Archive for gennaio 2012

SHOT! MIMMO PESARE

29 gennaio 2012

a cura di: Gioia Perrone

“La realtà è diventata invisibile, quello che noi fotografiamo non esiste, nel senso che non è più significativo, e fra poco non lo vedremo più; guarderemo le foto come si guardano gli alberi genealogici, gli stemmi araldici, gli ideogrammi sulle pareti dei templi egiziani” (Franco Vaccari)

1.C’è un tuo ricordo particolare, del passato o di tempi recenti, legato alla fotografia? 


Essendo nato negli anni Settanta, ho metabolizzato la fotografia come qualcosa di celebrativo, quasi sacro. Nel senso che oggi siamo (anche felicemente) abituati a un uso dissipativo degli scatti: ce lo consente la tecnologia e una rappresentazione del mondo che veicola soprattutto attraverso le immagini e il moltiplicarsi di esse. Siamo sempre a fotografare qualcosa, con macchine, macchinette e cellulari. Possiamo farlo perché i supporti digitali ci permettono di archiviare una gran quantità di informazioni senza il peso e l’onere del vecchio “sviluppo”.
Quando ero piccolo la fotografia era un premio. Un piccolo evento. Una magia chimica (perché di chimica si trattava) che si ripeteva in occasioni segnate dalla loro esclusività. E ogni foto conservava tutto il carico di ricordi e di affetti strettamente legato a un numero di immagini non spropositato, misurato.
In particolare, uno dei miei primi ricordi è un minireportage del 1979 (avevo 4 anni) fatto da mio padre allo zoo di Fasano con una Kodak vecchissima, quella con i flash cubici usa e getta che facevano un piccolo fumo quando esplodevano. Ma anche una fantastica Polaroid regalo della prima comunione; quando si apriva emanava uno strano aroma di reagente chimico di cui le mie narici si drogavano. Credo di sentirlo ancora nella mia mente quell’odore…una sorta di madeleine postmoderna.


2.Qual è la “storia” della foto che hai scelto dal tuo album di famiglia?

Giusto per conservare questa temperie “Amarcord” – lo so che vuoi questo! –, ho scelto questa foto degli stessi anni (1978), ma al mare, a Torre Ovo. Ci sono foto che rimangono incastonate nella memoria come se non fossero passati trent’anni ma pochi mesi. Qui ero in punizione, dopo aver litigato con un bambino che aveva paura di andare sott’acqua. Mi ero fissato: volevo convincerlo che non c’era nessun pericolo e che era la cosa più bella del mondo. Piccoli esperimenti infantili di gioco con l’inconscio.

3.Dall’occhio all’orecchio, al tatto al gusto: un consiglio filosofico per ogni senso, me lo dai?

Un consiglio filosofico per ogni senso? Caspita, che domanda!
Allora, io sono una di quelle persone che prova a lavorare con la filosofia credendo che essa non serva a dare risposte o consigli, ma innanzitutto a sapersi porre delle domande. La filosofia – e molte discipline a essa contigue – troppo spesso si veste di spocchia e di saccenteria.
Allora provo ad auto-cambiarmi la domanda: cosa si chiedono, oggi, i miei sensi? Ma soprattutto: li ascolto ancora?
Ecco, mi pare che la seconda auto-domanda in qualche modo “fondi” e costituisca la base per la prima auto-domanda e per ogni possibile e successiva risposta. Cioè, mi fa paura la percezione che vi sia un sempre più pericoloso scollamento tra noi e l’ascolto dei nostri sensi. Si potrebbe pensare che nella mirabolante e così “carnale” epopea del berlusconismo, tutto sia flesso sugli impulsi, sui sensi.
Invece non credo sia così: mi pare sia sempre più evidente un fenomeno molto simile a quello che il vecchio Winnicott definiva “falso sé”. Una fuga lontano da noi, per non sentire l’angoscia del tempo presente, per non sentire la solitudine, per non provare insicurezza. Ma questo non significa prestare ascolto ai nostri sensi, significa dissiparne la portata di conoscenza indiziaria.
È l’eterna lotta tra il désir e la jouissance, tra l’ascolto dei propri sensi come possibilità di vita autentica e di incontro con la propria verità e le derive sensualistiche alle quali ci ha abituati una becera antropologia all’amatriciana!
Chiedo ai miei occhi di conservare un poco di stupore. Chiedo alle mie orecchie di continuare a farmi crescere e invecchiare con la musica, che è il regalo più bello della vita. Chiedo al mio tatto di essere sempre curioso. Chiedo al mio gusto e al mio olfatto di sperimentare sempre.

