SHOT! LIVIO ROMANO

a cura di: GIOIA PERRONE

“Ma non è forse vero che ogni punto delle nostre città è il luogo di un delitto? Che ogni passante è un delinquente?E il fotografo,successore degli auguri e degli auspici, con le sue immagini non è forse chiamato a risolvere la colpa e indicre il colpevole?” (W.Benjamin)

1.C’è un tuo ricordo particolare, del passato o di tempi recenti, legato alla fotografia?

Da bambino mi comprai una Kodak a fuoco fisso e decisi che da quel momento in poi il mio soprannome sarebbe stato DinAsa. Era una macchinetta pazzesca, dovevi comprare quei flash a cubo che duravano quattro scatti e poi dovevi sostituirli ma ricordo di aver fatto un mucchio di foto. Poi a 20 anni ho comprato una Zenith dai polacchi. Totalmente manuale, neppure l’esposimetro. Una dura scuola di fotografia. Ho fatto diversi tentativi, mi piaceva usare un obiettivo da 120mm pesantissimo ma anche molto “scuro”, scoprii dopo diversi rullini sviluppati. Avevo un problema fondamentale: mettevo a fuoco malissimo. Essendo miope, la distanza fra la lente dell’occhiale e il mirino sfalzava il fuoco col risultato che il 70% delle fotografie veniva irrimediabilmente sfuocato. Ero poverissimo e mai mi sarei potuto permettere un’altra macchina né un mirino graduato. Lasciai perdere. Oggigiorno nutro una scarsa passione per le digitali. Ne ho di molto spartane. Le reflex non mi attirano. Un po’ perché nel frattempo son passato per diverse altre passioni (la chitarra, per esempio: venduta per totale assenza di talento musicale) approdando infine al mio naturale e antico amore che è quello per la scrittura. Un po’ perché non ho davvero tempo, con tre figlie tre lavori, per dedicarmi a null’altro. Ma, soprattutto, le reflex digitali mi mettono soggezione. Sono pigrissimo. So che impiegherei anni a capire come funzionano. Odio i libretti delle istruzioni. Mi parlano di set di impostazioni che puoi scaricare dalla rete, mi gira la testa al solo pensiero.

2. Qual è la “storia” della foto che hai scelto dal tuo album di famiglia?

Ho casse e casse stracolme di fotografie di famiglia –la mia, non quella d’origine, della quale conservo un centinaio di foto appena. Comunque l’incredibile fotografia che ho scelto dall’album (anzi: dalla grande busta di cellophane che conserva mia madre) è legata ai primi pruriti adolescenziali. Quando racconto di aver fatto danza classica per tre anni la gente mi guarda con sospetto, molti si chiedono se non sia omosessuale. In realtà io e Marco, il mio amico, avevamo le sorelle che andavano a danza, ed eravamo affascinati dalla quantità e qualità di ragazzine che circolavano in quella scuola. Altro che calcio o basket (sport, quest’ultimo, che pure ho praticato) o corso di inglese. Per cuccare, ci dicemmo, dovevamo diventare ballerini. E così fu. Quattro maschi per trecento femmine, una pacchia. Ma a me non mi filò nessuno per tutt’e tre gli anni. Ero cicciottello. Piuttosto bravo, mi diceva la maestra, ma di ragazzine manco l’ombra. Mi innamorai follemente di una 17enne e io ne avevo 13. Comprai tutte le foto del saggio che la ritraevano. La spiavo nei camerini mentre si cambiava. I camerini. Il teatro, il palcoscenico, le assi. Che eccitazione, quei giorni del saggio. Io e Marco a impiastricciarci la faccia di fondotinta ché la consegna era “andatevi a truccare” e noi, appunto, andavamo nel nostro personale camerino del Teatro Italia di Gallipoli e ci truccavamo. Tempo fa sono andato a prendere una delle mie figlie dalla lezione di danza. Dal fondo della sala sento un gridolino partire e vedo un omone correre verso di me al motto di “Teeeeeeeeacher”, con gli avambracci penzolanti e il passo di un cigno in amore. Mi si para davanti e mi sbaciucchia, vestito in tuta aderente come me in questa foto. Capisco la questione dopo qualche minuto. Ex alunno sempre stato effeminato, cresciuto, diventato un personaggio che sembra uscito da Billy Eliot –la mamma nel corridoio che lo aspetta per riaccompagnarlo a casa. Gli ho detto: “Sai che anch’io ho fatto danza classica?”. Mi ha baciato di nuovo e un brivido mi ha percorso la schiena: i compagni che mi beffeggiavano, avevano ben donde di che farlo –si sa: all’inizio degli anni Ottanta non è che ci fosse questa mentalità politically correct d’oggidì.

3. Livio tu insegni lingua inglese in una scuola pubblica, qual è il buono che in questi ultimi anni hai trovato nelle tue classi e di cosa, eventualmente, hai sentito la mancanza? C’è un consiglio che ti senti di dare a un giovane insegnante alla prima esperienza?

