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IL POSTO DELLO SGUARDO

26 ottobre 2011

UNO SGUARDO APPENA SULL’ULTIMO SORRENTINO

di Gioia Perrone

Lo sguardo di chi aspetta qualcosa apparire è uno sguardo atavico, uno sguardo iscritto nella genetica, nella forma dell’uomo. Si inizia molto presto ad avere questo sguardo, i bambini sono ben allenati, sono un tutt’uno con questo sguardo. I grandi lo esercitano molto meno, lo sguardo diventa perlopiù brama, aspettativa, ambizione. I disperati no, tra gli adulti loro sanno ancora praticare quello sguardo. Quelli trafitti da un unico lancinante dolore, quelli allo soglia della farneticazione, o della saggezza (chissà).
L’attesa che accada qualcosa
che dietro il nostro angolo visuale muti, s’inventi qualcosa
un particolare o una grande visione,
aldilà della strada, a un certo punto della vita, oltre la finestra, su uno schermo qualsiasi, il quadro percettore della nostra retina-pelle, il grande drappo del cinema.
L’immagine nel buio avanza verso di noi, e finalmente ci ri-guarda.
Quest’attesa, del guardare se arriva, questo look and look, è quello che più mi ha graffiato in questo “Posto” di Sorrentino.
Una traccia, linea tra tante vorrei fermare: Lo sguardo della madre.
Matrice prima dello specchio-figlio, quello vero, quello Assente, andato via senza notizie a costruire la stalagmite del tempo impazzito e bloccato alla finestra dell’unica visuale, ma anche l’Assenza del figlio-icona, il figlio-doppio, Cheyenne, prima vicino a lei ma incapace di dirle, di mitigare lo strappo, perchè strappato anche lui, mancante, poi lontano, in viaggio, poi finalmente apparizione lui stesso, alla fine del film, appare a Lei al posto del figlio originario, all’angolo della strada, mutato, altro, nuovo, ritrovato.

Anche il bambino-vecchio Cheyenne attende che accada qualcosa, l’eroina e la celebrità hanno distratto a lungo la sua attesa ed ora nella quiete goffa dell’agio prende piede la noia depressiva ed emerge l’irrisolto. Se lo squarcio della madre è il figlio assente, lo squarcio speculare di C. è suo padre, da sempre lontano, come morto, ora morto per davvero, “di vecchiaia, una malattia che non esiste” ci dice il protagonista.
Perchè C. Non vede il padre da trent’anni? Perchè crede che il padre non gli voglia bene. Con questo ingombrante inciampo C. non potrà consolare l’amica, pur volendolo, alla finestra da mesi, con la mano tremante tra la sigaretta e il telefono stretto al grembo.
Lei insieme a C. Sono personaggi del tremore, tremore differentissimo eppure unito dalla disperazione e dal rimorso, soprattutto la distanza, la separazione dal loro centro.

Lo sguardo della Madre è lo sguardo totale, il coro della leggerissima e delicata tragedia, eppure maledettamente rock, che ci propone il regista. E’ lo sguardo scucito, come ipotetica Maria “dark”, che sa (o meglio non sa, perchè separata) della croce del Figlio. Solo l’apparizione all’orizzonte (l’orizzonte sconfinato dell’autostrada americana, l’orizzonte minimale del quartiere dell’amica) può salvare entrambi.

C. deve ritrovare il Padre, deve ricucire i conti con lui anche se ormai morto. Ma non sarà il portare a termine la vendetta che suo padre non ha fatto in tempo a compiere contro il mostro nazista ad illuminarlo, bensì l’intuizione arriva d’improvviso, in viaggio, a casa della giovane Rachel, giovanissima madre vedova con un figliolo problematico in preda alla paura. Ancora tremore. “Ho deciso che mio padre non mi voleva bene…sono stato fottuto, fottuto dal fatto di non avere figli!” si sfoga C. Con la giovane. Come può un padre non amare un figlio, nonostante spesso ci sia un’incompatibilità comunicativa? Il cruciale anello esistenziale, l’amuleto che ci aiuta a comprendere in modo pieno e illuminante ciò, è forse solo l’avere a nostra volta dei figli. Allora questo tema dei genitori-figli, insieme a quello della crescita del protagonista, s’insinua in questo dell’Attesa. I fili sono tesi, le comunicazioni balbettanti, l’attesa è anche di parole nuove, definitive, risolutive.
Ma come fare? La comunicazione di C. così sfilacciata, in falsetto,stralunata, difficile, è al tempo stesso, in quanto spesso extra-verbale, diretta e poetica; socialmente e deliziosamente inceppata, distante dalla velocità contemporanea (il viaggio in America in Nave, la sua stessa camminata, il rifiuto della tecnologia).
C. Rifiuta fortemente di usare un cellulare, comunica attraverso cabine telefoniche, immerso nei paesaggi brulli dell’entro-America, e la presenza di apparecchiature telefoniche nel film è sempre di un gusto vintage. I fili di questi ingombranti telefoni, tutti stretti nella mano come a cercare appoggio in un supporto sicuro che riempia la mancanza di parole giuste, consolatorie, di una comunicazione efficace e brillante, sono fili arrotolati, che si tendono e si allungano, ma fino a un certo punto. Oltre il quale non si va, oltre il quale c’è silenzio assordante.