4.C’è un progetto al quale stai lavorando o al quale vorresti lavorare?





Si, c’è un progetto al quale sto lavorando, ma siccome ci tengo molto preferisco custodirlo ancora in una dimensione privata.

5.In quali occasioni usi la macchina fotografica e dove e in che modo conservi le tue fotografie?




Devo dire che non prendo in mano la mia vecchia reflex meccanica da almeno una decina di anni e questo mi manca. Non ho una reflex digitale ma alla fine ho deciso di comprarla e lo farò presto. Le vecchie fotografie cartacee le conservo in due pacchi di cartone abbastanza logori e in un paio di album che mi hanno regalato da bambino. In compenso ho una mezza dozzina di vecchi cellulari pieni di fotine sgranate. Che, fatti i debiti paragoni, potrebbero corrispondere a quelle foto poco definite fatte in gita con le macchinette di plastica. Tutto torna. A volte.








SHOT BIO MIMMO PESARE
Mimmo Pesare è nato a Manduria, nel 1975. È ariete ascendente scorpione. Ha fatto il barman, il bassista, lo speaker radiofonico, ha studiato filosofia.
Insegna Psicopedagogia del linguaggio alla Facoltà di Lettere Filosofia dell’Università del Salento, dove è Ricercatore.
Ama Jacques Lacan, Woody Allen e la new wave.
È tra i fondatori di “Krill. Quadrimestrale sull’Immaginario”.
Il suo ultimo libro è “Abitare ed esistenza” (Mimesis, Milano).

Cos’è SHOT!
https://granbelblog.wordpress.com/shot-interviste-semi-serie-su-noi-e-la-fotografia/

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QUESTA E’ UN’ALTRA POESIA

22 gennaio 2012

foto:Luigi Negro
testo: Gioia Perrone

I

Se la luce ci colpisce
se è la luce a colpire
se è il nome che da alle cose
a quelli che poi le guardano,
sarà lei la morte buia?
Sarà poi questo colpire e colpire
le domeniche di gennaio
che ci fa finire?

II

Corpo a corpo sei venuto alla luce
la finestra che si apre è questa cosa
la pelle le mammelle-veliero che succhi
che erano astro-navi delle ombre
ora piccole sfere nel lago della pazienza.

Sotto
rosseggiano le creature pesciolute
non nostre
come nella poesia di Palov gitano tra i filari

-Lì si celebra il giorno dell’errato e del contaminato-

ma questa è un ‘altra poesia
è la poesia della luce
e dei colpi che ci da addosso.

SHOT! GIORGIO VIVA

21 gennaio 2012

a cura di: Gioia Perrone

1.C’è un tuo ricordo particolare, del passato o di tempi recenti, legato alla fotografia?

Quando con il mio amico Riccardo ci divertivamo a fare foto emulando lo stile di Pierre Molinier, un fotografo surrealista. Cercammo di ricostruire nel salotto dei miei genitori la stessa atmosfera con piume di struzzo ecc. Le foto di Molinier sono molto ambigue giocano molto con il travestitismo e la confusione tra sessi ecc, il suo lavoro ancora oggi e`unico, poi io non sono bravo a descrivere opere dàrte… una ricerca su google può`descrivere meglio quello che stavamo ricostruendo così`per gioco, usando pellicole in bianco e nero.
Non ho mai riso così`tanto per delle foto, era estate e in pratica stavamo girando nudi con queste perle al collo e collant ridendo a crepapelle….

2.Qual è la “storia” della foto che hai scelto dal tuo album di famiglia?

Una in cui ero piccolo insieme a mio fratello. La storia e`più`riguardo quella maglietta con Adriano Celentano “yuppi du” aha che ricordo volevo fortemente e quel giorno mi sentivo così`orgoglioso di averla addosso e posare per la foto! Diciamo che era la prima volta che mi sentivo un fan di un cantante …

3.Salentino d’origine, so che da tempo non vivi più in Italia. Cosa è cambiato nella tua vita quotidiana e artistica?

Mi sono liberato dell`ossessione religiosa artisticamente sono andato oltre. la mia vita quotidiana non e`cambiata molto, non credo al fatto che cambi nazione e diventi raver, pr, party monster, stilista, gallerista ecc ahah. O almeno per quanto mi riguarda la prima cosa di cui mi sono dovuto accertare prima di spostarmi era che non avrei alterato il mio quotidiano.

