METTERSI SULLE PROPRIE TRACCE_UN INCIPIT

NONNA AFRICA: UNO SGUARDO MITOPOIETICO

di gioia perrone


Libia (anni ’40)

La famiglia è un sistema “mitopoietico” , perché genera storie. Il sentirsi parte di una storia, il riconoscersi in un sistema familiare può accadere anche attraverso la forma della narrazione combinata allo sguardo fotografico.

Ho messo le mani nelle vecchie foto di famiglia fin dalla mia infanzia. Da sempre questi rettangolini  in bianco e nero dagli orli merlettati , erano il mio passatempo preferito . Tornavo più volte negli anni, e sempre con occhi diversi a passarli in rassegna, scrutare facce ed espressioni, scoprendone sempre nuovi collegamenti, chiedendo notizie a mia madre, l’unica in famiglia ad avere il ruolo di detentrice di labili fili di memoria familiare, e questo ruolo si manifestava anche semplicemente nel dividere le fotografie degli avi, da quelle più recenti a colori, appartenenti al nostro nucleo familiare.
“Mettere le mani”  forse è l’espressione più adatta, perché queste foto dei nonni e dei bisnonni erano raccolte alla rinfusa in un grande bustone  trasparente così che potevo di volta in volta pescare a caso  i rettangoli,  i volti, i corpi, le persone in posa di gruppo, e lentamente impararne i tratti,  le date scritte in matita e le annotazioni sbiadite, i vincoli esistenti tra loro, gli sguardi. Guardare insistentemente, maneggiare la superficie di ogni fotografia, il piacere del tatto e della vista, molto tempo prima di capire la mia passione fotografica, erano la forza di attrazione verso quegli oggetti. Mi stavo in qualche modo auto-educando, ma a cosa? Credo che queste “pratiche” che legano i sensi alla fotografia, educhino ad un senso nostalgico. Mi stavo allenando alla Nostalgia, proprio accostandomi alla natura nostalgica, al “non sapere cosa ci attrae e cosa ci commuove”, non saperlo razionalmente, ma sentirlo.

Le notizie didascaliche sulle fotografie che avevo tra le mani, le andavo a cercare come giocando all’investigatore, e i suggerimenti di D’Autilia in questo mio percorso, sono stati preziosi per far venire a galla le caratteristiche tipiche della fotografia che sono quelle proprie delle “discipline indiziarie”, che si sviluppano sulla base della decifrazione di segni. La fotografia è  come colma di indizi, ma come poi ci aiuta a dedurre , con un po’ di “sensibilità alla luce” , questi sembrano portare sempre ad un morto.  Dunque i fili del gomitolo cercavo di tirarli  fuori da me, da dentro la mia  ingenua capacità di afferrare, che poi è diventata solida capacità; perché era il mio divertimento trovarmi solitaria davanti a questa avventura  -così la chiama Barthes –  a quel fitto dialogo con i tratti altrui, a quel seguire come una caccia i passi di una esotica fantasticheria, e in fondo perché  la mia era una famiglia pratica, non avvezza a nostalgie e poche e sporadiche erano le storie che riuscivo a farmi raccontare  su quegli scatti. Proprio degli anni dell’adolescenza, quando più forte si fa il bisogno di una propria identità, è quell’amore verso certe foto che diventavano quasi feticcio, vere e proprie icone. In particolare un paio di foto di mia nonna ragazza, elegante  e longilinea stagliata in posa in un desertico panorama. Come in una saga, un grande racconto esotico, nomi di attrici e attori principali si stagliavano come eroi quotidiani e romantici di una Storia che da subito potevo percepire come una grande matassa ricolma di cose misteriose, cose che prendevano forma, spessore, sembianze stagliate man mano che i libri di quella Storia, con gli anni, si lasciavano studiare, rivelando concetti  come “Colonialismo”, “Imperialismo”,  di cui io ritenevo “possedere” un piccolo ma autentico frammento. 

