LE ZIE

2 febbraio 2010 di gioiap

Andando per Via Col. Costadura, che va a villa della Lupa, poco prima di immettersi nel traffico e raggiungere in pochi passi Santa Croce, dobbiamo guardare a sinistra. Per chi non sapesse, oltre a piccoli negozietti ed anonimi portoni, spicca un’insegna verticale nettamente retrò, e dal neon opaco che più che declamare, suggerisce “Trattoria- Le Zie- cucina casereccia”.
La porta d’entrata ha una vetrata con i bollini di qualità appiccicati tutti sopra. E’ incredibile,tante volte abbiamo fatto quella strada e mai ci siamo accorti di quel posto che, effettivamente, è pacato, non si fa notare. E’ una sera che si ha voglia di un posto modesto e accogliente dove mangiare qualcosa, allora viene in mente l’Angiulinu , un’altra storica trattoria, più lontano , a Porta Napoli, ma il fatto di sapere sempre dove andare a rifugiarsi per mangiare e bere tipici piatti ( che conservano del tipico soprattutto la tendenza a rimanere fissi per anni sul menù, oltre che alla genuinità degli ingredienti ), non ci “difende” per fortuna, dallo spirito avventuriero del sabato satollo, e da certe insegne al neon spento e così sincere e semplici, così restie a farsi guardare, che indugi e indugi con lo sguardo e ti inoltri frizzante verso la nuova cosa.
Questa trattoria è praticamente una casa. Sono sicura che quello che ho visto sia identico o quasi a certi ambienti, certe osterie, certe trattorie che solo quarantanni fa potevi ancora trovarle. Di quelle non ho memoria, ma qualche residuo di immaginario in me lavora al meglio e mi consente di “gustare un gusto” che non ha niente a che vedere con i cinque sensi, o con gli aromi dei piatti.
Sono appena due stanze, di cui una molto piccola, d’entrata, più una cucina grande che spicca piena di fornelli e pentole a porta spalancata. Si ha l’impressione di essersi imbucati in una cena d’altri senza nemmeno una bottiglia, ma pare che gli invitati, seduti ai loro tavoli, non si accorgano degli intrusi, e socializzino naturalmente. La luce è calda ma non artificialmente soffusa, e all’ingresso un grande ed antico armadio accoglie i cappotti di chi entra.
un ragazzo alto e sorridente ci dice che “è pieno” poi invece no, si era sbagliato, c’è pronto un posto per due. E’ fortuna di sabato satollo, quella che di solito non viene quando imbocchi la strada sbagliata e ti ritrovi nel traffico formicaio senza speranza di trovare un parcheggio. Appena seduti si apre un sorriso. E’ una casa accogliente quella delle “ZIE”, non trasmette nulla che sia simile al concetto di “locale pubblico” e l’arredamento è quel tipico kict semplice di alcune trattorie che ho visto in Emilia,  e che ha dimenticato le tendenze ora banalmente borghesi ora vanamente fashion di molti “intrattenitori serali” che si ostinano a chiamare pub, discopub, winebar etc..
C’è qualcosa su tutte che sembra accomunare i posti dove hai la fortuna di mangiare bene e spendere poco: la bruttezza dei quadri appesi. Di solito sono tanti, le pareti sono piene, sono perloppiù acquarelli e oli che rappresentano scorci della città, o nature morte naif. Poi le immancabili fotografie storiche dei “pazzi “del paese, artisti, vecchi vagabondi, subito su tutti scorgi De Candia, nel suo ritratto a piedi scalzi col bomber di pelle e il sorriso largo.
In realtà è solo una di Zia, si chiama Anna Carmela, una signora mite e gentile dal tono basso di voce che ti tratta come l’amico del figlio che va a trovarla e che non mancherà di soddisfarti con le sue doti culinarie.
Sulle pareti spuntano mitici ritratti fotografici della stessa signora Carmela abbracciata a qualche ospite d’eccezione, ma anche qui, nulla di banale, anzi, strizzando la vista si riconosce la signora abbracciata ad un affascinante uomo sulla settantina dalla barba bianca. E’ Francis For Coppola! Il regista di Apocalyps Now ?? Proprio lui. Più tardi il figlio della Zia ci dirà che Mr. Coppola ogni tanto fa capolino nel locale, perché ha acquistato qualcosa in città. Allora ordiniamo mentre la faccia di Coppola sorride sornione tra le braccia della Zia. L’appetito ha qualcosa a che vedere coi luoghi, è un modo di comunicare. Tutto è essenziale e naturale, non c’è niente di fintamente agricolo: è il dopo campagna, il dopo lavoro. Tovaglia a quadrati larghi con bordini blu. Il menù delle Zie è ricco, i piatti sono tutti della tradizione Salentina  e il vino è quello della casa, con la scelta di alcune buone bottiglie. Tra i primi piatti leggiamo “ciceri e tria”, “taieddra”, “patate e carciofi”,”orecchiette al sugo di carne”, “rape, legumi e pane fritto” e tra i secondi “turcineddri”, “pezzetti di cavallo al sugo” in primis.
Tradizione sia. Saltando l’antipasto e sorseggiando vino rosso della casa, abbiamo scelto ad entusiastica unanimità una buona ciceri e tria e per secondo una porzione di pezzetti di cavallo.
Ora, credo di aver sentito che la carne di cavallo diventerà illegale. E’ solo un sentito dire che mi affretterò a verificare, non voglio nemmeno entrar nel merito di questioni vegetariane, ma nel Salento i pezzetti di cavallo al sugo sono uno dei pilastri della cultura culinaria. E per farla breve quelli delle Zie, abbiamo verificato con sommo giubilo di palato e cuore, sembrano appartenere più alle sfere celesti che alla padella e alla tavola. Cremosità e piccante. Questa volta niente dolce, ma la prossima assaggeremo la torta pasticci otto e una fetta di cassata, un tocco di meticciato, da assaggiare con i liquori ad alloro e limone che le zie preparano con le loro mani. Ora salutiamo la signora, costatando che il rapporto qualità prezzo è ottimo. Due primi , un secondo di carne, vino e amari: trentadue euro.
Dovrei dirvi di prenotare, perché non sempre la fortuna gira e il posto è piccolo, ma prima cercatelo, aguzzate gli occhi, e sarete ricompensati.