4.C’è un progetto al quale stai lavorando?

Si diciamo di si, in realtà`più`che un progetto e`un concetto che sto sviluppando pittoricamente, richiamando tutti questi elementi che da piccoli erano così`importanti per me e che poi per dovere di tappe nella società`si devono abbandonare senza pietà`, quindi i giocattoli soprattutto. sai me li immagino che quando cresciamo tutti questi piccoli ex oggetti “animati” da noi,
cui attribuivamo una anima, gli davamo vita come fossimo degli dei
…ecco una volta abbandonati dove vanno a finire? in quale limbo? e quali tracce lasciano dentro di noi? questo mi interessa. Tra l`altro più`vado avanti con questi lavori e più`ricordi del`infanzia riaffiorano come flash, i colori soprattutto, posso visualizzare benissimo un ombretto turchese chiaro che una mia zia aveva 30 anni fa per esempio.

5.In quali occasioni usi la macchina fotografica e dove e in che modo conservi le tue fotografie?

Ti devo deludere, la mia macchina fotografica e`lìphone che uso più come fotocamera che come telefono. Molto pratico e sempre pronto. Questo mi permette di fare molte foto che (ahime`) metto su facebook a mo`di spam continuo. I miei soggetti sono soprattutto la mia collezione di Barbies per la quale ho creato una pagina apposita http://giorgiodream.tumblr.com/
Poi mi piace fotografare paesaggi depressivi, industriali alle entrate delle città`o sulle autostrade ecc, anche a lecce l èstate scorsa feci foto a case tra leveranno e Torre Lapillo, che onestamente sembrano uno scenario del videogioco di guerra “call of duty” ( qui la galleria delle foto http://giorgioviva.org/wp/2011/07/22/call-of-duty-4-or-the-landscape-between-leveranoporto-cesareo-in-south-itali-puglia/ ). Le mie foto molto facilmente vanno a finire su Iphoto, che trovo comodissimo perché`oltre ad essere il software per lìphone, le colleziona automaticamente e le mette in ordine per data . così`scrollando vedo facilmente scorrere gli anni passati, per me che sono disordinato e`ottimo:) .

SHOT BIO GIORGIO VIVA

Giorgio Viva, in arte S.O.G.T è nato a Lecce nel 1970, ha studiato presso l’Accademia di Belle arti di Lecce, è pittore e dj ma soprattutto sperimentatore di altre dimensioni.
Ama i gatti e i giocattoli. Ha una sterminata collezione di bambole e Barbie.

Sue sperimentazioni sonore e visuali sono visibili sul web, per esempio qui: http://giorgioviva.org/wp/

COS’E’ SHOT
https://granbelblog.wordpress.com/shot-interviste-semi-serie-su-noi-e-la-fotografia/

SHOT! LIVIO ROMANO

14 gennaio 2012

a cura di: GIOIA PERRONE

“Ma non è forse vero che ogni punto delle nostre città è il luogo di un delitto? Che ogni passante è un delinquente?E il fotografo,successore degli auguri e degli auspici, con le sue immagini non è forse chiamato a risolvere la colpa e indicre il colpevole?” (W.Benjamin)

1.C’è un tuo ricordo particolare, del passato o di tempi recenti, legato alla fotografia?

Da bambino mi comprai una Kodak a fuoco fisso e decisi che da quel momento in poi il mio soprannome sarebbe stato DinAsa. Era una macchinetta pazzesca, dovevi comprare quei flash a cubo che duravano quattro scatti e poi dovevi sostituirli ma ricordo di aver fatto un mucchio di foto. Poi a 20 anni ho comprato una Zenith dai polacchi. Totalmente manuale, neppure l’esposimetro. Una dura scuola di fotografia. Ho fatto diversi tentativi, mi piaceva usare un obiettivo da 120mm pesantissimo ma anche molto “scuro”, scoprii dopo diversi rullini sviluppati. Avevo un problema fondamentale: mettevo a fuoco malissimo. Essendo miope, la distanza fra la lente dell’occhiale e il mirino sfalzava il fuoco col risultato che il 70% delle fotografie veniva irrimediabilmente sfuocato. Ero poverissimo e mai mi sarei potuto permettere un’altra macchina né un mirino graduato. Lasciai perdere. Oggigiorno nutro una scarsa passione per le digitali. Ne ho di molto spartane. Le reflex non mi attirano. Un po’ perché nel frattempo son passato per diverse altre passioni (la chitarra, per esempio: venduta per totale assenza di talento musicale) approdando infine al mio naturale e antico amore che è quello per la scrittura. Un po’ perché non ho davvero tempo, con tre figlie tre lavori, per dedicarmi a null’altro. Ma, soprattutto, le reflex digitali mi mettono soggezione. Sono pigrissimo. So che impiegherei anni a capire come funzionano. Odio i libretti delle istruzioni. Mi parlano di set di impostazioni che puoi scaricare dalla rete, mi gira la testa al solo pensiero.

