STORIA AFFETTIVA DEL FUTURO

di: Gioia Perrone

L’affetto era ciò che non volevo ridurre;
essendo irriducibile, esso era appunto per questo ciò a cui volevo,
ciò a cui dovevo ridurre la Foto”
(R. Barthes)

Anche questa urgenza di scrivere, si pensi, è senz’altro un sintomo dell’atavica paura di disperdere i fili che collegano le memorie. Si dovrà parlare di favola plurimnemonica se si intende la vita, quella di un attimo qualsiasi più un attimo qualsiasi più un altro ancora. Ma anche di presentimento.
Quella di una fotografia, hanno detto,può essere considerata come la storia di tutte le fotografie, e non sono certa che si possa trasporre il concetto alle esistenze reali, perché è di doppioni e di doppi che stiamo trattando quando si dice “fotografie”, senza che si tolga alcuna sfumatura di dignità alla vita nelle fotografie, alla vita dei nostri doppi.

I mercati dell’usato sono pieni di cose intaccate dal tempo e dal corpo altrui, dalle scritture che il corpo altrui infligge come marchio o malattia o come poesia su queste cose; la natura delle macerie è spontaneamente affine alla natura dell’oggetto fotografico, frammento per eccellenza, chincaglieria-scrigno del minimo. La “Feira da Ladra” è un grande mercato delle pulci di Lisbona, nel quartiere de l’Alfama; qui ero arrivata annusando sensazioni, avviluppata in immagini di desiderio e nei bendaggi in cui la vita avvolge dopo consuete e umane guerriglie. In un banchetto vicino a quello di giocattoli e bambole antiche e smangiucchiate, c’era una cassettina zeppa di vecchie foto a pochi centesimi. Ne acquistai due spinta da un istinto veloce e presa dalla sovreccitazione che mi procura il brulicare dei mercati; una fotografia in particolare ritenevo fosse un prezioso “bottino”, mi attirava il soggetto, ma solo dopo qualche ora, riaprendo in albergo la busta in cui l’avevo riposta, mi accorsi della piccola scrittura che recava sull’orlo superiore.
Una scrittura di inchiostro blu scolorito: “O Futuro!…”
Nella piccola foto si vedono tre donne in posa davanti l’obbiettivo alla luce del mattino, sorridenti, sulla strada scoscesa di fronte al muro di una casa di cui si vede una porzione di finestra, janela, come si dice in portoghese. Sono tre generazioni, dalla sinistra spicca la giovane donna che sembra, per posizione, sguardo e luce propria, il centro dell’obiettivo del fotografo: seduta su una seggiola di legno, ha capelli raccolti, il viso tondo e liscio, orecchini e vestito chiari di una moda anni ’30, in mano ha un tessuto e un ago, intenta a cucire. Alla sua destra una bambina bruna intorno ai dieci anni, vestita di bianco,ha un sorriso vivace e regge in braccio, posiziona dolo in alto tra lei e la ragazza seduta una bimba molto piccola. La loro ombra è proiettata sul muro.
La prima voce che mi sembra di sentire è quella di un uomo, il fotografo, uno di famiglia, forse il marito della giovane, che possiamo immaginare chiamare a raccolta le donnine di casa intorno alla madre che cuce nell’aria fresca; potrebbe essere una domenica mattina. E’ estate. Forse ad ascoltare meglio è un’altra storia; forse la giovane è la fidanzata del fotografo e le due bambine le sorelle piccole del futuro sposo, o le vicine di casa accorse a mettere il naso, ad apparire pure loro in un ritratto fotografico nato per essere intimo, privato, custodito nella tasca nascosta di una giacca. Tutte le voci si perdono in un attimo, in un brusio di interferenze, tutto ci ricorda di quanto “muta” può essere l’immagine fotografica, di quanto segreto sul segreto accumuli lo sguardo, a quanta impazienza deve far fronte l’immaginazione davanti alla superficie del rettangolo.
Molte volte ho provato a descrivere questa fotografia, senza riuscirvi, e non è detto che il discorso si perda ancora una volta, accecato da tanto mutismo, sopraffatto da una caso oggettivo in cui – come Breton – si sente di aver accesso grazie all’azione del desiderio. Si tratterebbe di una fotografia di tre sconosciute, doppioni di qualcuno che è già stato, già andato, giusto fermato per l’occasione dello scatto;
una fotografia misteriosa come solo tutte le fotografie sanno essere nel loro punto cruciale:dire la morte del futuro.
E questo è davvero il punto, proprio nell’accezione barthiana di punctum.
“O Futuro!…” la scrittura sull’orlo, sbiadita, tracciata sulla carta senza che noi si possa sapere se a tracciarla sia stato il fotografo o il fotografato, riecheggia come potente presentimento plurisemantico, come talismano del talismano –impone di fare domande, ma a chi?-
Era Breton che parlava di bellezza convulsiva come qualcosa che scuote la sicurezza del soggetto, che induce un’esaltazione attraverso una serie di shock; lo shock del reperto, direbbe ancora, “è in esso soltanto che ci è dato riconoscere il meraviglioso precipitato del desiderio. Il suo potere è di dilatare l’universo, di farlo parzialmente risorgere dalla sua opacità, di scoprirvi capacità di occultamento straordinario”. (Breton -Amor Fou). L’esigenza di descrivere questa fotografia infatti, è sorta solo dopo la scoperta fortuita e ritardataria (come si apprende una notizia scioccante dopo molto tempo dall’accadimento di un fatto) di questa sorta di appendice, pseudo – didascalia, traccia-emotiva che, lungi dall’indicare notizie più certe sullo scatto, da dargli una qualsivoglia interpretazione soggettiva, dall’illuminarlo insomma, almeno in parte, getta tutti, soggetti duplicati in foto e soggetti guardanti il fotografico, nello spaesamento (uno sguardo senza più casa, un referto senza paziente da curare), nel mistero più fitto del rebus.

