Archive for marzo 2011

DIVENTARE GENITORI IN ITALIA

31 marzo 2011

Rossano Astremo e Maraia Carrano, Diventare genitori in Italia, Castelvecchi 2011

“Mi hanno detto che la vita cambierà ora.
non avevo dubbi, cambia tutto posto sempre.” (G.P.)

Mi viene in mente Boltanski, quando dice: “ non si può creare che scomparendo”, mentre leggo speditamente e non senza un tot di commozione questa sonata a quattro mani che è il nuovo lavoro di Rossano Astremo e Maria Carrano, fresco di uscita per la Castelvecchi Editore. E’ da un po’ che non entro in libreria, è da un bel po’ che non acquistavo un libro dentro al quale poi mi tuffo senza badare troppo all’orologio. Quando arriva un figlio è come quando parte un disco dance anni ’70 ad una lezione di aerobica in una stanza piena di specchi, ritmo ritmo ritmo! Devi prendere il ritmo altrimenti è un casino, svitare il tempo e incastonare i minuti come un puzzle della Clementino, ma il corpo, ho imparato, sa tutto quanto molto meglio e prima di te. Il corpo sa gestirci a perfezione.
Come me e il mio compagno, e come altri (sempre meno, dicono le statistiche), Maria e Rossano sono due giovani precari trentenni, laureati e specializzati da tempo e in trincea continua in quella guerra di resistenza che si accinge a fare ogni giovane uomo e donna italiana che voglia abbandonare la paura, l’insicurezza, l’indolenza, la noia del cazzeggio esistenziale e permeante, ( quando non una cavalcante depressione), e “mettere su” o meglio, entrare nella costruzione di  una “tradizionale”e felice famiglia, infischiandosene altamente  delle pratiche, delle tappe sociali  e dei luoghi comuni che questo spesso comporta.
Al tempo di “Vado via perché…” il flusso fresco, a tratti spiritoso e a tratti amaro degli autori sembra echeggiare forte un “Rimango qui perché..” proiettando  il proprio amore e  il desiderio di felicità nonostante le incertezze professionali, sulla piccola Rebecca, la nuova, la scommessa, la speranza… la Patria?  Nonostante la matassa di letteratura sull’argomento puericultura, questo è davvero un bell’esercizio di auto-analisi, una  panoramica emozionale sulle buone notizie della vita. Si, perché nonostante oggi,  la notizia di avere un figlio sembra perlopiù sconvolgere letteralmente amici e (spesso anche) parenti, in balia di esistenze disparate ma sempre più comuni nel comune “star fermi” nel terrore di muovere pedine forti, di mozzicar la vita, di agire infine, semplicemente agire, aspettare un figlio è ancora la più bella notizia. Rossano e Maria lo gridano, garbatamente, in una riflessione che sfiora la problematica di una vita agra fatta di call center e fatica nel rincorrere i propri più profondi desideri, il rapporto con le proprie radici e la schizofrenia benigna di conciliare spese, amore, letteratura, lavoro,e pannolini, naturalmente!
C’è resistenza in questo libro, occhieggia tra le righe, come quando Rossano parla della fantomatica scelta dei nomi,  e Maria suggerisce Giaime, come Pintor, il celebre ragazzo-soldato (ma i soldati poi, non sono tutti ragazzi-soldato?) che durante la Seconda Guerra Mondiale  difende Roma dai nazisti e prima di partire per l’ennesima lotta scrive  una incredibile e commovente lettera al fratello nella quale gli elenca l’importanza di aderire alla Resistenza. Pintor morirà a 24 anni sotto i tedeschi. Oggi è diverso, si capisce anche senza citare gli ipercitati bamboccioni.
La precarietà riguarda persino la comunicazione in un Paese dove anche chi è ultra specializzato si ritrova a vendere per telefono qualsiasi cosa, a rompere le scatole a qualunque ora del giorno e a sentirsi rispondere brutte parole e anatemi, sempre al telefono tra una telefonata di lavoro e una conversazione emotivamente importante, dove dall’altro capo del telefono c’è il compagno,una madre o un padre; cosa dire attraverso un filo che si è perso, che non esiste più, cosa dire tramite una tecnologia spietatamente immediata, senza mezzi toni, come dire che la vita ha vinto, che l’adolescenza vuole finire e non vuole ragioni valide per ritenersi in errore, che si vuole essere grandi e vivere questo dolore, bello e naturale? Diventare genitori (senza abiti da sposa, lavoro a tempo indeterminato, mutui facilmente approcciabili) è una vertigine faticosa e maestosa, un pertugio da passare in tre, un’acrobazia che richiede esercizio e pazienza,  e nell’allenamento quotidiano qualcosa di incredibile accade, si diventa l’anello esatto, l’anello mancante tra il proprio passato e il proprio futuro. Qualunque cosa accada questo anello è la cosa che a mio parere più si avvicina alla felicità.
Verità, si sa, non ce ne sono, ma perlomeno fare, desiderare, nonostante tutto può essere essenziale, in eterno equilibrio precario tra vitalità spinta  e cupo albeggiare di visioni.
Evviva Maria che dice: “ In definitiva quello che finisce è la parte  che i vostri amici avevano imparato a conoscere. (…) Ma mentre cercate di capirci qualcosa delle reazioni dei vostri amici finirete per capire qualcosa di voi: che di uscire senza orari o con chi vi pare non ve ne importa più nulla, che programmare un viaggio non è poi così noioso, che assicurarsi dell’efficienza degli elettrodomestici è una buona abitudine e che in fondo la vecchia voi non manca più a nessuno, neppure a voi.”
Buona fortuna!