2. Qual è la “storia” della foto che hai scelto dal tuo album di famiglia?

Ho casse e casse stracolme di fotografie di famiglia –la mia, non quella d’origine, della quale conservo un centinaio di foto appena. Comunque l’incredibile fotografia che ho scelto dall’album (anzi: dalla grande busta di cellophane che conserva mia madre) è legata ai primi pruriti adolescenziali. Quando racconto di aver fatto danza classica per tre anni la gente mi guarda con sospetto, molti si chiedono se non sia omosessuale. In realtà io e Marco, il mio amico, avevamo le sorelle che andavano a danza, ed eravamo affascinati dalla quantità e qualità di ragazzine che circolavano in quella scuola. Altro che calcio o basket (sport, quest’ultimo, che pure ho praticato) o corso di inglese. Per cuccare, ci dicemmo, dovevamo diventare ballerini. E così fu. Quattro maschi per trecento femmine, una pacchia. Ma a me non mi filò nessuno per tutt’e tre gli anni. Ero cicciottello. Piuttosto bravo, mi diceva la maestra, ma di ragazzine manco l’ombra. Mi innamorai follemente di una 17enne e io ne avevo 13. Comprai tutte le foto del saggio che la ritraevano. La spiavo nei camerini mentre si cambiava. I camerini. Il teatro, il palcoscenico, le assi. Che eccitazione, quei giorni del saggio. Io e Marco a impiastricciarci la faccia di fondotinta ché la consegna era “andatevi a truccare” e noi, appunto, andavamo nel nostro personale camerino del Teatro Italia di Gallipoli e ci truccavamo. Tempo fa sono andato a prendere una delle mie figlie dalla lezione di danza. Dal fondo della sala sento un gridolino partire e vedo un omone correre verso di me al motto di “Teeeeeeeeacher”, con gli avambracci penzolanti e il passo di un cigno in amore. Mi si para davanti e mi sbaciucchia, vestito in tuta aderente come me in questa foto. Capisco la questione dopo qualche minuto. Ex alunno sempre stato effeminato, cresciuto, diventato un personaggio che sembra uscito da Billy Eliot –la mamma nel corridoio che lo aspetta per riaccompagnarlo a casa. Gli ho detto: “Sai che anch’io ho fatto danza classica?”. Mi ha baciato di nuovo e un brivido mi ha percorso la schiena: i compagni che mi beffeggiavano, avevano ben donde di che farlo –si sa: all’inizio degli anni Ottanta non è che ci fosse questa mentalità politically correct d’oggidì.

3. Livio tu insegni lingua inglese in una scuola pubblica, qual è il buono che in questi ultimi anni hai trovato nelle tue classi e di cosa, eventualmente, hai sentito la mancanza? C’è un consiglio che ti senti di dare a un giovane insegnante alla prima esperienza?

Domanda da un milione di dollari, naturalmente, ché è arcinota la piega che ha preso la scuola pubblica in Italia dalla Moratti in poi. Mi metti in difficoltà sai? Perché negli ultimi anni trovo i bambini sempre più capricciosi, carenti di una guida sicura, autorevole, sempre più indisciplinati poiché abituati a fare a meno delle regole con i genitori “amici” che si ritrovano, sempre più spavaldi e narcisisti. Mettici che sopravvivere in una scuola nella quale il primo ad insultare il tuo lavoro è il ministro in persona, spolvera tutto con quest’insopportabile retorica aziendalistica che ha pervaso il modo di parlare dei cosiddetti dirigenti e quasi tutto il loro operare: e vedi da te che insegnare al giorno d’oggi è un’esperienza davvero poco esaltante, quasi masochistica, frustrante. Direi questo a un giovane insegnante, in sostanza (un insegnante di ruolo, intendo): pensaci bene, è un lavoro della malora, ti danno due lire e una volta entrato non ne esci più, dunque fai due più due: o ti senti davvero portato, investito del sacro fuoco pedagogico, e di una fortissima vis polemica per contrastare i mille sgambetti che schiere di colleghe (quasi tutte donne, nelle scuole italiane) ti metteranno quasi ogni giorno, oppure –credimi- lascia stare, cambia strada, vai a farlo all’estero.

