FERRANIA e i bambini impeccabili!

testo: Gioia Perrone

“Potete stare tranquilli”
“Con queste pellicole sbagliare diventa un problema!”

Questo recita lo sponsor delle pellicole fotografiche FERRANIA nelle ultime pagine del libretto che, per bontà di un dono molto gradito, mi è capitato per le mani.
Il libretto in questione è un vecchissimo manuale tecnico della collana curata da CORRADO MARIN . “La fotografia di bambini; edizioni tecniche del corso generale di fotografia”, Trieste, 1954.
L’Organizzazione Fotografica del Dott. Marin era, secondo le notizie che leggo dal Centro di fotografia dinamica DRAM , un’industria fototecnica che costruiva attrezzature fotografiche, dai banchi ottici agli illuminatori etc..il titolare è stato particolarmente prolifico di materiale didattico, e teneva un corso di fotografia per corrispondenza (!) di cui questi volumi sarebbero degli estratti tematici.
Infatti altri titoli della collana hanno nomi come ” La fotografia al mare”,”La fotografia in controluce”, “La fotografia notturna” etc….l’intento era di guidare gli amatori più intenzionati e ligi, e aggiornare i professionisti.
Oggi una rivista di questo tipo la venderebbero probabilmente in edicola, con fotografie straluccicanti e strafotoshoppate, soluzioni grafiche e di formato accattivanti e facilmente fruibili.
Questo libretto vintage, trovato in un negozio di libri vintage, protetto da una velina di plastica fermata con dello scotch, conserva tutte le tracce di un’epoca gloriosa e totalmente estinta.
Questo manualetto arancione e bianco, dalle pagine ingiallite e ruvide, che si sfoglia subito, sono una quarantina di pagine, a leggerlo ha qualcosa di romantico;
L’intento è di dare schematici e semplici consigli tecnici su come immortalare i propri bambini o quelli altrui (nel caso di fotografi da studio o “a domicilio”) in modo professionale e impeccabile, su come usare filtri, illuminazione, attrezzi fotografici. Il tutto condito da tabelle pratiche e alcune fotografie in bianco e nero di bambini in pose che oggi definiremo bizzarre.

Ecco alcuni estratti dal decalogo delle tecniche di approccio con il “pianeta bambino” anni ’50:

“Non bisogna costringere il bambino, e nemmeno convincerlo, bisogna invogliarlo.Ecco perchè rivestirà una notevole importanza il primo contatto tra il bambino e il fotografo; questi non dovrà mai avvicinarlo ed intrattenerlo con espressione seria e dall’alto.”

dalla sezione Ritratto in studio: “Qui il fotografo sarà padrone delle luci, ma viceversa il soggetto tenderà a perdere quelle caratteristiche di naturalezza, grazia e spontaneità che normalmente lo contraddistinguono quando viene colto all’aria aperta o nel suo ambiente abituale. Bisognerà quindi uniformarsi a una determinata linea di condotta che tenga conto della psicologia infantile.

Per la fotografia in studio il Dott.Marin allora ci consiglia di:
-“accendere da bel principio qualche riflettore. La luce attrae i bambini”
-“apporre una corona di lampadine a vari colori intorno all’arco della porta d’ingresso della saletta da posa.”
-“far rimanere accanto a loro i genitori fino all’ultimo momento e se il bambino non vorrà staccarsi dalla mamma sarà meglio coglierlo in un momento nel quale la mamma o chi lo accompagna possa tenerlo un momento discosto da se”
-“fondi movimentati con tendaggi, colonne od altro, non si prestano per un genere di fotografia che deve ispirarsi a semplicità e schiettezza.”

La parte del manuale più straniante, pensando alle modalità e agli strumenti leggerissimi che oggi utiliziamo in casa per scattare una foto ad un bambino, è quella dedicata ai ritratti dei bambini e neonati in casa, quella che i fotografi realizzavano a domicilio.
“Infatti nel loro ambiente essi si muovono con la massima disinvoltura, assumono atteggiamenti naturali e le espressioni del volto sono quelle abituali” scrive Marin.