Gioia Perrone

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METTERSI SULLE PROPRIE TRACCE_UN INCIPIT

20 marzo 2011

NONNA AFRICA: UNO SGUARDO MITOPOIETICO

di gioia perrone


Libia (anni ’40)

La famiglia è un sistema “mitopoietico” , perché genera storie. Il sentirsi parte di una storia, il riconoscersi in un sistema familiare può accadere anche attraverso la forma della narrazione combinata allo sguardo fotografico.

Ho messo le mani nelle vecchie foto di famiglia fin dalla mia infanzia. Da sempre questi rettangolini  in bianco e nero dagli orli merlettati , erano il mio passatempo preferito . Tornavo più volte negli anni, e sempre con occhi diversi a passarli in rassegna, scrutare facce ed espressioni, scoprendone sempre nuovi collegamenti, chiedendo notizie a mia madre, l’unica in famiglia ad avere il ruolo di detentrice di labili fili di memoria familiare, e questo ruolo si manifestava anche semplicemente nel dividere le fotografie degli avi, da quelle più recenti a colori, appartenenti al nostro nucleo familiare.
“Mettere le mani”  forse è l’espressione più adatta, perché queste foto dei nonni e dei bisnonni erano raccolte alla rinfusa in un grande bustone  trasparente così che potevo di volta in volta pescare a caso  i rettangoli,  i volti, i corpi, le persone in posa di gruppo, e lentamente impararne i tratti,  le date scritte in matita e le annotazioni sbiadite, i vincoli esistenti tra loro, gli sguardi. Guardare insistentemente, maneggiare la superficie di ogni fotografia, il piacere del tatto e della vista, molto tempo prima di capire la mia passione fotografica, erano la forza di attrazione verso quegli oggetti. Mi stavo in qualche modo auto-educando, ma a cosa? Credo che queste “pratiche” che legano i sensi alla fotografia, educhino ad un senso nostalgico. Mi stavo allenando alla Nostalgia, proprio accostandomi alla natura nostalgica, al “non sapere cosa ci attrae e cosa ci commuove”, non saperlo razionalmente, ma sentirlo.