4. Ci sono state immagini che ti hanno ispirato scritture?

Non delle immagini in particolare, non almeno delle immagini ferme. È un esercizio tipico nei corsi di creative writing: costruisci una storia partendo da una fotografia. Io non credo che sia mai partito da una sola immagine per inventare (dal latino inventio, tirare fuori) una narrazione. Le immagini, d’altro canto, son dappertutto: a partire da quelle che conserviamo nella nostra mente, passando a quel che ogni giorno vediamo e che a fine giornata possiamo tranquillamente fermare in un unico ricordo come un fermo-immagine (volti, perlopiù, o modi di agghindarsi o camminare, o scorci, o panorami), per finire a quell’enorme serbatorio di immaginario che è il cinema e, in generale, tutta l’arte visiva, dal fumetto alla pittura. Ecco, se ci son davvero delle visioni che hanno profondamente inciso sul mio modo di raccontare le avventure delle persone, questo è il cinema. Ultimamente, per far solo un piccolo, grossolano esempio, mi ronza per la testa una sequenza di Kate Winslet in The eternal sunshine of a spotless mind, una scena di tale potenza evocativa dalla quale credo di partire per scrivere il prossimo romanzo. (Ho scritto “grossolano” perché non volevo scomodare il grandissimo cinema che, volente o nolente, ha secondo me influenzato ciascuna singola storia di ciascun narratore da almeno un secolo a questa parte).

5. In quali occasioni usi la macchina fotografica e dove e in che modo conservi le tue fotografie?

Ormai non uso più la macchina fotografica. Ho comprato un’automatica digitale nel 2005 e, se proprio devo, uso ancora quella per immortalare compleanni ed eventi simili. Detesto i genitori che si presentano alle recite dei figli muniti di cavalletti, telecamere, fotocamere, borse, obiettivi. Praticamente le mie figlie non hanno foto delle loro esibizioni scolastiche, né dei loro saggi di danza. Passata la sbornia dei primi anni di vita, abbiamo smesso di fotografarle. Ho anche notato che nei moltissimi viaggi che ho fatto negli ultimi dieci anni per promuovere i miei libri non ho mai fatto una fotografia, e mi devi credere se ti dico che non ho una sola foto di una delle mie presentazioni (d’altro canto in casa non ho neppure i miei stessi libri, e ho perduto per sempre anche i ritagli delle recensioni più importanti e prestigiose). Per fortuna hanno inventato il telefonino con la fotocamera. Trovo piuttosto decenti quelle due o tre foto che faccio con una camera da 4 megapixel (il fatto che poi non ho il cavetto né il collegamento bluetooth per trasferirle sul computer e che rompo spesso il cellulare perdendone tutto il contenuto: è un altro discorso). Ecco, il computer. Paradossalmente mi è venuto in soccorso per redimere il mio disordine poiché so che se voglio una cosa è lì, nell’hard disk. E però abbiamo perso la magia della sorpresa, del vedere un rullino sviluppato, dell’attesa di “come saranno venute” le fotografie. Ne facciamo 200 e le riversiamo distrattamente nel pc e ce ne scordiamo finché non dobbiamo resettare il disco rigido e allora queste migliaia di immagini ci ballano ancora agli occhi come oggetti estranei ed estranianti.