E ancora:

“Sarà bene soprattutto che il bambino non si accorga neppure di venir fotografato”
E ci spiega poi come (come facevano i bambini a non accorgersene con tutto questo traffico e trambusto di attrezzi fotografici??)
“I migliori risultati si possono conseguire con gli apparecchi fotografici comandati a distanza. Un apparecchio di medie dimensioni potrà venir piazzato nel punto migliore e collegato possibilmente con due od eventualmente tre torcie lampo, le quali, mediante i comuni morsetti a vite potranno venir fissate nella stanza su un tavolo, su una seggiola, su una mensola. Le torcie lampo saranno collegate con lo (sic.) apparecchio e l’otturatore potrà venir comandato dal fotografo mediante uno scatto di qualche metro di lunghezza, da un punto qualunque della stanza o anche dalla soglia di questa, senza suscitare l’eventuale scontrosità del piccolo cliente.”

Marin continua poi con consigli riguardanti l’apertura del diaframma, l’utilizzo della luce diurna, lo schema illustrato di tutti gli e lampade da puntare intorno al soggetto. Insomma, la descrizione di queste tecniche ci fa “vedere” quello che già si studia nella storia sociale della fotografia, cioè che l’entrata in casa di un fotografo professionista, (al di là delle velleità dell’autore di carpire la “spontaneità” del soggetto bambino nonostante il tafferuglio incredibile di fili, luci, strumentazioni), segna anche il momento e il “luogo di un rituale”, il tempo dedicato al ritratto, come avveniva e avviene tutt’ora nel caso delle visite mediche a domicilio. (I consigli tecnici in questione sottolineano infatti come non fosse improbabile che il bambino non vedesse affatto di buon occhio il fotografo e dimostrasse rigidità nei suoi confronti e nei confronti delle regole comportamentali imposte che spesso il fotografo portava con se, proprio come accade ad un medico che deve visitare un bimbo a domicilio).
La fotografia di bambini, si afferma come genere fotografico solo dopo la seconda guerra mondiale, prima gli scatti familiari dedicati interamente ai bambini erano più rari, i bambini comparivano perlopiù nei gruppi familiari o nei gruppi scolastici o religiosi.
Negli anni ’50 , molto prima che fosse diffusa la fotografia faidatè, era in voga nelle buone famiglie borghesi realizzare ritratti ai propri figli; chi ne aveva la possibilità economica portava spesso il bambino allo studio del fotografo oppure lo riceveva in casa appunto; le famiglie più povere possedevano invece pochi ritratti, e spesso dovevano tenersi quelli (gli unici) dove il proprio figliuolo magari era triste, scontento, arrabbiato, dell’evento fotografico, del tafferuglio, dell’imposizione della posa.
I fotografi pubblicitari e professionali a domicilio in quegli anni, dovevano scattare immagini che incontrassero gradimento, “dovevano comprendere e soddisfare il modo di pensare, i pregiudizi e i valori dei loro clienti, dovevano capire le ispirazioni e l’iconografia della cultura che erano chiamati a preservare visivamente. Questi fotografi condividevano il desiderio di non essere cinici, ironici o di sorprendere il soggetto in un momento di debolezza. Il loro intento era ritrarlo con precisione.”(Barbara Norfleet,in When We Liked Ike: Looking for Postwar America, 2001)

Ed è proprio questo il primo obbiettivo che trasuda da questa vecchia collana editoriale, ottenere ritratti formalmente “impeccabili”, un’impostazione di lavoro “westoniana” rigida nel definire il bello fotografico nell’impeccabilità dell’illuminazione e della messa a fuoco, ma non solo, anche nell’impeccabilità della resa artificiale della spontaneità. Lo reclama bene la Ferrania: “sbagliare diventa un problema!”