Giovanna Federico era mia nonna. Era figlia di un Federico di Scafati, suonatore di mandolino, avventuriero tutto fare, che in cerca di lavoro e fortuna si imbarcò dapprima verso gli Stati Uniti,  a Filadelfia, dove Giovanna nacque  nel 1919 e dove crebbe insieme alle sorelle per i primi anni della sua vita. Giovanna e i genitori tornarono poi a Scafati, in Campania, lasciando a Filadelfia le sorelle che intanto avevano trovato marito. Giovanna era ancora una ragazzina quando suo padre, all’inizio degli anni ’30 , pieno di nuove speranze di affari, decide di abbracciare l’ordine di Mussolini che spingeva ad una vasta immigrazione di italiani nella nuova colonia di Libia, dopo una guerra sanguinosissima, condotta dal generale Graziani, non meno cruenta di quella che fu nel ’35 la guerra d’Etiopia. Il primo governatore Italo Balbo divise la Libia italiana in quattro provincie, e nel 1939 si stima che gli italiani fossero  il 30% della popolazione , concentrati nella costa  intorno a Tripoli e Bengasi.  La storia degli italiani in Libia inizia molto tempo prima, con  la spedizione militare voluta da Giolitti, ma l’ascesa del fascismo determinò un inasprirsi della politica italiana nei confronti dei “ribelli” libici, soprattutto nell’interno del Paese, in Cirenaica, dove si resisteva arditamente e disperatamente fino a che Omar al Mukthtar capo della resistenza libica, fu catturato e fatto impiccare da Rodolfo Graziani il 16 settembre 1931 nel campo di concentramento di Soluch, in Cirenaica.

Giovanna arriva in Libia nel 1933, il Governatorato è ormai sancito, la Libia è chiamata “La Quarta sponda” e diventa nell’immaginario di migliaia di coloni o aspiranti tali, la nuova “America”.  Giovanna aveva quattordici anni, e i suoi genitori, robusti popolani avventurieri , aprirono un bar. Di lei ragazzina non si sa nulla. Come viveva una adolescente in Libia? Come trascorreva le giornate? Quali aspettative aveva per il suo futuro? Cosa vedeva intorno a lei? Le uniche foto dei nove lunghi anni che Giovanna trascorse in Libia (fino al 1943)  risalgono a Giovanna ventenne . Quello che Giovanna vedeva intorno a sé era un robusto deserto, ovviamente non soltanto quello, ma di sicuro è quello che vedo io, e ri-vedo io, nello spazio limitato dell’inquadratura su di lei, luminosa e sorridente nell’aridità circostante. Carnagione chiarissima, capelli mossi e  pettinati con la scrima al lato, un vestito scuro  e leggero appena dopo il ginocchio, un libro in mano. Giovanna è immortalata mentre passeggia verso l’obbiettivo e sorride, lungo una strada desolata con poche tracce di vegetazione al lato. L’ombra che proietta è corta sul terriccio, e il vestito morbido si arrotola in pieghe mosse mentre allunga il passo.  La fronte è alta è sembra guardare con complicità l’obbiettivo. Questo e solo questo mi sa dire Giovanna di quel giorno assolato, non sa dire nulla del suo viaggio per la Libia, sul rapporto con i suoi genitori, delle sue emozioni in quel periodo della vita. Così  la mia immaginazione , pur libera di percorrere le pieghe del suo vestito e di sollevare lo sguardo in alto fino a guardare le teste di chi fotografa e di che è fotografato, è colta da una specie di malore, quei malori d’amore di chi vuole stare “incatenato” a chi ama e della “libertà” non sa che farsene, se questa pone tra i due distanza, oblio.

L’oblio di Giovanna è una camminata sotto il sole.

Giovanna, ventenne, in Libia.
  

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2 Risposte to “METTERSI SULLE PROPRIE TRACCE_UN INCIPIT”

  1. federica sgaggio Says:

    Che bello. Queste parole mi hanno cullato.

  2. Idrusa Says:

    mia Maestosa, mi fai cogliere da malore

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