Archivio per Aprile 2009

Hippolyte Bayard intervista a “chi ha inventato la fotografia”. Fabio Severo ci parla del suo blog

24 Aprile 2009

delande

http://jcdelalande.com

Intervista a  cura di gioiap.

 

1. “Questo che vedete è il cadavere di M. Bayard

Così scrive Bayard , inventore della stampa positiva diretta, allegando la didascalia a un suo autoritratto da annegato.

 

 

Hai scelto gli albori della fotografia per parlare di fotografia.

Ma Chi c’è dietro l’avatar di Bayard?

 

Intendi me? Mi chiamo Fabio Severo, e la fotografia per lungo tempo è stata per me una semplice passione, un tipo di immagine che mi attraeva naturalmente. Col tempo è diventata parte della mia vita professionale, ma tuttora oscilla tra un semplice amore e un lavoro, prendendo forme diverse: scrivo di fotografia, insegno fotografia, realizzo progetti fotografici.

 

2. Come e perché nasce questo tuo spazio?

 

Appunto, nasce come la prima forma di collaborazione che abbiamo sviluppato io e Alessandro Imbriaco, un fotografo dell’agenzia Contrasto con cui  ho iniziato il blog e che nella fase iniziale ha scritto insieme a me, eravamo i due coautori del blog e avevamo carta bianca l’uno rispetto all’altro. Con Alessandro ho anche realizzato diversi lavori fotografici nell’ultimo anno e mezzo.

 

 

3.

”Hippolyte Bayard” è un luogo bianco, minimale, dove presenti di volta in volta spicchi del lavoro di fotografi contemporanei e finestre su alcuni dei capisaldi del medium. Come “funziona” il tuo lavoro di ricerca?

 

Molto semplicemente è un lavoro che si svolge direi a cerchi concentrici, nel senso che ci sono alcune basi informative costanti (newsletter di gallerie, riviste, bookshop, fondazioni, etc) che poi mi portano a cercare in altre direzioni, si formano dei nessi, dei collegamenti e nasce la voglia di scrivere su qualcosa. Un’altra risorsa, che peraltro fa molto piacere ricevere, viene dai vari fotografi che personalmente mi scrivono per segnalare il loro lavoro o per scambiare alcune impressioni.

 

 

4.

Nel corso dei mesi moltissimi sono stati i nomi e i lavori che hai presentato, ne cito due che ora mi balzano agli occhi e che mi hanno colpito:

JEAN CLAUDE DELALANDE e tra i recentissimi Robin Schwartz.

 

Sono due esempi di fotografia estremamente inscenata, per nulla estemporanea e che usa la figura umana per dire molto di più del semplice ritratto della persona. È un po’ una caratteristica ‘trasversale’ di tutti i lavori che apprezzo e su cui mi ritrovo a scrivere, questa sensazione di essere immagini ‘create’, cercata e lavorate, non delle immagini semplicemente ‘accadute’ e registrate.

 

 

5. Quali sono i fotografi che da sempre  ti “tormentano” e quali quelli che tramite la rete hai imparato a conoscere?

 

Hiroshi Sugimoto, Sally Mann, Arno Rafael Minkkinen, Joel Sternfeld sono alcuni tra gli autori degli ultimi venti anni che più mi hanno colpito e su cui più ritorno. Autori di grandissimo livello che ho scoperto tramite la rete sono ad esempio Edgar Martins, Chen Jiagang, Yang Yi, Matthew Pillsbury, per fare qualche esempio e per rimanere su degli stili fotografici che semplicemente sento più vicini. Ma ce ne sarebbero tanti altri, in direzioni di ricerca molto differenti.

 

 

 

6.

Lo “scontro” tra analogico e digitale in fotografia. Ci si domanda a livello critico-teorico quale sia l’impatto di questa innovazione tecnologica a livello comunicativo e a livello creativo.

Cosa pensi a riguardo, e quale posto ricopre la parola “sperimentazione”?