le Zie sono a Lecce, in via Costadura

Prescrizioni al figlio

26 gennaio 2010 di gioiap

Prescrizioni al figlio by valvolamitralika.
http://www.flickr.com/photos/mitralika/4297178765/

Loro non potranno negare la bellezza dei sogni. Tutti ne siamo punti, tutti, anche i più aridi, quelli piccoli, quelli vecchi, quelli balordi. Allora ti diranno <Si, i sogni sono belli! Fai bene ad avere sogni, ma poi nella vita bisogna mangiare. >. Questa sarà la loro cattedrale, questa la cinta suprema, il luogo comune in cui amabilmente riposano e ti vorranno condurre. Questo giaciglio pieno di certezza dove mettono a sedere l’angoscia dell’incertezza, la vertigine dell’anima furente quando hanno qualche traccia dell’anima furente, l’inebriante spazio elettrico che lascia il posto al vuoto organizzato.
Ti spiegheranno, saranno illuminanti, pacati, sicuri. Apriranno cassetti spaziosi dove ti indicheranno dove riporre il sogno, come domarlo, come trattarlo. Ti diranno < anche io avevo un sogno, ora è in quel cassetto>, lo diranno in un modo preciso, una mimica riconoscibile in tutti, un gene, una traccia dell’abbandono che si ripete nella grande famiglia, un misto che assomiglia al disprezzo. I più contaminati dal conflitto riaprono persino il cassetto, un po’ toccano il sogno, te lo mostrano,  cadono in questa tentazione nonostante la puzza di chiuso si sente come un tanfo segreto. Tu li riconoscerai subito, Non dovranno toccarti con la loro cantilena. Poi esordiranno <Ma sei matto!>
Quando si arrabbiano sei tu che li hai punti. Allora sarai sulla buona strada, starai percorrendo la strada che a loro sembrava così impraticabile.
Tieni il sogno.
Non significherà tenerlo, come si vede una meta di fronte alla strada. Non significherà a tutti i costi realizzarlo. Avrai turbamenti perché come loro forse penserai che è troppo doloroso illudersi e non avere niente tra le mani. Avrai paura del dolore e della frustrazione. Ma tu non pensare che un sogno serva a realizzarlo.
Tieni il sogno, non realizzarlo. Loro hanno l’alibi della certezza che fa ottenere cose, oggetti, posizioni interessanti, al contrario del sogno che è incerto e non serve “a mangiare”.  Ma tu osserva bene la bolletta della luce e capirai che non c’entra niente con il tuo sogno.
Tienilo a riparo. Riscaldalo, fanne uso, preservalo, ancora fanne uso, occhi al sogno. Sempre gli occhi al sogno. Nutrilo, sorveglialo, lascialo integro nel suo nocciolo.
Il nocciolo sarà la tua unica fonte di salvezza dal vuoto organizzato che ti proporranno come soluzione migliore. Il nocciolo ti dirà chi sei, ti ricorderà il tuo nome, l’anima che resiste sopra al tempo che si piega.

p.a.f. by valvolamitralika.

