregolari e duri rispetto agli altri castani, non poteva che essere lei quella che camminava. E infatti ora era in strada, prima di tornare a casa voleva guardarsi intorno. Lì in quella stradona piena di negozi in fila sotto i palazzotti color malva, della città luminosa per finta, (non è questione di luce, si diceva M., ma di sensibilità della pelle, alcune piante vivono pure nell’oscurità, altre nel sole, trattenendo l’acqua) , si diceva, come Alice, che qualche buco di negozio l’avrebbe risucchiata e infilato un camice, una divisa, un cartellino, avrebbe firmato una carta, stretto una mano cordialmente e avrebbe finalmente avuto un normalissimo straccio di lavoro. Un lavoro non desiderato, forse grigio, ma intero, saldo tra i saldi, sarebbe pure sembrata a qualcuno “quella del negozio”.

Che follia! Pensava dopo M.

Ma intanto a camminare lì intorno, i negozi sembravano voliere spopolate, becchi gialli cupi di proprietari sprofondati dietro ai banconi ad aspettare qualche cliente, un solo singolo cliente qua e là,a sprofondare di più l’immagine di quelle voliere abbandonate.. Prodotti come sempre esposti, intatti, pronti, ma come incerti, e assistenti in camice e cartellino inquetantemente simili nei tratti ai volti dei proprietari, figli, nipoti, fratelli.

M. Fermava i passi, si fermava davanti alla vetrina infondo alla stradona, come imbambolata, sentiva alle spalle il solito traffico di quella strada trafficata, come sempre, ma più incerto. Tutto le sembrò fermo, anche lei infatti si era fermata, per molti secondi che le parvero poi anni, rimase immobile come presa da un incantesimo. Forse il buco l’aveva risuchiata davvero, ma dall’altra parte non c’era niente.

M.sospettava che qualcosa, qualche passo, non avesse funzionato. Aveva preso a detestare tutto quel desiderio che continuava a prendersi su da sempre, quel desiderio che prima le sembrava bello. Forse prima, si diceva, c’erano i passi, così il desiderio decantava, come il liquido che si muova in una coppa, oppure si distribuiva bene, tra la pianta del piede e la gola. Il desiderio aveva quel tragitto dentro di lei, non doveva preoccuparsi di schizzare di fuori, si disponeva, ecco tutto. Mentre lei se lo portava a spasso, come si porta a spasso il pasto appena consumato, nello stomaco.

E ora? Da molto tempo lo estraeva via, chirurgicamente, ne faceva la pasta per i suoi progetti, ci voleva fare l’arte, l’amore e il pane. Voleva tutto quello che vedeva, perchè ora lo vedeva. Poi arrivava l’ansia, l’incantesimo delle voliere e dei becchi gialli.

 

Ahh! Sei fottuta tu! Ridacchiava l’uomo con la barba ei denti gialli seduto su un gradino della città.

 

M.anche rideva un po’ amara, ma non pensava di essere fottuta, come l’uomo con la barba diceva. Infondo si sentiva magnificamente a parlare con j. E lui le sapeva sempre dare ottimi consigli. Alla fine della loro chiacchierata lei pronunciò a j. la sua decisione: Doveva ricordare come si fa a galleggiare, distendere i muscoli, smettere di dimenarsi, trasformarsi in una piccola barca di legno, qualcosa di semplice, di collaudato, per scorrere piano e fluidamente nelle giornate a venire.Lasciarsi diventare una barchetta.

J.guardava M. Sorridendo, -bella metafora! – Disse, e fece un altro sorso di grappa.

 

POESIA DEL POPOLO NATURALE

14 marzo 2013

ph: Julia Borissova

testo: Gioia Perrone

 

Dopo una camminata negli isolati dai muri sporchi di questi dintorni
lontana da Castro e dai bagliori
ho preso un sole bianco in faccia
mesto e deciso, e anche innocente.