Domanda da un milione di dollari, naturalmente, ché è arcinota la piega che ha preso la scuola pubblica in Italia dalla Moratti in poi. Mi metti in difficoltà sai? Perché negli ultimi anni trovo i bambini sempre più capricciosi, carenti di una guida sicura, autorevole, sempre più indisciplinati poiché abituati a fare a meno delle regole con i genitori “amici” che si ritrovano, sempre più spavaldi e narcisisti. Mettici che sopravvivere in una scuola nella quale il primo ad insultare il tuo lavoro è il ministro in persona, spolvera tutto con quest’insopportabile retorica aziendalistica che ha pervaso il modo di parlare dei cosiddetti dirigenti e quasi tutto il loro operare: e vedi da te che insegnare al giorno d’oggi è un’esperienza davvero poco esaltante, quasi masochistica, frustrante. Direi questo a un giovane insegnante, in sostanza (un insegnante di ruolo, intendo): pensaci bene, è un lavoro della malora, ti danno due lire e una volta entrato non ne esci più, dunque fai due più due: o ti senti davvero portato, investito del sacro fuoco pedagogico, e di una fortissima vis polemica per contrastare i mille sgambetti che schiere di colleghe (quasi tutte donne, nelle scuole italiane) ti metteranno quasi ogni giorno, oppure –credimi- lascia stare, cambia strada, vai a farlo all’estero.

4. Ci sono state immagini che ti hanno ispirato scritture?

Non delle immagini in particolare, non almeno delle immagini ferme. È un esercizio tipico nei corsi di creative writing: costruisci una storia partendo da una fotografia. Io non credo che sia mai partito da una sola immagine per inventare (dal latino inventio, tirare fuori) una narrazione. Le immagini, d’altro canto, son dappertutto: a partire da quelle che conserviamo nella nostra mente, passando a quel che ogni giorno vediamo e che a fine giornata possiamo tranquillamente fermare in un unico ricordo come un fermo-immagine (volti, perlopiù, o modi di agghindarsi o camminare, o scorci, o panorami), per finire a quell’enorme serbatorio di immaginario che è il cinema e, in generale, tutta l’arte visiva, dal fumetto alla pittura. Ecco, se ci son davvero delle visioni che hanno profondamente inciso sul mio modo di raccontare le avventure delle persone, questo è il cinema. Ultimamente, per far solo un piccolo, grossolano esempio, mi ronza per la testa una sequenza di Kate Winslet in The eternal sunshine of a spotless mind, una scena di tale potenza evocativa dalla quale credo di partire per scrivere il prossimo romanzo. (Ho scritto “grossolano” perché non volevo scomodare il grandissimo cinema che, volente o nolente, ha secondo me influenzato ciascuna singola storia di ciascun narratore da almeno un secolo a questa parte).

5. In quali occasioni usi la macchina fotografica e dove e in che modo conservi le tue fotografie?

Ormai non uso più la macchina fotografica. Ho comprato un’automatica digitale nel 2005 e, se proprio devo, uso ancora quella per immortalare compleanni ed eventi simili. Detesto i genitori che si presentano alle recite dei figli muniti di cavalletti, telecamere, fotocamere, borse, obiettivi. Praticamente le mie figlie non hanno foto delle loro esibizioni scolastiche, né dei loro saggi di danza. Passata la sbornia dei primi anni di vita, abbiamo smesso di fotografarle. Ho anche notato che nei moltissimi viaggi che ho fatto negli ultimi dieci anni per promuovere i miei libri non ho mai fatto una fotografia, e mi devi credere se ti dico che non ho una sola foto di una delle mie presentazioni (d’altro canto in casa non ho neppure i miei stessi libri, e ho perduto per sempre anche i ritagli delle recensioni più importanti e prestigiose). Per fortuna hanno inventato il telefonino con la fotocamera. Trovo piuttosto decenti quelle due o tre foto che faccio con una camera da 4 megapixel (il fatto che poi non ho il cavetto né il collegamento bluetooth per trasferirle sul computer e che rompo spesso il cellulare perdendone tutto il contenuto: è un altro discorso). Ecco, il computer. Paradossalmente mi è venuto in soccorso per redimere il mio disordine poiché so che se voglio una cosa è lì, nell’hard disk. E però abbiamo perso la magia della sorpresa, del vedere un rullino sviluppato, dell’attesa di “come saranno venute” le fotografie. Ne facciamo 200 e le riversiamo distrattamente nel pc e ce ne scordiamo finché non dobbiamo resettare il disco rigido e allora queste migliaia di immagini ci ballano ancora agli occhi come oggetti estranei ed estranianti.

LIVIO ROMANO SHOT BIO
Livio Romano è nato nel 1968 a Nardo’, in provincia di Lecce, dove vive. Insegna inglese in una scuola elementare, e scrive da sempre. Oltre a collaborazioni per giornali riviste radio teatro cinema ha pubblicato un racconto in Disertori (Einaudi), tre racconti in Sporco al sole (Besa-Books Brothers), i romanzi Mistandivò (Einaudi 2001) e Porto di mare (Sironi, 2002), il saggio “Da dove vengono le storie” (Lindau, 2000), il lungo reportage dalla Bosnia “Dove non suonano più i fucili” (Big sur, 2005, vedi link). Per Radio RAI 3 ha curato “Gli uomini dalla testa di girasole” per la serie Cento lire, “Diario elementare” per Fahre Blog , “Il fascino mite delle travi di legno” per Storyville. Suoi racconti sono apparsi in numerose antologie e testate, fra cui “Mica male il tuo libro” (Aliberti), “Narrative invaders” curata da Renato Barilli, Linus (“Breve lamento del giovane padre progressista”), Mordi & Fuggi, Manni editore, L’Unita, la Repubblica, Ulisse. Insegna scrittura creativa in scuole d’ogni ordine, associazioni, università. Collabora con le pagine culturali del Corriere della sera – Bari. Nel febbraio del 2007 è uscito il romanzo Niente Da Ridere, ed. Marsilio e nell’aprile 2011 Il mare perché corre, Fernandel, già accolto dalla critica e dal pubblico con grande favore.

Cos’è SHOT?

https://granbelblog.wordpress.com/shot-interviste-semi-serie-su-noi-e-la-fotografia/
 

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