GIAIME PINTOR, 1943

15 gennaio 2010 di gioiap

“(…)
In realtà la guerra, ultima fase del fascismo trionfante, ha agito su di noi più profondamente di quanto risulti a prima vista. La guerra ha distolto materialmente gli uomini dalle loro abitudini, li ha costretti a prendere atto con le mani e con gli occhi dei pericoli che minacciano i presupposti di ogni vita individuale, li ha persuasi che non c’è possibilità di salvezza nella neutralità e nell’isolamento. Nei più deboli questa violenza ha agito come una rottura degli schemi esteriori in cui vivevano: sarà la «generazione perduta » che ha visto infrante le proprie «carriere»; nei più forti ha portato una massa di materiali grezzi, di nuovi dati su cui crescerà la nuova esperienza. Senza la guerra io sarei rimasto un intellettuale con interessi prevalentemente letterari, avrei discusso i problemi dell’ordine politico, ma soprattutto avrei cercato nella storia dell’uomo solo le ragioni di un profondo interesse, e l’incontro con una ragazza o un impulso qualunque alla fantasia avrebbero contato per me più di ogni partito o dottrina. Altri amici, meglio disposti a sentire immediatamente il fatto politico, si erano dedicati da anni alla lotta contro il fascismo. Pur sentendomi sempre più vicino a loro, non so se mi sarei deciso a impegnarmi totalmente su quella strada: c’era in me un fondo troppo forte di gusti individuali, d’indifferenza e di spirito critico per sacrificare tutto questo a una fede collettiva. Soltanto la guerra ha risolto la situazione, travolgendo certi ostacoli, sgombrando il terreno da molti comodi ripari e mettendomi brutalmente a contatto con un mondo inconciliabile.
Credo che per la maggior parte dei miei coetanei questo passaggio sia stato naturale: la corsa verso la politica è un fenomeno che ho constatato in molti dei migliori, simile a quello che avvenne in Germania quando si esaurì l’ultima generazione romantica. Fenomeni di questo genere si riproducono ogni volta che la politica cessa di essere ordinaria amministrazione e impegna tutte le forze di una società per salvarla da una grave malattia, per rispondere a un estremo pericolo. Una società moderna si basa su una grande varietà di specificazioni, ma può sussistere soltanto se conserva la possibilità di abolirle a un certo momento per sacrificare tutto a un’unica esigenza rivoluzionaria. È questo il senso morale, non tecnico, della mobilitazione: una gioventù che non si conserva «disponibile», che si perde completamente nelle varie tecniche, è compromessa. A un certo momento gli intellettuali devono essere capaci di trasferire la loro esperienza sul terreno dell’utilità comune, ciascuno deve sapere prendere il suo posto in una organizzazione di combattimento.
Questo vale soprattutto per l’Italia. Parlo dell’Italia non perché mi stia più a cuore della Germania o dell’America, ma perché gli italiani sono la parte del genere umano con cui mi trovo naturalmente a contatto e su cui posso agire più facilmente. Gli italiani sono un popolo fiacco, profondamente corrotto dalla sua storia recente, sempre sul punto di cedere a una viltà o a una debolezza. Ma essi continuano a esprimere minoranze rivoluzionarie di prim’ordine: filosofi e operai che sono all’avanguardia d’Europa.

