IL POSTO DELLO SGUARDO

UNO SGUARDO APPENA SULL’ULTIMO SORRENTINO

di Gioia Perrone

Lo sguardo di chi aspetta qualcosa apparire è uno sguardo atavico, uno sguardo iscritto nella genetica, nella forma dell’uomo. Si inizia molto presto ad avere questo sguardo, i bambini sono ben allenati, sono un tutt’uno con questo sguardo. I grandi lo esercitano molto meno, lo sguardo diventa perlopiù brama, aspettativa, ambizione. I disperati no, tra gli adulti loro sanno ancora praticare quello sguardo. Quelli trafitti da un unico lancinante dolore, quelli allo soglia della farneticazione, o della saggezza (chissà).
L’attesa che accada qualcosa
che dietro il nostro angolo visuale muti, s’inventi qualcosa
un particolare o una grande visione,
aldilà della strada, a un certo punto della vita, oltre la finestra, su uno schermo qualsiasi, il quadro percettore della nostra retina-pelle, il grande drappo del cinema.
L’immagine nel buio avanza verso di noi, e finalmente ci ri-guarda.
Quest’attesa, del guardare se arriva, questo look and look, è quello che più mi ha graffiato in questo “Posto” di Sorrentino.
Una traccia, linea tra tante vorrei fermare: Lo sguardo della madre.
Matrice prima dello specchio-figlio, quello vero, quello Assente, andato via senza notizie a costruire la stalagmite del tempo impazzito e bloccato alla finestra dell’unica visuale, ma anche l’Assenza del figlio-icona, il figlio-doppio, Cheyenne, prima vicino a lei ma incapace di dirle, di mitigare lo strappo, perchè strappato anche lui, mancante, poi lontano, in viaggio, poi finalmente apparizione lui stesso, alla fine del film, appare a Lei al posto del figlio originario, all’angolo della strada, mutato, altro, nuovo, ritrovato.

Anche il bambino-vecchio Cheyenne attende che accada qualcosa, l’eroina e la celebrità hanno distratto a lungo la sua attesa ed ora nella quiete goffa dell’agio prende piede la noia depressiva ed emerge l’irrisolto. Se lo squarcio della madre è il figlio assente, lo squarcio speculare di C. è suo padre, da sempre lontano, come morto, ora morto per davvero, “di vecchiaia, una malattia che non esiste” ci dice il protagonista.
Perchè C. Non vede il padre da trent’anni? Perchè crede che il padre non gli voglia bene. Con questo ingombrante inciampo C. non potrà consolare l’amica, pur volendolo, alla finestra da mesi, con la mano tremante tra la sigaretta e il telefono stretto al grembo.
Lei insieme a C. Sono personaggi del tremore, tremore differentissimo eppure unito dalla disperazione e dal rimorso, soprattutto la distanza, la separazione dal loro centro.

Lo sguardo della Madre è lo sguardo totale, il coro della leggerissima e delicata tragedia, eppure maledettamente rock, che ci propone il regista. E’ lo sguardo scucito, come ipotetica Maria “dark”, che sa (o meglio non sa, perchè separata) della croce del Figlio. Solo l’apparizione all’orizzonte (l’orizzonte sconfinato dell’autostrada americana, l’orizzonte minimale del quartiere dell’amica) può salvare entrambi.

C. deve ritrovare il Padre, deve ricucire i conti con lui anche se ormai morto. Ma non sarà il portare a termine la vendetta che suo padre non ha fatto in tempo a compiere contro il mostro nazista ad illuminarlo, bensì l’intuizione arriva d’improvviso, in viaggio, a casa della giovane Rachel, giovanissima madre vedova con un figliolo problematico in preda alla paura. Ancora tremore. “Ho deciso che mio padre non mi voleva bene…sono stato fottuto, fottuto dal fatto di non avere figli!” si sfoga C. Con la giovane. Come può un padre non amare un figlio, nonostante spesso ci sia un’incompatibilità comunicativa? Il cruciale anello esistenziale, l’amuleto che ci aiuta a comprendere in modo pieno e illuminante ciò, è forse solo l’avere a nostra volta dei figli. Allora questo tema dei genitori-figli, insieme a quello della crescita del protagonista, s’insinua in questo dell’Attesa. I fili sono tesi, le comunicazioni balbettanti, l’attesa è anche di parole nuove, definitive, risolutive.
Ma come fare? La comunicazione di C. così sfilacciata, in falsetto,stralunata, difficile, è al tempo stesso, in quanto spesso extra-verbale, diretta e poetica; socialmente e deliziosamente inceppata, distante dalla velocità contemporanea (il viaggio in America in Nave, la sua stessa camminata, il rifiuto della tecnologia).
C. Rifiuta fortemente di usare un cellulare, comunica attraverso cabine telefoniche, immerso nei paesaggi brulli dell’entro-America, e la presenza di apparecchiature telefoniche nel film è sempre di un gusto vintage. I fili di questi ingombranti telefoni, tutti stretti nella mano come a cercare appoggio in un supporto sicuro che riempia la mancanza di parole giuste, consolatorie, di una comunicazione efficace e brillante, sono fili arrotolati, che si tendono e si allungano, ma fino a un certo punto. Oltre il quale non si va, oltre il quale c’è silenzio assordante.

Tutti hanno perso i “contatti” con qualcuno o qualcosa nella propria vita, tutti attendono e, alla fine del viaggio, il trucco disciolto, C. come un nuovo Pinocchio che diventa un bambino di carne, diventa grande e acquista il sorriso della consapevolezza autentica, al di là del rimorso e della vendetta, sorriso che genera ri-conoscimento, che contagia (la Madre alla finestra vedendolo arrivare), che riordina gli scarti, riempie le assenze.
Per noi che guardiamo e che siamo guardati nel buio, il sorriso di Penn e lo speculare sorriso della Madre alla finestra è un esplosione, l’unico fotogramma che trasforma l’avventura dei pesonaggi nella nostra avventura dell’attendere, di spettatori, coloro che più di tutti aspettano che qualcosa appaia.

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5 Risposte to “IL POSTO DELLO SGUARDO”

  1. Livio Romano Says:

    Bellissimo, condivido subito su FB. Un bacio in fronte!

  2. gioia Says:

    ricevuto :-)

  3. Silvia Taccone Says:

    un bellissimo ritratto del film…complimenti.

  4. Caino Says:

    i miei complimenti….
    disamina cosi sensibile che mi chiedo se sorrentino si sia proposto cotanto risultato….
    …..abbracci…

  5. gioia Says:

    Egregio sig.Franchini, ignoro quanto meno e d’altro possa esserci in quella testa folta. Tantè che riuscì a commuovere.

    baci e abbracci!

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