 

Per il modo in cui porto avanti il blog, l’unica cosa che mi interessa è il risultato a cui le tecniche giungono, mentre spesso un simile dibattito tende più a attribuire un significato intrinseco al mezzo in sé. Che poi a livello comunicativo le nuove (smetteremo mai di chiamarle ‘nuove’?) tecnologie offrano modalità di diffusione e di produzione di contenuti questo è certo ed è anche piuttosto interessante, basti pensare a tutte le riviste fotografiche on line che stanno nascendo in questi ultimi anni, oppure alle varie gallerie ‘virtuali’ che stanno venendo fuori. Da un punto di vista strettamente fotografico invece continuo a pensare che quello che conta è l’esito a cui portano queste tecnologie, l’opera che viene prodotta con esse, il linguaggio visivo che ne nasce. Il discorso metalinguistico sulla fotografia e i suoi apparati è una cosa che si può portare avanti all’infinito, se però vogliamo provare semplicemente a considerare la validità delle opere d’arte visiva che vengono prodotte con questi mezzi, allora siamo in un territorio dove i nostri occhi dovrebbero essere padroni, come sempre è stato. Stesso discorso vale per la sperimentazione: poiché la parola storicamente ha assunto un significato preciso, dato dalla consuetudine a pensarla come il momento dove si mettono alla prova i linguaggi e si scardinano le convenzioni, allora siamo abituati a pensare che qualcosa di ‘sperimentale’ sia sempre connotato da provocazione, incroci linguistici azzardati, caos creativo. Per questo penso che la parola sperimentazione possa facilmente essere fuorviante, preferisco usare la parola ‘ricerca’.

 

 

 

7. Hippolyte cosa vuoi vedere in una fotografia?

 

Un lavoro creativo, la sensazione bella dell’opera di un altro essere umano. Sempre più interessante della semplice fotografia ‘di’ qualcosa.

 

 

 http://www.hippolytebayard.com/

MASSIMO ALESSIO TADDIA . GRANBELLORCHESTRA

7 Aprile 2009

Direttore d'orchestra? by gelato_alla_prugna.
http://www.flickr.com/photos/prugna/1292383261/

Intevista a cura del maestro Jek Palma

Massimo Alessio Taddia è nato a Bologna nel 1971, intraprende gli studi musicali presso il Conservatorio di Musica G. B. Martini di Bologna diplomandosi in Composizione, Direzione d’Orchestra e Pianoforte. Si perfeziona nella direzione d’orchestra con il M° Donato Renzetti presso l’Accademia Musicale Pescarese e con il M° Erwin Acel presso i Wiener Musikseminar di Vienna. Nel 2007, per l’opera lirica, è direttore assistente del M° Daniel Oren per il quale collabora come maestro preparatore ed assistente presso il teatro “F. Cilea” di Reggio Calabria, il teatro “Carlo Felice” di Genova e la “Fondazione Arena di Verona”. Dal Novembre 2008 è Direttore Musicale della Fondazione Teatro “Giuseppe Borgatti” di Cento (Ferrara). Tra le sue collaborazioni si segnalano quella con il “Carl Orff Zentrum” di Monaco di Baviera (per il quale ha diretto i “Carmina Burana” al Teatro Dal Verme di Milano nel 2007), con l’IVM (Istituto Valenciano de la Musica), il Reale Collegio di Spagna di Bologna, l’Università degli Studi di Bologna e l’Accademia Internazionale della Musica di Milano.

j.p:  Massimo, come ti sei avvicinato alla musica?

A dire il vero è stato tutto merito di un caro amico che frequentavo al mare, vicino a Riccione. Era un grande appassionato ed amante della musica di Mozart. Tramite lui e le registrazioni che mi ha fatto ascoltare mi sono avvicinato alla musica classica ed ho scoperto che il pianoforte addormentato nel salotto di casa poteva essere la porta d’entrata ad un mondo che avevo appena imparato a sbirciare, bastava solo farlo parlare. Il resto lo ha portato avanti l’entusiasmo, la passione e la dedizione allo studio.

j.p: Cosa è cambiato oggi nel ruolo di direttore d’orchestra rispetto al passato?

Moltissimo. Dalla figura del Kappelmeister settecentesco al direttore “moderno” introdotto da Wagner alla figura carismatica ed autoritaria di Toscanini si è giunti ad una figura di direttore d’orchestra più “democratico”. Un ruolo che deve fare i conti con l’accresciuto livello internazionale delle orchestre professioniste e delle mutate condizioni sociali che hanno mutato profondamente i rapporti lavorativi all’interno delle aziende e, quindi, anche dei teatri e delle orchestre. Il direttore di oggi, il direttore “all’Abbado” per intenderci, è a mio avviso il prototipo del direttore ideale moderno: pronto al sincero e costruttivo dialogo ed allo scambio reciproco di idee e di suggerimenti tendenti al raggiungimento di una eccellenza artistica ma allo stesso tempo fermo e deciso nel portare avanti la propria idea (o visione) musicale nel rispetto e riconoscimento dei ruoli e delle capacità dei musicisti con cui si trova, di volta in volta, a fare musica. Ecco, il direttore moderno per me è colui che desidera fare “musica insieme” e non da solo.

j.p. :Perchè tra i direttori d’orchestra la musica contemporanea trova così poco appeal ?