LIVIO ROMANO SHOT BIO
Livio Romano è nato nel 1968 a Nardo’, in provincia di Lecce, dove vive. Insegna inglese in una scuola elementare, e scrive da sempre. Oltre a collaborazioni per giornali riviste radio teatro cinema ha pubblicato un racconto in Disertori (Einaudi), tre racconti in Sporco al sole (Besa-Books Brothers), i romanzi Mistandivò (Einaudi 2001) e Porto di mare (Sironi, 2002), il saggio “Da dove vengono le storie” (Lindau, 2000), il lungo reportage dalla Bosnia “Dove non suonano più i fucili” (Big sur, 2005, vedi link). Per Radio RAI 3 ha curato “Gli uomini dalla testa di girasole” per la serie Cento lire, “Diario elementare” per Fahre Blog , “Il fascino mite delle travi di legno” per Storyville. Suoi racconti sono apparsi in numerose antologie e testate, fra cui “Mica male il tuo libro” (Aliberti), “Narrative invaders” curata da Renato Barilli, Linus (“Breve lamento del giovane padre progressista”), Mordi & Fuggi, Manni editore, L’Unita, la Repubblica, Ulisse. Insegna scrittura creativa in scuole d’ogni ordine, associazioni, università. Collabora con le pagine culturali del Corriere della sera – Bari. Nel febbraio del 2007 è uscito il romanzo Niente Da Ridere, ed. Marsilio e nell’aprile 2011 Il mare perché corre, Fernandel, già accolto dalla critica e dal pubblico con grande favore.

Cos’è SHOT?

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FERRANIA e i bambini impeccabili!

9 gennaio 2012

testo: Gioia Perrone

“Potete stare tranquilli”
“Con queste pellicole sbagliare diventa un problema!”

Questo recita lo sponsor delle pellicole fotografiche FERRANIA nelle ultime pagine del libretto che, per bontà di un dono molto gradito, mi è capitato per le mani.
Il libretto in questione è un vecchissimo manuale tecnico della collana curata da CORRADO MARIN . “La fotografia di bambini; edizioni tecniche del corso generale di fotografia”, Trieste, 1954.
L’Organizzazione Fotografica del Dott. Marin era, secondo le notizie che leggo dal Centro di fotografia dinamica DRAM , un’industria fototecnica che costruiva attrezzature fotografiche, dai banchi ottici agli illuminatori etc..il titolare è stato particolarmente prolifico di materiale didattico, e teneva un corso di fotografia per corrispondenza (!) di cui questi volumi sarebbero degli estratti tematici.
Infatti altri titoli della collana hanno nomi come ” La fotografia al mare”,”La fotografia in controluce”, “La fotografia notturna” etc….l’intento era di guidare gli amatori più intenzionati e ligi, e aggiornare i professionisti.
Oggi una rivista di questo tipo la venderebbero probabilmente in edicola, con fotografie straluccicanti e strafotoshoppate, soluzioni grafiche e di formato accattivanti e facilmente fruibili.
Questo libretto vintage, trovato in un negozio di libri vintage, protetto da una velina di plastica fermata con dello scotch, conserva tutte le tracce di un’epoca gloriosa e totalmente estinta.
Questo manualetto arancione e bianco, dalle pagine ingiallite e ruvide, che si sfoglia subito, sono una quarantina di pagine, a leggerlo ha qualcosa di romantico;
L’intento è di dare schematici e semplici consigli tecnici su come immortalare i propri bambini o quelli altrui (nel caso di fotografi da studio o “a domicilio”) in modo professionale e impeccabile, su come usare filtri, illuminazione, attrezzi fotografici. Il tutto condito da tabelle pratiche e alcune fotografie in bianco e nero di bambini in pose che oggi definiremo bizzarre.

Ecco alcuni estratti dal decalogo delle tecniche di approccio con il “pianeta bambino” anni ’50:

“Non bisogna costringere il bambino, e nemmeno convincerlo, bisogna invogliarlo.Ecco perchè rivestirà una notevole importanza il primo contatto tra il bambino e il fotografo; questi non dovrà mai avvicinarlo ed intrattenerlo con espressione seria e dall’alto.”

dalla sezione Ritratto in studio: “Qui il fotografo sarà padrone delle luci, ma viceversa il soggetto tenderà a perdere quelle caratteristiche di naturalezza, grazia e spontaneità che normalmente lo contraddistinguono quando viene colto all’aria aperta o nel suo ambiente abituale. Bisognerà quindi uniformarsi a una determinata linea di condotta che tenga conto della psicologia infantile.

Per la fotografia in studio il Dott.Marin allora ci consiglia di:
-“accendere da bel principio qualche riflettore. La luce attrae i bambini”
-“apporre una corona di lampadine a vari colori intorno all’arco della porta d’ingresso della saletta da posa.”
-“far rimanere accanto a loro i genitori fino all’ultimo momento e se il bambino non vorrà staccarsi dalla mamma sarà meglio coglierlo in un momento nel quale la mamma o chi lo accompagna possa tenerlo un momento discosto da se”
-“fondi movimentati con tendaggi, colonne od altro, non si prestano per un genere di fotografia che deve ispirarsi a semplicità e schiettezza.”