Tutti hanno perso i “contatti” con qualcuno o qualcosa nella propria vita, tutti attendono e, alla fine del viaggio, il trucco disciolto, C. come un nuovo Pinocchio che diventa un bambino di carne, diventa grande e acquista il sorriso della consapevolezza autentica, al di là del rimorso e della vendetta, sorriso che genera ri-conoscimento, che contagia (la Madre alla finestra vedendolo arrivare), che riordina gli scarti, riempie le assenze.
Per noi che guardiamo e che siamo guardati nel buio, il sorriso di Penn e lo speculare sorriso della Madre alla finestra è un esplosione, l’unico fotogramma che trasforma l’avventura dei pesonaggi nella nostra avventura dell’attendere, di spettatori, coloro che più di tutti aspettano che qualcosa appaia.

STORIA AFFETTIVA DEL FUTURO

18 ottobre 2011

di: Gioia Perrone

L’affetto era ciò che non volevo ridurre;
essendo irriducibile, esso era appunto per questo ciò a cui volevo,
ciò a cui dovevo ridurre la Foto”
(R. Barthes)

Anche questa urgenza di scrivere, si pensi, è senz’altro un sintomo dell’atavica paura di disperdere i fili che collegano le memorie. Si dovrà parlare di favola plurimnemonica se si intende la vita, quella di un attimo qualsiasi più un attimo qualsiasi più un altro ancora. Ma anche di presentimento.
Quella di una fotografia, hanno detto,può essere considerata come la storia di tutte le fotografie, e non sono certa che si possa trasporre il concetto alle esistenze reali, perché è di doppioni e di doppi che stiamo trattando quando si dice “fotografie”, senza che si tolga alcuna sfumatura di dignità alla vita nelle fotografie, alla vita dei nostri doppi.