Poi tornata a casa ho ucciso la prima ape della stagione.
Senza rimedio di giallo e nero, inchiodata al segnale delle nature mozze inchiodata ad antiche patologie da ronzio.

Questo gesto misurato, di annientamento, mi gonfierà ancora e ancora
figlierà quelle inquietudini che vengono la sera
sul destino, sul sole silenzioso, sul peso del corpo,
sul calco dimenticato non già del verde e del suo bisogno,

ma del popolo naturale.

L’UOMO COL GIUBBOTTO

6 febbraio 2013

luomo col giubotto

 

Un articolo apparso su Paese Nuovo, domenica 3 febbraio 2013

http://www.pnquotidiano.it/edicolaonline/20130203.pdf

 

 

Caro Mauro,

questo che segue è il risulatato di un po’ di miei pensieri intorno ad Antonio Verri,o meglio, leggerai soprattutto la fatica di parlare di quello di cui voglio parlare, cioè la fatica mia peculiare di raccontare cosa mi lega a quel nome proprio di poeta. Tu sai del guazzabuglio di estati ed inverni nel luogo che a Verri a Lecce è dedicato, guazzabuglio prodigioso e impalpabile in cui può consistere la formazione di qualcuno, il coraggio, l’incoscienza e la cura che si imparano e che matematicamente non fanno curriculum, ma che allenano l’inventiva. Questi pensieri-fatica, forse buoni a niente, spero valgano almeno per attestare il valore che è stato e che è il tuo infaticabile “aver cura” della voce dell’altro, quello che fu proprio di A.Verri, testamento allora non tradito anzi, carnalmente e quotidianamente proseguito, fabbricato nell’armonia. Questi pensieri a te e a quelli che ho incontrato.

 1.FATE FOGLI DI POESIA

 Sulla Lecce-Maglie a un certo punto c’è l’uscita per Sternatia. La mia infanzia inizia nell’auto del mio amico Vito che sfreccia lungo la discesa per Sternatia, stretta e ripida, la macchina quando la imbocca sobbalza se vai ad una certa velocità, tanto che senti quel friccico all’inizio dello stomaco, che dura giusto qualche secondo e ti stampa in faccia un sorriso fisiologico. La mia infanzia inizia di sera, davanti al cartello “STERNATIA” scritto anche in grico. Non mi ricordo se d’estate o d’inverno, ho 21 anni. Io e Vito stiamo andando a prendere suo cognato Giovanni,un uomo altissimo, dinoccolato, scavato in volto e con gli occhi color nocciola un po’ allungati. Di lui so qualche storia difficile e misteriosa, ne ha passate parecchie e questo si sente dal modo in cui calibra le frasi, le parole, il modo in cui le predispone, le carica, come a un tiro al bersaglio, dove il bersaglio è il tronco di un ulivo antico e magico che qualcuno un giorno giura di aver scorto in quelle campagne. Qualche sera prima sui gradoni dell’Università, in mezzo a molta gente che era lì per un concerto, mi disse che i versi che avevo scritto in “Pavlov” gli piacevano molto e che li aveva trovati potenti. Io Vito e Giovanni stiamo andando a leggere qualche foglietto che ognuno ha portanto nella tasca, forse all’ultimo momento o forse scritti apposta per l’occasione, leggeremo così ad alta voce questi nostri foglietti, dopo mi sentirò riscaldata, contenta per il fatto di aver tirato fuori la voce, che le parole potevano diventare sacchetti, pacchetti, in cui metterci quello che non potevi o non riuscivi a dire, che ne so, quando incontravi qualcuno per salutarlo e poi “ci vediamo” e il resto. Anche l’amore era schiavo di qualche frase di circostanza, qualche parola risaputa in cui cadere, ma nei fogli di poesia tutto era diverso, tutto si poteva finalmente dire.