L’Italia è nata dal pensiero di pochi intellettuali: il Risorgimento, unico episodio della nostra storia politica, è stato lo sforzo di altre minoranze per restituire all’Europa un popolo di africani e di levantini. Oggi in nessuna nazione civile il distacco fra le possibilità vitali e la condizione attuale è così grande: tocca a noi di colmare questo distacco e di dichiarare lo stato d’emergenza.
Musicisti e scrittori dobbiamo rinunciare ai nostri privilegi per contribuire alla liberazione di tutti. Contrariamente a quanto afferma una frase celebre, le rivoluzioni riescono quando le preparano i poeti e i pittori, purché i poeti e i pittori sappiano quale deve essere la loro parte. Vent’anni fa la confusione dominante poteva far prendere sul serio l’impresa di Fiume. Oggi sono riaperte agli italiani tutte le possibilità del Risorgimento: nessun gesto è inutile purché non sia fine a se stesso. Quanto a me, ti assicuro che l’idea di andare a fare il partigiano in questa stagione mi diverte pochissimo; non ho mai apprezzato come ora i pregi della vita civile e ho coscienza di essere un ottimo traduttore un buon diplomatico, ma secondo ogni probabilità un mediocre partigiano. Tuttavia è l’unica possibilità aperta e l’accolgo.
Se non dovessi tornare non mostratevi inconsolabili. Una delle poche certezze acquistate nella mia esperienza e che non ci sono individui insostituibili e perdite irreparabili, Un uomo vivo trova sempre ragioni sufficienti di gioia negli altri uomini vivi, e tu che sei giovane e vitale hai il dovere di lasciare che morti seppelliscano i morti. Anche per questo ho scritto a tè e ho parlato di cose che forse ti sembrano ora meno evidenti ma che in definitiva contano più delle altre. Mi sarebbe stato difficile rivolgere la stessa esortazione alla mamma e agli zii, e il pensiero della loro angoscia è la più grave preoccupazione che abbia in questo momento. Non posso fermarmi su una difficile materia sentimentale, ma voglio che conoscano la mia gratitudine: il loro affetto e la.loro presenza sono stati uno dei fattori positivi principali nella mia vita. Un’altra grande ragione di felicità è stata l’amicizia, la possibilità di vincere la solitudine istituendo sinceri rapporti fra gli uomini.
Gli amici che mi sono stati più vicini, Kamenetzki, Balbo, qual cuna delle ragazze che ho amato, dividono con voi questi sereni pensieri e mi assicurano di non avere trascorso inutilmente questi anni di giovinezza.

Giaime “

Giaime Pintor, II sangue d’Europa, a cura di V. Gerratana, Torino, Einaudi, 1965

ANNIBALE E I SUOI CONFLITTI SUL n.1 di KRILL (Lupo Editore)

13 gennaio 2010 di gioiap

“Annibale, inviato in Spagna, fin dal momento del suo arrivo si attirò il favore di tutto l’esercito; i veterani credevano che Amilcare giovane fosse stato loro restituito; vedevano nell’espressione del volto lo stesso fresco vigore e nei suoi occhi la stessa energia, nel volto gli stessi lineamenti, la stessa fisionomia del padre. Poi in breve tempo egli fece sì che le fattezze del padre in lui riprodotte contassero minimamente nel conciliargli le simpatie; non ci fu mai un temperamento più adatto nello stesso tempo a due qualità tra loro del tutto opposte, l’ubbidire e il comandare. Perciò non si sarebbe potuto distinguere facilmente se fosse più caro al comandante o all’esercito; tutte le volte che in un’azione si richiedevano intrepidezza e coraggio, né Asdrubale preferiva scegliere a comandante alcun altro, né i soldati sotto la guida di un altro avevano maggior fiducia o baldanza. Nel cercare i pericoli aveva moltissima audacia, nel mezzo dei pericoli moltissima prudenza; nessuna fatica poteva fiaccare il suo corpo o sopraffare il suo animo;”
TITO LIVIO

Prossimamente su KRILL!
http://www.flickr.com/photos/krillproject/4228484806/

Krill 01 è in arrivo by Redazione di Krill.

Autocritica di una partita a poker senza l’uso della parola “Salento” (clicca sul rosso)

9 dicembre 2009 di gioiap

BASTA CON GLI HAPPENING
CLICCA!

Il Paese Nuovo
8 dicembre 2009

RECENSIONE DEI FIOCCHI DI NEVE. Per un augurio di condensazione

7 novembre 2009 di gioiap

Avete mai visto cadere la neve?
Se guardi in alto c’è tutto uno spettacolo multiplo, che prende lo spazio e che scivola fino al basso, si adagia, come la fine di un lungo respiro.
Tra tutte le cose che cadono niente mi stupisce di più.