La parte del manuale più straniante, pensando alle modalità e agli strumenti leggerissimi che oggi utiliziamo in casa per scattare una foto ad un bambino, è quella dedicata ai ritratti dei bambini e neonati in casa, quella che i fotografi realizzavano a domicilio.
“Infatti nel loro ambiente essi si muovono con la massima disinvoltura, assumono atteggiamenti naturali e le espressioni del volto sono quelle abituali” scrive Marin.

E ancora:

“Sarà bene soprattutto che il bambino non si accorga neppure di venir fotografato”
E ci spiega poi come (come facevano i bambini a non accorgersene con tutto questo traffico e trambusto di attrezzi fotografici??)
“I migliori risultati si possono conseguire con gli apparecchi fotografici comandati a distanza. Un apparecchio di medie dimensioni potrà venir piazzato nel punto migliore e collegato possibilmente con due od eventualmente tre torcie lampo, le quali, mediante i comuni morsetti a vite potranno venir fissate nella stanza su un tavolo, su una seggiola, su una mensola. Le torcie lampo saranno collegate con lo (sic.) apparecchio e l’otturatore potrà venir comandato dal fotografo mediante uno scatto di qualche metro di lunghezza, da un punto qualunque della stanza o anche dalla soglia di questa, senza suscitare l’eventuale scontrosità del piccolo cliente.”

Marin continua poi con consigli riguardanti l’apertura del diaframma, l’utilizzo della luce diurna, lo schema illustrato di tutti gli e lampade da puntare intorno al soggetto. Insomma, la descrizione di queste tecniche ci fa “vedere” quello che già si studia nella storia sociale della fotografia, cioè che l’entrata in casa di un fotografo professionista, (al di là delle velleità dell’autore di carpire la “spontaneità” del soggetto bambino nonostante il tafferuglio incredibile di fili, luci, strumentazioni), segna anche il momento e il “luogo di un rituale”, il tempo dedicato al ritratto, come avveniva e avviene tutt’ora nel caso delle visite mediche a domicilio. (I consigli tecnici in questione sottolineano infatti come non fosse improbabile che il bambino non vedesse affatto di buon occhio il fotografo e dimostrasse rigidità nei suoi confronti e nei confronti delle regole comportamentali imposte che spesso il fotografo portava con se, proprio come accade ad un medico che deve visitare un bimbo a domicilio).
La fotografia di bambini, si afferma come genere fotografico solo dopo la seconda guerra mondiale, prima gli scatti familiari dedicati interamente ai bambini erano più rari, i bambini comparivano perlopiù nei gruppi familiari o nei gruppi scolastici o religiosi.
Negli anni ’50 , molto prima che fosse diffusa la fotografia faidatè, era in voga nelle buone famiglie borghesi realizzare ritratti ai propri figli; chi ne aveva la possibilità economica portava spesso il bambino allo studio del fotografo oppure lo riceveva in casa appunto; le famiglie più povere possedevano invece pochi ritratti, e spesso dovevano tenersi quelli (gli unici) dove il proprio figliuolo magari era triste, scontento, arrabbiato, dell’evento fotografico, del tafferuglio, dell’imposizione della posa.
I fotografi pubblicitari e professionali a domicilio in quegli anni, dovevano scattare immagini che incontrassero gradimento, “dovevano comprendere e soddisfare il modo di pensare, i pregiudizi e i valori dei loro clienti, dovevano capire le ispirazioni e l’iconografia della cultura che erano chiamati a preservare visivamente. Questi fotografi condividevano il desiderio di non essere cinici, ironici o di sorprendere il soggetto in un momento di debolezza. Il loro intento era ritrarlo con precisione.”(Barbara Norfleet,in When We Liked Ike: Looking for Postwar America, 2001)

Ed è proprio questo il primo obbiettivo che trasuda da questa vecchia collana editoriale, ottenere ritratti formalmente “impeccabili”, un’impostazione di lavoro “westoniana” rigida nel definire il bello fotografico nell’impeccabilità dell’illuminazione e della messa a fuoco, ma non solo, anche nell’impeccabilità della resa artificiale della spontaneità. Lo reclama bene la Ferrania: “sbagliare diventa un problema!”