 2.MAGGIO E L’UOMO COL GIUBBOTTO

 A Sternatia c’era un locale che si chiamava MOCAMBO. A Sternatia c’è un locale che si chiama MOCAMBO. Su un libretto di scritti e di fotografie dedicate al poeta Antonio Verri ce n’è una che ritrae un gruppo di persone davanti alla porta del locale “MOCAMBO-SFIZIERIE”.Il gruppo di amici,tutti incampottati, non è pronto per la posa, molti di loro parlano e si guardano l’un l’altro, solo alcuni guardano l’obbiettivo, il flash apre un varco ruvido nella sera nera di Sternatia forse alle prime avvisaglie degli anni 90.

Riconosco Verri nell’uomo col giubotto scuro, le spalle larghe, il bavero tutto alzato, lo sguardo sul selciato e un libro sotto al braccio. Ho imparato bene la sua faccia fin da subito, quando un giorno di nove anni fa, nel cortile di una scuola elementare ho chiesto in prestito un grande libro marrone che ne raccontava la vita. Ho imparato così il volto di Verri, la barba dalla natura morbida, il naso greco e lo sguardo deviato e puro. E ho letto del pane sotto la neve. Ed altre cose che bene bene allora non ho capito, tranne forse l’essenziale, che erano state scritte in una specie di volo su di una fioritura ruvida e terragna, un tiro al bersaglio vertiginoso.

Quel periodo del libro marrone era maggio. Se mi concentro a ricordarmelo ora, ho come la sensazione che tutto in quel periodo fosse un grande maggio, di una densità e di una natura, così specifica, che mai in altri maggi avrei ritrovato.

 Caso e Desiderio vanno spesso di pari passo, l’ho letto in un altro libro, molto più tardi, e trovo che sia vero. Dal momento che ho cercato quel libro e l’ho poi avuto tra le mani la mia vita ha preso una certa direzione. Dopo le lezioni all’Università, prendevo il viale alberato che costeggiava il liceo e camminavo fino a Porta Rudiae, attraversando l’arco color cappuccino, l’Accademia, fino a svoltare per Santa Maria del Paradiso dove c’era un merlo in una gabbia e poco distante il Fondo Verri.

A camminare per quelle strade che come nastri si srotolavano dalla bobina di quella stanzetta teatro, c’ho perso tutto e tutto ho preso con me. Se devo raccontare cosa per me è stato quell’uomo col bavero del giubotto alzato, barba morbida, naso greco nelle foto in bianco e nero, nei segni d’arco di DeCandia, nei “guitti assurdi e decollati” dei suoi versi, devo iniziare col dire come ho imparato presto di come i poeti muoiono presto.

3.CENERE IN PETTO

Mi chiedo se Claudia sarebbe ancora viva se solo Antonio fosse ancora vivo anche lui. Ma io forse dovrei pensare ad altro, forse non ho nemmeno il diritto di farmi queste domande, io che Claudia non l’ho incontrata mai e nemmeno Antonio. Forse è da che ho saputo come può morire un poeta che ho questa paura fissa, questo pensiero fisso della morte, questo camminare che ha superato le strade e che è poi ,essenzialmente, attraversare questa paura. Infondo senza di questo, cosa rimarrebbe di me?

Ho cenere in petto

fragori leggeri fruscii

bisogni cromati furberie

silenzi

Ecco tacere. Tacere certe cose, o meglio, nasconderle ad arte come fanno i clown col trucco e la parrucca, così è la poesia. Un esercizio di silenzio motile, di trucco, di furberie, dove rubare a morsi quello che è nostro, quello che pure ci potrà sporcare, ma non ci importerà se ci sporcheremo. E’ un lavoro sporco per natura purificarsi.

 A pensarci ora è tutto un po’ più chiaro: l’inverno, il bavero alzato, altri sogni. Ho in me la forma degli occhi di chi ho incontrato in Santa Maria del Paradiso, come un’unica sovrapposizione mi pare di rivedere in tutti e anche in me qualcosa che parla di quell’uomo dal bavero del giubbotto alzato, come atteggiamento esistenziale, un passo, un andamento di chi ha da difendersi dal vento e dal salmastro, da chi sa di come per propria natura potrà andare incontro a cenere,fragori,furberie.

