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UNA RECENSIONE SUL BESTIONE

14 luglio 2009

foto ofisauro

 da: http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2009/07/08/il-ritorno-dell%e2%80%99ofisauro/Gioia Perrone, Il ritorno dell’Ofisauro, Libri di Icaro

di Angelo Petrelli

Scrisse il premio Nobel per la letteratura T. S. Eliot, nel saggio dal titolo “Tradizione e talento individuale”: «La tradizione non si può ereditare, e chi la vuole deve conquistarla con grande fatica». Partendo da questo monito, nell’indomito fermento della scrittura nel Salento, mai sazio di nuovi avventori e iniziative culturali, l’esordio editoriale della giovane Gioia Perrone ha destato interesse e curiosità. Poetessa classe ‘84, con il suo “Il ritorno dell’Ofisauro” (Libri di Icaro), propone un’attualizzazione, più o meno voluta, da un lato delle derive liriche tipiche dei modernisti europei, principalmente attraverso l’uso esteso di simboli, anche di natura psicanalitica, e di tecniche come flashback, flash-forward e, dall’altro, di un atteggiamento tipicamente “surrealistico” per la vera onirica della sua scrittura. Il sostrato problematico di queste letture, e l’inerente teoresi che ne consegue, si colloca al di fuori della più usuale delle categorie poetiche che il recente scenario locale ha saputo evidenziare.

Ora, nel merito dei temi trattati da questa poesia, ciò che risulta centrale è il concetto di un amore come possibile salvezza (concezione fin troppo abusata), sentimento sofferto e tradito (nel senso più vicino all’etimo), ma alla fine sempre ricercato attraverso una dimensione ottativa del verso: […] e penso all’amore / come attimo di destino, acqua nel palmo / infine, non so più nulla. / Come sul lago di canne che tace / l’anatra sapiente vola sui corpi / nostri ancora, intrecciati (p. 36). Dove la gioia coincide con la nascita e con la vita e, a sua volta, con la sua complicazione infinita nel vortice dei segni, la ribellione nei confronti di un’immagine omologata del mondo e una voglia estrema di libertà si ritrovano realizzate a pieno. Il riferimento a tanta poesia francese del secolo scorso non sarebbe incomprensibile, perlomeno affascinante, tenendo conto che quella della Perrone usufruisce di un immaginario completamente diverso, pur basandosi sull’espressione di emozioni simili e di una facilità di pensiero speculare: Nella bocca spalancata dei manichini / ci stanno gli alveari / e sono come le estremità delle malattie / dove trovi l’amore / dove c’è un alfabeto cubitale / sul muro e non occorre / una diottria particolare / ma tutto un talento diverso / da quello che credevamo. (p. 40).

Se il surrealismo è, soprattutto, (nelle descrizioni più riuscite e convincenti) il risultato di un automatismo psichico, di un processo in cui l’inconscio permette di associare immagini senza freni inibitori e scopi preordinati, la caratteristica comune a queste manifestazioni è la critica radicale della razionalità e un infingimento che, tra di tragedia ed eros, e attraverso l’onirismo, si trasforma in “incomunicabilità”. Quello che André Breton chiamava “écriture automatique” (per quanto, in apparenza, una semplice mitologia) è un’interessante suggestione sulla quale ci piace immaginare il fare poesia della giovane salentina, ricca di ritmi interni, di calambour, di diverse situazioni psicologiche che sono lo specchio di una creatività non comune: Eroe piccolo / Eroe di tutti gli eroi blu del mondo / ti asciugo la fronte col turbante di straccio / tenendo cura di ogni ciglio / di ogni pigmento del tuo disegno / che non mi sfugga di mano / al mattino, che sogni spirano sulle pance / dopo una lotta sudata. (p.47) . Le invenzioni presenti ne “Il ritorno dell’Ofisauro”, mai banali, costruite su attacchi e sospensioni, su un movimento che sa alternare gli elementi più disparati, sono fissate da una forte partecipazione e da un’osservazione acuta del mondo: non era nemmeno facile immaginarselo, / al festivàl delle poesie-razzo / il nostro ritorno nel mezzo del palco / con quelli che ci davano dispersi / con tutti i rotoli della macchina da scrivere (p. 55)

Presente nella collana Voli diretta dal solerte Mauro Marino, l’opera d’esordio di Gioia Perrone, insieme con “Asilo di Mendicità” (Besa editrice) del trentaquattrènne Simone Giorgino, è tra gli esempi più riusciti che, l’ambiente poetico salentino, ha saputo esprimere negli ultimi tempi: Mi dici del silenzio, di questo rotto gingillo / domenicale, di questo allontanarsi / dalla poesie-grido-vanità, / di questo paparazzo virtuale. / Io mi giro a nord e ti vedo. Qui è un’adolescenza / pigiata / un’opalescenza, un sogno / una nostalgia di Parigi. Senza Parigi. (p. 66)

granbellafoto di…Paolo Margari

14 luglio 2009

Mille lire, di Paolo Margari “Millelire” notte bianca 2008, Lecce, Italy

…ovvero…verso dove guarda, a un tratto, un vecchio p.r. …..