L’immagine fotografica, già porta dimensionale verso altri luoghi temporali, è diventata una creatura nuova in tutt’uno con la sua didascalia; acquisito potere come nuova Parola Magica,Tarocco, sfonda la porta semichiusa (o semio-aperta) di quell’onnipresenza dei pensieri freudiana, dilagando ineluttabilmente nel territorio del Perturbante.
La fotografia nelle nostre mani è specchietto che riflette il nostro doppio ( o il messaggio che ha portato con sè per i nostri occhi) senza più nostre sembianze, altro da noi e sconosciuto,ma in cui tuttavia scrutiamo una familiarità calda, mortifera e inquietante. Tanto più il motivo della luce estiva, della giovinezza e del bianco stride con l’eco della stanza vuota dove poche parole riescono ancora a percepirsi, dove una parla su tutte.
Con una mano qualcuno ha tracciato il suo passaggio-desiderio sul ritratto che non invecchia, la fotografia è stata poi spedita e poi custodita per anni imprecisati, guardata come un talismano si guarda, come si annusa un fazzoletto, un tessuto intriso di qualcosa;poi, le persone della fotografia, la bambina, la donna sorridente con il viso liscio e luminoso, sono sparite, smarrite, o morte e anche la cura è cessata, mentre il Doppio, brulicante di tracce di vita propria vagava di mano in mano, di ladro in ladro, fino alla mia mano, fino a me che leggo in ritardo il futuro di un tempo che è passato.
O forse il mio stesso.

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2 Risposte to “STORIA AFFETTIVA DEL FUTURO”

  1. Ilaria Says:

    tuo intemporale, tuo inossidato tempo dei risorti al sorriso. sfavillio, sfarfallio di acque eterne nella tinozza del nostro qui.
    dicci sempre questo bianco, queste cose senza morte.
    Ila

  2. gioia Says:

    e Tu, Medusa celeste senza malosguardo!

    g.

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