Pensare che la Ferrania è nata nientemeno che dalla dinamite. Così è. La storia narra che a Cengio, in Liguria, nel 1882, viene impiantata una fabbrica di dinamite. Nasce la SIPE (Società Italiana di Prodotti Esplodenti) che cresce a dismisura con l’Ingresso dell’Italia nel primo conflitto mondiale. Addirittura la Russia, a corto di esplosivo in polvere, si rivolge alla SIPE per essere rifornita di miscela di nitrocellulosa. Così nel nuovo impianto, situato nei pressi di Ferrania, i tecnici dello zar Nicola II preparano la polvere per i proiettili dei loro pezzi d’artiglieria fino a quando la Rivoluzione d’Ottobre porta la Russia fuori dal conflitto.
Visto la presenza delle enormi scorte lasciate dai russi, si decide immediatamente di riconvertire l’impianto producendo celluloide (nitrocellulosa e canfora), il materiale che costituisce il supporto della pellicola cinematografica.

(notizie che si possono leggere integralmente qui: http://www.storiadellafotografia.it/2010/02/17/ferrania/)
qui: http://www.cairomontenotte.com/biblioteca/vari/3m/3m3.html
e qui:
http://archivio.fototeca-gilardi.com/lightbox/2085

La Ferania conosce a partire dalla metà degli anni ’30 un enorme sviluppo.
“Più che i microrganismi”, scriveva il direttore tecnico Cassinis, “il temibile nemico di questa speciale industria è la polvere. L’aria che circola negli ambienti dev’essere quindi depurata. La pulizia delle persone, dei vestiti, delle scarpe, delle suppellettili, degli ambienti esige prescrizioni speciali e i centomila metri cubi di aria che ogni ora girano nel circuito dell’essiccatoio pellicola debbono essere privi assolutamente di sostanze solide sospese anche minime, perché la gelatina umida è un magnifico mezzo per captarle. Questi brevi accenni sulle difficoltà della lavorazione credo bastino a persuadere che, senza il sussidio, assolutamente necessario, di una tecnica speciale, che si matura anche coll’aiuto di pazienza e resistenza di nervi a tutta prova, c’è la quasi certezza di fallire lo scopo”.

Non fallire, non sbagliare.
Li posso vedere benissimo, come in un film, gli operai della Ferrania, nell’asetticità ossessiva imposta dall’azienda, nelle loro tute-camici bianchi , cuffie per capelli, e guanti di lattice, che parlano a voce bassa, che maneggiano con estrema delicatezza e precisione questi materiali sensibili, degni di mine inesplose.

Bisognerà aspettare gli anni ’60 e le teorie whitmaniane “ogni oggetto o condizione o combinazione o processo esprime una sua bellezza” , perchè la “fallibilità” acquisti nel quotidiano come nell’arte, nella società come nella fotografia la sua importanza, perchè la stessa fotografia riesca a ridefinire parzialmente il bello e il brutto, liberandosi dei vecchi concetti di “errore”, di “evento rilevante” delle discriminazioni tra importante e banale.
Anche il luogo del ritratto si smaterializza, ogni luogo ha la sua importanza, la famiglia provvederà in modo sempre più autonomo ad autorappresentarsi con le sue produzioni, scatti sempre più emozionali, cioè legati alla funzione della fotografia come ricordo, come filo riconduttore, come istantanea di un momento privato, più che incentrarsi sulla perfezione formale di illuminazione e taglio. Il rituale non scompre del tutto, ma cambia forma, cambia formato. Le macchine fotografiche sono snelle, immediate, digitali, gli errori si eliminano oppure si “ricercano” per soluzioni creative, alcune macchine fotografiche sono anche telefoni e computer o viceversa, le fotografie si ammassano sempre più numerose e compresse nell’hardwere, il “momento” dello scatto, dura meno di un momento, ma rimane immutato il momento della condivisione, che tuttosommato funziona più o meno con gli stessi meccanismi del 1954.Il medico pure, arriva ancora a domicilio e c’è qualcuno che lo guarda in cagnesco.

#un ringraziamento speciale a Valentina

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2 gennaio 2012

foto e testo: Gioia Perrone

Se iniziassimo a salire.
Risalire nel buio tagliare l’oscuro
fino all’apice pistillo
come piccole cavallette sugli steli ondulati,
potremo ambire allora, al chiarore?

Se invece di cambiare discorso
io finalmente riuscissi a fare il fottuto discorso
della morte, e così magistrale e pulito
come falena lo fa quando secca
al freddo della notte.