Le notizie didascaliche sulle fotografie che avevo tra le mani, le andavo a cercare come giocando all’investigatore, e i suggerimenti di D’Autilia in questo mio percorso, sono stati preziosi per far venire a galla le caratteristiche tipiche della fotografia che sono quelle proprie delle “discipline indiziarie”, che si sviluppano sulla base della decifrazione di segni. La fotografia è  come colma di indizi, ma come poi ci aiuta a dedurre , con un po’ di “sensibilità alla luce” , questi sembrano portare sempre ad un morto.  Dunque i fili del gomitolo cercavo di tirarli  fuori da me, da dentro la mia  ingenua capacità di afferrare, che poi è diventata solida capacità; perché era il mio divertimento trovarmi solitaria davanti a questa avventura  -così la chiama Barthes –  a quel fitto dialogo con i tratti altrui, a quel seguire come una caccia i passi di una esotica fantasticheria, e in fondo perché  la mia era una famiglia pratica, non avvezza a nostalgie e poche e sporadiche erano le storie che riuscivo a farmi raccontare  su quegli scatti. Proprio degli anni dell’adolescenza, quando più forte si fa il bisogno di una propria identità, è quell’amore verso certe foto che diventavano quasi feticcio, vere e proprie icone. In particolare un paio di foto di mia nonna ragazza, elegante  e longilinea stagliata in posa in un desertico panorama. Come in una saga, un grande racconto esotico, nomi di attrici e attori principali si stagliavano come eroi quotidiani e romantici di una Storia che da subito potevo percepire come una grande matassa ricolma di cose misteriose, cose che prendevano forma, spessore, sembianze stagliate man mano che i libri di quella Storia, con gli anni, si lasciavano studiare, rivelando concetti  come “Colonialismo”, “Imperialismo”,  di cui io ritenevo “possedere” un piccolo ma autentico frammento. 

Giovanna Federico era mia nonna. Era figlia di un Federico di Scafati, suonatore di mandolino, avventuriero tutto fare, che in cerca di lavoro e fortuna si imbarcò dapprima verso gli Stati Uniti,  a Filadelfia, dove Giovanna nacque  nel 1919 e dove crebbe insieme alle sorelle per i primi anni della sua vita. Giovanna e i genitori tornarono poi a Scafati, in Campania, lasciando a Filadelfia le sorelle che intanto avevano trovato marito. Giovanna era ancora una ragazzina quando suo padre, all’inizio degli anni ’30 , pieno di nuove speranze di affari, decide di abbracciare l’ordine di Mussolini che spingeva ad una vasta immigrazione di italiani nella nuova colonia di Libia, dopo una guerra sanguinosissima, condotta dal generale Graziani, non meno cruenta di quella che fu nel ’35 la guerra d’Etiopia. Il primo governatore Italo Balbo divise la Libia italiana in quattro provincie, e nel 1939 si stima che gli italiani fossero  il 30% della popolazione , concentrati nella costa  intorno a Tripoli e Bengasi.  La storia degli italiani in Libia inizia molto tempo prima, con  la spedizione militare voluta da Giolitti, ma l’ascesa del fascismo determinò un inasprirsi della politica italiana nei confronti dei “ribelli” libici, soprattutto nell’interno del Paese, in Cirenaica, dove si resisteva arditamente e disperatamente fino a che Omar al Mukthtar capo della resistenza libica, fu catturato e fatto impiccare da Rodolfo Graziani il 16 settembre 1931 nel campo di concentramento di Soluch, in Cirenaica.