I mercati dell’usato sono pieni di cose intaccate dal tempo e dal corpo altrui, dalle scritture che il corpo altrui infligge come marchio o malattia o come poesia su queste cose; la natura delle macerie è spontaneamente affine alla natura dell’oggetto fotografico, frammento per eccellenza, chincaglieria-scrigno del minimo. La “Feira da Ladra” è un grande mercato delle pulci di Lisbona, nel quartiere de l’Alfama; qui ero arrivata annusando sensazioni, avviluppata in immagini di desiderio e nei bendaggi in cui la vita avvolge dopo consuete e umane guerriglie. In un banchetto vicino a quello di giocattoli e bambole antiche e smangiucchiate, c’era una cassettina zeppa di vecchie foto a pochi centesimi. Ne acquistai due spinta da un istinto veloce e presa dalla sovreccitazione che mi procura il brulicare dei mercati; una fotografia in particolare ritenevo fosse un prezioso “bottino”, mi attirava il soggetto, ma solo dopo qualche ora, riaprendo in albergo la busta in cui l’avevo riposta, mi accorsi della piccola scrittura che recava sull’orlo superiore.
Una scrittura di inchiostro blu scolorito: “O Futuro!…”
Nella piccola foto si vedono tre donne in posa davanti l’obbiettivo alla luce del mattino, sorridenti, sulla strada scoscesa di fronte al muro di una casa di cui si vede una porzione di finestra, janela, come si dice in portoghese. Sono tre generazioni, dalla sinistra spicca la giovane donna che sembra, per posizione, sguardo e luce propria, il centro dell’obiettivo del fotografo: seduta su una seggiola di legno, ha capelli raccolti, il viso tondo e liscio, orecchini e vestito chiari di una moda anni ’30, in mano ha un tessuto e un ago, intenta a cucire. Alla sua destra una bambina bruna intorno ai dieci anni, vestita di bianco,ha un sorriso vivace e regge in braccio, posiziona dolo in alto tra lei e la ragazza seduta una bimba molto piccola. La loro ombra è proiettata sul muro.
La prima voce che mi sembra di sentire è quella di un uomo, il fotografo, uno di famiglia, forse il marito della giovane, che possiamo immaginare chiamare a raccolta le donnine di casa intorno alla madre che cuce nell’aria fresca; potrebbe essere una domenica mattina. E’ estate. Forse ad ascoltare meglio è un’altra storia; forse la giovane è la fidanzata del fotografo e le due bambine le sorelle piccole del futuro sposo, o le vicine di casa accorse a mettere il naso, ad apparire pure loro in un ritratto fotografico nato per essere intimo, privato, custodito nella tasca nascosta di una giacca. Tutte le voci si perdono in un attimo, in un brusio di interferenze, tutto ci ricorda di quanto “muta” può essere l’immagine fotografica, di quanto segreto sul segreto accumuli lo sguardo, a quanta impazienza deve far fronte l’immaginazione davanti alla superficie del rettangolo.
Molte volte ho provato a descrivere questa fotografia, senza riuscirvi, e non è detto che il discorso si perda ancora una volta, accecato da tanto mutismo, sopraffatto da una caso oggettivo in cui – come Breton – si sente di aver accesso grazie all’azione del desiderio. Si tratterebbe di una fotografia di tre sconosciute, doppioni di qualcuno che è già stato, già andato, giusto fermato per l’occasione dello scatto;
una fotografia misteriosa come solo tutte le fotografie sanno essere nel loro punto cruciale:dire la morte del futuro.
E questo è davvero il punto, proprio nell’accezione barthiana di punctum.
“O Futuro!…” la scrittura sull’orlo, sbiadita, tracciata sulla carta senza che noi si possa sapere se a tracciarla sia stato il fotografo o il fotografato, riecheggia come potente presentimento plurisemantico, come talismano del talismano –impone di fare domande, ma a chi?-
Era Breton che parlava di bellezza convulsiva come qualcosa che scuote la sicurezza del soggetto, che induce un’esaltazione attraverso una serie di shock; lo shock del reperto, direbbe ancora, “è in esso soltanto che ci è dato riconoscere il meraviglioso precipitato del desiderio. Il suo potere è di dilatare l’universo, di farlo parzialmente risorgere dalla sua opacità, di scoprirvi capacità di occultamento straordinario”. (Breton -Amor Fou). L’esigenza di descrivere questa fotografia infatti, è sorta solo dopo la scoperta fortuita e ritardataria (come si apprende una notizia scioccante dopo molto tempo dall’accadimento di un fatto) di questa sorta di appendice, pseudo – didascalia, traccia-emotiva che, lungi dall’indicare notizie più certe sullo scatto, da dargli una qualsivoglia interpretazione soggettiva, dall’illuminarlo insomma, almeno in parte, getta tutti, soggetti duplicati in foto e soggetti guardanti il fotografico, nello spaesamento (uno sguardo senza più casa, un referto senza paziente da curare), nel mistero più fitto del rebus.

L’immagine fotografica, già porta dimensionale verso altri luoghi temporali, è diventata una creatura nuova in tutt’uno con la sua didascalia; acquisito potere come nuova Parola Magica,Tarocco, sfonda la porta semichiusa (o semio-aperta) di quell’onnipresenza dei pensieri freudiana, dilagando ineluttabilmente nel territorio del Perturbante.
La fotografia nelle nostre mani è specchietto che riflette il nostro doppio ( o il messaggio che ha portato con sè per i nostri occhi) senza più nostre sembianze, altro da noi e sconosciuto,ma in cui tuttavia scrutiamo una familiarità calda, mortifera e inquietante. Tanto più il motivo della luce estiva, della giovinezza e del bianco stride con l’eco della stanza vuota dove poche parole riescono ancora a percepirsi, dove una parla su tutte.
Con una mano qualcuno ha tracciato il suo passaggio-desiderio sul ritratto che non invecchia, la fotografia è stata poi spedita e poi custodita per anni imprecisati, guardata come un talismano si guarda, come si annusa un fazzoletto, un tessuto intriso di qualcosa;poi, le persone della fotografia, la bambina, la donna sorridente con il viso liscio e luminoso, sono sparite, smarrite, o morte e anche la cura è cessata, mentre il Doppio, brulicante di tracce di vita propria vagava di mano in mano, di ladro in ladro, fino alla mia mano, fino a me che leggo in ritardo il futuro di un tempo che è passato.
O forse il mio stesso.