4.QUOTIDIANO DEI POETI

Il quotidiano è tutto quello che abbiamo, non c’è niente di più misterioso e pericoloso. Superare il quotidiano è più facile che vivere il quotidiano. Non ho capito bene né come si superi ne come si viva, né cosa è più giusto fare,eppure quotidianamente tocca resistere alla tentazione di mollarlo.

Poesia della cattiveria splendente

29 dicembre 2012

 

ricordarsi del viaggio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Foto e testo: Gioia Perrone
ph: _Ricordarsi del Viaggio

 

 

Lo so che certi discorsi si fanno in barba alle leggi giuste e sante.

(apnee di lungo silenzio, giardini scavati nella pietra, adriatici soli e lunghi)

Quei discorsi bisognava farli!

Pena perdere bellezza,

senso del dovere verso la nostra cattiveria splendente!

C’è come un dovere aderire a questa pura cosa,

a questa unica, prima, cattiveria sotto le labbra tuttosmeraldo.

 Non è tempo che passa, nè stagioni, luccicore di corpo e nespole e dita, capelli castani,

è più questa selvaggia cosa verde

e questo discorso, se vuoi.

 

 

 

Dank_diario2_IL VECCHIO

13 dicembre 2012

ph: Bill Owens, Suburbia,1972

 

testo di  Gioia Perrone

 

#

Nel condominio ci sono due appartamenti e uno è il nostro al secondo piano. Per molto tempo il primo piano è stato disabitato, tanto che nel palazzo eravamo solo noi,dentro ci facevano sempre i lavori, con gli operai, i picchettai, le ruspe, i martelli e tutto il resto, d’estate, la mattina presto. Poi è arrivato il cieco. Prima era solo una presenza, ci accorgemmo che nell’appartamento ci viveva qualcuno, forse un lavorante della pizzeria di sotto che rimaneva a dormire. Poi no, era un vecchio signore, diciamo non proprio vecchio, ma di quelli che il tempo non è stato buono ecco. E poi “dopo La Disgrazia…” così, poco tempo dopo il suo arrivo, si espresse, salutandomi sulle scale, un giorno che aprendo il portone d’entrata me lo ritrovai di fronte e mi venne un colpo. Non sappiamo come si chiama, tutto quello che sappiamo è che a un certo punto gli è venuta questa disgrazia qui, di perdere la vista. Cieco ci è diventato, quindi che vita faceva il vecchio, prima quando era vedente, non so bene, e nemmeno prima ancora, quando era meno vecchio dico. Il ragazzo che una mattina gli ha consegnato il pranzo a domicilio, io gli ho chiesto se fosse il figlio, ma lui mi spiegò che gli portava il pranzo e basta, perchè ha il locale a Carmiano che fa di questi servizi, e che il vecchio era da tanti anni cliente, che poi gli è accaduta Quella Disgrazia. Prima, diceva il ragazzo, il vecchio cantava. Faceva le serate nei bar e nelle balere, cose così, aveva il “complesso”. Poi ha avuto problemi di salute e non poteva più lavorare e ha pochi parenti e che..

Il vecchio di Federico lui lo sa il nome, quando scendiamo le scale Federico saluta lui e lui risponde a Federico, poi mi chiede per cortesia di schiacciare il verde sul suo cellulare per far partire la chiamata ad un certo numero, così poi lo vengono a prendere. “La coscienza mia è apposto” mi ha detto poi un’altra volta. Io quando lo incontro gli auguro una buona giornata e me ne vado via veloce, certe volte però sento la radio accesa, anzi la sento spesso. La radio ha detto che gli tiene compagnia, e infatti appena sento la radio lo immagino sempre da solo nella stanza, e mi sento più sola io così,bloccata lì a pensarlo solo che altro, cioè si capisce no? La radio accesa e il buio. Tornando a casa da qualche passeggiata di sera, quest’estate abbiamo visto la sua finestra buia. Lui dentro la stanza e la radio, con le canzoni melodiche. Quando uno è cieco vede buio, ma anche il corpo di un vecchio cieco è nel buio, cioè non serve accendere la luce, e anche io allora vedo un po’ di buio,anche se il buio suo è diverso. Ecco, a quel buio lì non ci avevo mai pensato da questa prospettiva.