La caduta non conosce una grazia più perfetta. Il coraggio ha a che vedere con il gelo, con il punto in cui il liquido diventa solido, con il condensarsi, il formarsi, a-(c)cadere.
Neve, caduta, coraggio…che strano inizio.
Non è un concetto astratto o eroico, una matassa per poche taglie di moralità, per conservatori indottrinati, il coraggio. E’ più un esercizio della vista, un impiego allenato dell’occhio, un’abitudine allo spiraglio!
Come un accorgersi del gatto spelacchiato che mangiucchia una frattaglia in mezzo alla fessura di due altissimi palazzi nella Città . Tempo…Spazio?
Accorgersi della traccia (di vita) è un gran bell’inizio per una passeggiata stimolante!
Abituarsi al brulicare incessante, a una vista microscopica!
Il coraggio. La vista. Cosa dovremo aver cura di vedere? L’attimo!
Quella fessura attraverso cui ci facciamo limpidi. (Oh no, sempre questa storia della cruna dell’ago…).
Abbiamo a disposizione l’intero pianeta. Ho la sensazione di doverlo ribadire. Milioni di strade, milioni di gatti tra i palazzi, milioni di attimi.
A noi serviranno piccole  cose, ma al momento giusto.
Una prospettiva calda ha il suo fascino, la sua attrattiva. Ben poco rispetto alla liquefazione!

 La sostanza liquida ha più chance della sostanza calda, ha la possibilità del condensarsi, del grado zero, del formarsi, del solidificarsi!
L’attimo che ci danno lo riconosceremo a pelle.
Al tatto avrà una natura calda. Calda come un letto con soffici coperte. Calda come l’angora e come un gulash dalle mille spezie. Ci diranno “resta nel caldo”, dove tutto presagisce il liquido, ed è un inganno.
Ma dove dentro è caldo fuori è il gelo con la sua condensa, la visione meteorologica, l’esperienza della caduta, la visione del bianco.
Piccole dosi di coraggio per il cominciamento. Nove mesi. Nove anni. Nove attimi. Il nono attimo sarà nostro. Sarà la nostra dose di aderenza all’esperienza della caduta. A noi.  Si, noi. Mi sento di ribadirlo.
Piccole piccole dosi, non eccessivamente eroiche, per aderire. E cadere.
Vivere con-densamente la grazia della caduta. Costruire, formare, pareti uterine nel fuori, nel sempre cadere fuori! ( Perdonate per sempre questa contorsione)

Cadere fuori, sarà il nostro continuo necessario resettarci, ristabilirci, riformarci.
Coraggio, andiamo.

g.

 

ANTICHRIST

27 ottobre 2009 di gioiap

ALLEGRA CORBO + una poesia

23 ottobre 2009 di gioiap

Ti amo by allegracorbo.
Un opera di ALLEGRA CORBO

 

Quanti amori sono morti, più tardi,
molto più tardi
quando noi convincevamo il negoziante al contratto conveniente
o a volte, girando le strade per bancarelle a un euroecinquanta a libro

(che pensiamo ad un volto,
alla vecchia strada di casa
alla vita cambiata
alla gabbietta per gatti
alla donna argentina che ci insegnò a camminare)

Ecco, sotto a un treno oppure un’asfissia da caldaia rotta
o un’ epatite virale,
un nonnulla.

Loro han creduto di avere una visione di luce
una lunga diffusa carezza
una  indicibile  freschezza  frizzante

nessuno ne ha saputo più nulla.

g.

ARS & WEB CAM….CUCU’ BERGAMO!

20 ottobre 2009 di gioiap
Gioia e Valentina in collegamento

Gioia e Valentina in collegamento

libreria ARS-Bergamo
libreria ARS-Bergamo
sabato 17 ottobre, come da programma ,Italo Chiodi ha curato a Bergamo, nella libreria ARS, l’inaugurazione della mostra su “IL RITORNO DELL’OFISAURO” (Icaro 2008) che vedrà anche un altro momento, a novembre, in cui altri artisti aggiungeranno nuove opere alla maratona ofisaura :-)

Io e Valentina Sansò non eravamo presenti causa un migliaio di chilometri, ma Chiodi ha colpito ancora!
E’ avvenuta la prima inaugurazione in webcam della storia delle mostre d’arte!

un incontro mediato ma bellissimo…

anche questa è fatta!