Giovanna arriva in Libia nel 1933, il Governatorato è ormai sancito, la Libia è chiamata “La Quarta sponda” e diventa nell’immaginario di migliaia di coloni o aspiranti tali, la nuova “America”.  Giovanna aveva quattordici anni, e i suoi genitori, robusti popolani avventurieri , aprirono un bar. Di lei ragazzina non si sa nulla. Come viveva una adolescente in Libia? Come trascorreva le giornate? Quali aspettative aveva per il suo futuro? Cosa vedeva intorno a lei? Le uniche foto dei nove lunghi anni che Giovanna trascorse in Libia (fino al 1943)  risalgono a Giovanna ventenne . Quello che Giovanna vedeva intorno a sé era un robusto deserto, ovviamente non soltanto quello, ma di sicuro è quello che vedo io, e ri-vedo io, nello spazio limitato dell’inquadratura su di lei, luminosa e sorridente nell’aridità circostante. Carnagione chiarissima, capelli mossi e  pettinati con la scrima al lato, un vestito scuro  e leggero appena dopo il ginocchio, un libro in mano. Giovanna è immortalata mentre passeggia verso l’obbiettivo e sorride, lungo una strada desolata con poche tracce di vegetazione al lato. L’ombra che proietta è corta sul terriccio, e il vestito morbido si arrotola in pieghe mosse mentre allunga il passo.  La fronte è alta è sembra guardare con complicità l’obbiettivo. Questo e solo questo mi sa dire Giovanna di quel giorno assolato, non sa dire nulla del suo viaggio per la Libia, sul rapporto con i suoi genitori, delle sue emozioni in quel periodo della vita. Così  la mia immaginazione , pur libera di percorrere le pieghe del suo vestito e di sollevare lo sguardo in alto fino a guardare le teste di chi fotografa e di che è fotografato, è colta da una specie di malore, quei malori d’amore di chi vuole stare “incatenato” a chi ama e della “libertà” non sa che farsene, se questa pone tra i due distanza, oblio.

L’oblio di Giovanna è una camminata sotto il sole.

Giovanna, ventenne, in Libia.
  

SCHERMI

15 marzo 2011

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SCHERMI ( Per una educazione alla sera) , Gioia Perrone

BRILLANTEZZA E BRUTTEZZA: BILLINGHAM

6 marzo 2011

Richard Billingham

“RAY’S A LAUGH” è un’opera diRichard Billingham , che Roswell Angier definisce “parodia noir di un’istantanea di famiglia”.
B. fa parte di quella tribù di artisti che sceglie il mezzio fotografico per cercare di  mettere un argine, congelandolo, isolandolo, al graffio assordante del quotidiano, l’obesità inquietante del familiare.
Ora, cercando notizie sul suo lavoro mi sono imbattuta in un’interessante cronaca di un sito in inglese. Dopo aver letto ho provato ad usare il traduttore Google sulla barra in alto e il risultato è stato inquietantemente “in linea” con lo stesso lavoro di Billingham!

leggere per credere:

“Richard Billingham “Ray’s a Laugh” , pubblicato nel 2000 da Scalo, è un osso stridente cronaca delle parti della vita che non dovrebbero … la vita vissuta che non, i sogni che semplicemente non poteva. Si tratta di una cronaca di tutto ciò che fa male … un incubo gita cartone animato attraverso la terra di alcol-soggiorno,-puzzolente alito umido che puzza e ribolle, labbra screpolate, che bruciano e crack, di spazio per vivere che si restringe e muso verso l’interno, di moquette che marcisce, di linoleum graffiato che anela di fuggire, di pittura che vuole staccarsi e andare altrove, di sogni d’infanzia che imparano a rimanere nell’armadio e si comportano, che imparano a stare tra le nuvole, lontano, di amore e di devozione che esiste ma è calpestato da vizio e con forza dominata dalla terrena dell’uomo-corto-circuiti. Si tratta di una visione fotografica di magnificenza … ma, magnificenza in condizioni di povertà e di dolore, di tragedia, di brillantezza in bruttezza, un’estetica tour-de-snapshot-force di voyeurismo e realismo.”

 


sito originale:
http://www.americansuburbx.com/2008/11/richard-billingham-rays-laugh.html