Pensare che la Ferrania è nata nientemeno che dalla dinamite. Così è. La storia narra che a Cengio, in Liguria, nel 1882, viene impiantata una fabbrica di dinamite. Nasce la SIPE (Società Italiana di Prodotti Esplodenti) che cresce a dismisura con l’Ingresso dell’Italia nel primo conflitto mondiale. Addirittura la Russia, a corto di esplosivo in polvere, si rivolge alla SIPE per essere rifornita di miscela di nitrocellulosa. Così nel nuovo impianto, situato nei pressi di Ferrania, i tecnici dello zar Nicola II preparano la polvere per i proiettili dei loro pezzi d’artiglieria fino a quando la Rivoluzione d’Ottobre porta la Russia fuori dal conflitto.
Visto la presenza delle enormi scorte lasciate dai russi, si decide immediatamente di riconvertire l’impianto producendo celluloide (nitrocellulosa e canfora), il materiale che costituisce il supporto della pellicola cinematografica.

(notizie che si possono leggere integralmente qui: http://www.storiadellafotografia.it/2010/02/17/ferrania/)
qui: http://www.cairomontenotte.com/biblioteca/vari/3m/3m3.html
e qui:
http://archivio.fototeca-gilardi.com/lightbox/2085

La Ferania conosce a partire dalla metà degli anni ’30 un enorme sviluppo.
“Più che i microrganismi”, scriveva il direttore tecnico Cassinis, “il temibile nemico di questa speciale industria è la polvere. L’aria che circola negli ambienti dev’essere quindi depurata. La pulizia delle persone, dei vestiti, delle scarpe, delle suppellettili, degli ambienti esige prescrizioni speciali e i centomila metri cubi di aria che ogni ora girano nel circuito dell’essiccatoio pellicola debbono essere privi assolutamente di sostanze solide sospese anche minime, perché la gelatina umida è un magnifico mezzo per captarle. Questi brevi accenni sulle difficoltà della lavorazione credo bastino a persuadere che, senza il sussidio, assolutamente necessario, di una tecnica speciale, che si matura anche coll’aiuto di pazienza e resistenza di nervi a tutta prova, c’è la quasi certezza di fallire lo scopo”.

Non fallire, non sbagliare.
Li posso vedere benissimo, come in un film, gli operai della Ferrania, nell’asetticità ossessiva imposta dall’azienda, nelle loro tute-camici bianchi , cuffie per capelli, e guanti di lattice, che parlano a voce bassa, che maneggiano con estrema delicatezza e precisione questi materiali sensibili, degni di mine inesplose.

Bisognerà aspettare gli anni ’60 e le teorie whitmaniane “ogni oggetto o condizione o combinazione o processo esprime una sua bellezza” , perchè la “fallibilità” acquisti nel quotidiano come nell’arte, nella società come nella fotografia la sua importanza, perchè la stessa fotografia riesca a ridefinire parzialmente il bello e il brutto, liberandosi dei vecchi concetti di “errore”, di “evento rilevante” delle discriminazioni tra importante e banale.
Anche il luogo del ritratto si smaterializza, ogni luogo ha la sua importanza, la famiglia provvederà in modo sempre più autonomo ad autorappresentarsi con le sue produzioni, scatti sempre più emozionali, cioè legati alla funzione della fotografia come ricordo, come filo riconduttore, come istantanea di un momento privato, più che incentrarsi sulla perfezione formale di illuminazione e taglio. Il rituale non scompre del tutto, ma cambia forma, cambia formato. Le macchine fotografiche sono snelle, immediate, digitali, gli errori si eliminano oppure si “ricercano” per soluzioni creative, alcune macchine fotografiche sono anche telefoni e computer o viceversa, le fotografie si ammassano sempre più numerose e compresse nell’hardwere, il “momento” dello scatto, dura meno di un momento, ma rimane immutato il momento della condivisione, che tuttosommato funziona più o meno con gli stessi meccanismi del 1954.Il medico pure, arriva ancora a domicilio e c’è qualcuno che lo guarda in cagnesco.

#un ringraziamento speciale a Valentina

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