IL RITORNO DELL’OFISAURO…a Bergamo! Ovvero, il trambusto poetico

11 ottobre 2009 di gioiap

IMG_3595
Cos’è L’Ofisauro?

 mmaah…a distanza di un anno dall’uscita di questo libretto, posso forse dire che, oltre ad essere una certa “atmosfera”, l’Ofisauro è quel bestione verde che voleva uscire, che voleva camminare, dopo aver superato tutte le galassie fin quaggiù.

 E l’ha fatto! non è più tornato!

 Qui è rimasto solo un grande solco pieno di pacchetti di caffè mai aperti, una stanza bianca e nera, rotelle di carrelli trovati in terra e raccolti per giocare, un gesto particolare nel fumare una sigaretta, uno sparo nell’aria e rumori di porcellana…

 Tutto questo per dirvi che per i tipi della ICARO, un anno addietro è uscita questa mia raccolta di versi, “Il ritorno dell’Ofisauro”, che proprio non voleva farsi leggere!
 Le prime copie (tante), per errore, tutte spaginate e da buttare!

 Ma noi le abbiamo buttate? no! non si butta niente.
Così Valentina Sansò e Teresa Ciulli, di Germinazioni (www.germinazioni.blogspot.com) hanno confabulato e messo in moto un grande gruppo di lavoro in grado di ridare e creare nuova forma e senso ai libri spaginati.

Le persone coinvolte sono state tantissime, dai ragazzi del Centro Diurno dove Valentina cura un progetto di terapia attraverso la lettura,  alle ragazze del  Centro per la cura e la ricerca sui disturbi del comportamento alimentare asl di Lecce –seguite da Mauro Marino- a numerosissimi artisti sparsi per l’Italia che per mesi hanno realizzato attraverso il libro le loro creazioni!
 Creazioni che sono confluite in una mostra-festa presso l’Ex Conservatorio Sant’  Anna, a Lecce, il 26 settembre 2008, dove si è festeggiata SLEGGERE, la festa del lettore e dei libri che NON VOGLIONO FARSI  LEGGERE!

qui la galleria fotografica

http://germinazioni.blogspot.com/2008/10/blog-post.html

In poche settimane la coda lunga del bestione (come lo chiamo io) ha fatto danni ovunque, creando corto- circuiti di tenerezze e creazioni che mai mi-ci saremo sognati! O forse si. Data la spiccata e innata propensione in materia di sogni.
Infatti notizie mi giungevano da Brera, dove un professore di disegno, folle almeno quanto noi, aveva abbracciato a piene braccia L’Ofisauro spaginato!
Queste che seguono sono parole di Valentina Sansò:

”… in quel mese, insieme a Gioia Perrone, sono stata all’Accademia di Belle Arti di Brera per incontrare le classi che avevano compiuto il lavoro sui libri che non vogliono farsi leggere (sempre gli Ofisauri di Gioia) durante il corso di disegno diretto dal mio amico/fratello Italo Chiodi, artista che insegna a Brera e che aveva ricevuto, così come altri artisti, il libro da trasformare. tanto gli era piaciuto questo progetto che ci aveva chiesto di estendere la cosa all’intero corso di disegno per l’anno accademico che si stava per aprire.”

Si partì. E di quel mitico incontro  non potrò mai dimenticare l’emozione!
Italo Chiodi, artista e persona con dosaggi di umanità, creatività, follia equilibratissimi , la sua forte e dolcissima compagna di vita Angela, e soprattutto tutti gli allievi che per mesi hanno lavorato sulle copie del libro spaginato, con le più svariate dinamiche di espressione!
 L’Ofisauro è diventato acquarello, storie narrate, mattone e concetto, scultura,suono!

Le immagini:
http://germinazioni.blogspot.com/2009/02/fotopasseggiata-con-lofisauro-brera.html

Trambusto poetico.
Incastro, mescolìo!

Viene in mente che l’intera vita emotiva possa essere paragonata a un complesso ed esilarante corso di disegno, in un Accademia non specificata.

tante sono le storie che questo trambusto ha generato.
 La prossima sarà a Bergamo, casa base di Italo Chiodi, dove ha raccolto al completo le opere  degli allievi e degli artisti che hanno lavorato a “Il Ritorno dell’Ofisauro” , mostra di opere che verrà inaugurata

SABATO   17 OTTOBRE    alle 17.30
presso la  LIBRERIA  ARS,
Via Pignolo 116, BERGAMO