Credo per due aspetti:  richiede uno studio molto complesso di quello che potrebbe richiedere una partitura tonale di stampo classico (comprendendo in questo termine tutte le composizioni che dal Seicento fino alla scuola di Vienna sono state prodotte dal genio dei compositori), necessitando quindi di una reale motivazione e passione per tale genere che indulge poco nel narcisistico bisogno dell’ovazione finale del pubblico sull’ultima accordo di una sinfonia!, inoltre lo scollamento tra autore contemporaneo ed ascoltatore, sotto gli occhi di tutti, si riflette inevitabilmente anche sulla figura del direttore, spesso meno preparato in questo ambito e meno lungimirante nel valutare e sostenere il naturale avanzare della storia della musica contemporanea, in un periodo in cui dal sistema tonale in poi la musica si è sempre più frammentata in mille personalissimi dialetti che spesso non trovano riscontro nella comprensione di un pubblico “naturalmente” impreparato. Direttori come Boulez o lo stesso Abbado sono però esempi da seguire perchè se è vero che la musica cosiddetta contemporanea è molto lontana dai “gusti” del pubblico (che preferisce ascoltare la duecentoventimillesima esecuzione della sinfonia in sol minore di Mozart, a torto o a ragione, piuttosto che il nuovo lavoro di Stockhausen) è altrettanto vero che un’opera di educazione musicale deve essere in ogni caso sostenuta con ogni mezzo, fatto salvo un attento discernimento tra il mare magnum della produzione contemporanea, spesso sempre più intellettualmente narcisistica. Solo il tempo e la storia ci diranno chi avrà saputo dire, anche ai giorni nostri, qualcosa di universale.

j.p: Si sta sviluppando sempre di più la pratica di trasportare per orchestra i repertori pop (perlomeno quelli gia storicizzati), e di eseguirli anche nei concerti tradizionalmente dedicati alla musica colta. Cosa ne pensi?

Non amo le trasposizioni pop per orchestra nè quelle cosiddette “classiche” in ambito pop. Credo sia una contaminazione che ammicchi più ad una aspetto commerciale che ad una reale volontà ed esigenza artistica. Non si avvicinano le persone alla musica di Beethoven o di Mahler o dei Pink Floyd attraverso semplificazioni e trasposizioni. Ci si innamora dell’altro perchè lo si impara a conoscere, perchè lo si vuole conoscere, e perchè si capisce (e questo non lo si può mai imporre nè tantomeno semplificare) che in una qualche forma e misura essa ci completa e ci arrichisce, ognuno in un modo e in un tempo strettamente personale.

j.p: Cosa ascolta un direttore d’orchestra alla radio? Cosa scarica da internet?

Non posso rispondere per tutti ma io ascolto di tutto: dal jazz al pop all’hip hop al rock a perfino Boccherini. Non faccio distinzioni e seguo solo un principio razionale: il mio gusto. Credo solo che sia giusto evitare di paragonare la bellezza di una sinfonia di Mozart alla bellezza di Bohemian Rapsody dei Queen o di The dark side of the moon dei Pink Floyd. Due mondi diversi, entrambi meravigliosi, che appagano la mia anima in modi e forme diverse.

j.p. : Quali sono oggi gli spazi fisici e professionali della direzione?

Sicuramente i teatri di tradizione ne garantiscono l’odierno continuare nell’ambito sinfonico e lirico. Ma non credo ci siano “solo” degli spazi deputati o privilegiati alla direzione d’orchestra. Si può e si dovrebbe fare musica ovunque. Se in un garage è nata l’avventura professionale e rivoluzionaria di un colosso dell’informatica come l’Apple, e se la professionalità è fare il proprio lavoro con competenza e (preferibilmente) con passione ovunque (e per chiunque) ci si trovi, allora sogno di dirigere una Nona Sinfonia di Beethoven fuori dai teatri e dalle piazze, dagli auditorium e dai palazzetti dello sport, fuori dalle chiese e dalle cattedrali e dai palazzi nobiliari della nostra storia. Sogno di dirigerla sulla spiaggia, all’alba, senza palco. Sulla sabbia bagnata dal temporale della sera precedente. Quale migliore occasione per un Re minore iniziale?

“GRAVITY” granbellarticolo n.3

2 Aprile 2009

alla “G” del DIZIONARIO FOTOGRAFICO non c’è il GRANBEL BLOG!
nnnooooo.

gravity_paulpaper

“gravity” Paul Paper

http://www.thephotographicdictionary.org/g.html