Giorni fa l’ho sentito cantare. La radio a volume altissimo sparava Julio IIglesias, inconfondibile con la voce da budino, e poi altri cantanti degli anni ’60, melodici ectoplasmi trash da balera, tutti in quella stanza con lui al centro,una specie di spettacolo con tanto di giacca di paillettes  e tastiera. Me lo sono immaginato così. ” Ma qui i termosifoni funzionano? Perchè se no st’inverno tocca andar via”, Mi fa qualche mattina fa , e dove potrebbe andar via, con quel cappello di lana impolverato e il giaccone pesante quasi incorporato a quella figura rugosa e massiccia. -Dove vai, dove vai- mi sono detta un po’ meccanicamente queste parole mentre risalivo le scale per entrare in casa, con il mio cappotto nero lungo e il maglione di lana sintetica e i jeans freddi sulla pelle. Ha alzato la radio perchè si sta avvicinando Natale, a certe persone gli si alza il tasso di malinconia come certi valori nel sangue, per la solitudine si canta Julio Iglesias e si organizzano le feste per non sentirla, per far arieggiare i ricordi o per assordarli, tutti hanno un ingombro fottuto di ricordi che non si capisce davvero come smaltirli,mi dico. A volte apro la porta piano, quando sento certe canzoni, ma non si capiscono tutte le parole, però si capisce che sono canzoni d’amore, dalla musica , e metto orecchio per qualche secondo, poi chiudo e mi metto paura per la prima volta della solitudine, che forse vuol dire non essere più così spavaldi come quando indossavamo impermeabili speciali per certe cose tristi, ci mangiavamo tutto, pure le valige pesanti, di certi poeti delle radio, e della vita balorda cane. Eravamo come pronti a mangiarci le storie storte del mondo, ne uscivamo incredibilmente intatti, anzi splendenti. Mo’ il cappotto ci basta per l’inverno, cerchiamo riparo perchè siamo stati esposti alla luce per anni, diciamo, che abbiamo una dieta più controllata. Ecco. Oppure siamo così allenati che la indoviniamo con una nota sola la vita vacca, la radio, l’inverno e il buio della stanza. L’eco nelle scale dei condomini, ecco.

La  stanza del primo piano è grande e senza mobili. Il vecchio ha un letto, un divano su cui dormire? Come immagina la nostra faccia, come fa a immaginarsela dalla voce.Come riesce a fare a meno della faccia delle persone. Il vecchio non lo sa che la mattina quando esci di casa vai al conservatorio, e non sa del tuo diploma in pianoforte e tutto il resto. Se salgo sul terrazzo, sopra dove abbiamo la lavatrice, sotto avrò senza dubbio due appartamenti dove c’è la musica che è nella vita storta, la taglia in più pezzetti, la cuoce, la mischia ad altri appartamenti lontani, lontani dal cieco e pure da questo terrazzo, dove la partitura di Wagner e la musicassetta di Iglesias implodono in stanze uguali,in metriquadrati,mi dico.

 Stare soli nel condominio era meglio a pensarci, non c’erano tutte queste domande a galleggiare sulle scale. Stare soli nel condominio era diverso che sentire questa solitudine, di un altro. Stare in questo condominio senza la storia di un vecchio che aveva un complesso e cantava alla balera era meno compromettente che ora, che c’è, con la radio e tutto.

 

 

 

 

 

 

 

 


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