SHOT! MIMMO PESARE

a cura di: Gioia Perrone

“La realtà è diventata invisibile, quello che noi fotografiamo non esiste, nel senso che non è più significativo, e fra poco non lo vedremo più; guarderemo le foto come si guardano gli alberi genealogici, gli stemmi araldici, gli ideogrammi sulle pareti dei templi egiziani” (Franco Vaccari)

1.C’è un tuo ricordo particolare, del passato o di tempi recenti, legato alla fotografia? 


Essendo nato negli anni Settanta, ho metabolizzato la fotografia come qualcosa di celebrativo, quasi sacro. Nel senso che oggi siamo (anche felicemente) abituati a un uso dissipativo degli scatti: ce lo consente la tecnologia e una rappresentazione del mondo che veicola soprattutto attraverso le immagini e il moltiplicarsi di esse. Siamo sempre a fotografare qualcosa, con macchine, macchinette e cellulari. Possiamo farlo perché i supporti digitali ci permettono di archiviare una gran quantità di informazioni senza il peso e l’onere del vecchio “sviluppo”.
Quando ero piccolo la fotografia era un premio. Un piccolo evento. Una magia chimica (perché di chimica si trattava) che si ripeteva in occasioni segnate dalla loro esclusività. E ogni foto conservava tutto il carico di ricordi e di affetti strettamente legato a un numero di immagini non spropositato, misurato.
In particolare, uno dei miei primi ricordi è un minireportage del 1979 (avevo 4 anni) fatto da mio padre allo zoo di Fasano con una Kodak vecchissima, quella con i flash cubici usa e getta che facevano un piccolo fumo quando esplodevano. Ma anche una fantastica Polaroid regalo della prima comunione; quando si apriva emanava uno strano aroma di reagente chimico di cui le mie narici si drogavano. Credo di sentirlo ancora nella mia mente quell’odore…una sorta di madeleine postmoderna.


2.Qual è la “storia” della foto che hai scelto dal tuo album di famiglia?

Giusto per conservare questa temperie “Amarcord” – lo so che vuoi questo! –, ho scelto questa foto degli stessi anni (1978), ma al mare, a Torre Ovo. Ci sono foto che rimangono incastonate nella memoria come se non fossero passati trent’anni ma pochi mesi. Qui ero in punizione, dopo aver litigato con un bambino che aveva paura di andare sott’acqua. Mi ero fissato: volevo convincerlo che non c’era nessun pericolo e che era la cosa più bella del mondo. Piccoli esperimenti infantili di gioco con l’inconscio.

3.Dall’occhio all’orecchio, al tatto al gusto: un consiglio filosofico per ogni senso, me lo dai?

Un consiglio filosofico per ogni senso? Caspita, che domanda!
Allora, io sono una di quelle persone che prova a lavorare con la filosofia credendo che essa non serva a dare risposte o consigli, ma innanzitutto a sapersi porre delle domande. La filosofia – e molte discipline a essa contigue – troppo spesso si veste di spocchia e di saccenteria.
Allora provo ad auto-cambiarmi la domanda: cosa si chiedono, oggi, i miei sensi? Ma soprattutto: li ascolto ancora?
Ecco, mi pare che la seconda auto-domanda in qualche modo “fondi” e costituisca la base per la prima auto-domanda e per ogni possibile e successiva risposta. Cioè, mi fa paura la percezione che vi sia un sempre più pericoloso scollamento tra noi e l’ascolto dei nostri sensi. Si potrebbe pensare che nella mirabolante e così “carnale” epopea del berlusconismo, tutto sia flesso sugli impulsi, sui sensi.
Invece non credo sia così: mi pare sia sempre più evidente un fenomeno molto simile a quello che il vecchio Winnicott definiva “falso sé”. Una fuga lontano da noi, per non sentire l’angoscia del tempo presente, per non sentire la solitudine, per non provare insicurezza. Ma questo non significa prestare ascolto ai nostri sensi, significa dissiparne la portata di conoscenza indiziaria.
È l’eterna lotta tra il désir e la jouissance, tra l’ascolto dei propri sensi come possibilità di vita autentica e di incontro con la propria verità e le derive sensualistiche alle quali ci ha abituati una becera antropologia all’amatriciana!
Chiedo ai miei occhi di conservare un poco di stupore. Chiedo alle mie orecchie di continuare a farmi crescere e invecchiare con la musica, che è il regalo più bello della vita. Chiedo al mio tatto di essere sempre curioso. Chiedo al mio gusto e al mio olfatto di sperimentare sempre.

4.C’è un progetto al quale stai lavorando o al quale vorresti lavorare?





Si, c’è un progetto al quale sto lavorando, ma siccome ci tengo molto preferisco custodirlo ancora in una dimensione privata.

5.In quali occasioni usi la macchina fotografica e dove e in che modo conservi le tue fotografie?




Devo dire che non prendo in mano la mia vecchia reflex meccanica da almeno una decina di anni e questo mi manca. Non ho una reflex digitale ma alla fine ho deciso di comprarla e lo farò presto. Le vecchie fotografie cartacee le conservo in due pacchi di cartone abbastanza logori e in un paio di album che mi hanno regalato da bambino. In compenso ho una mezza dozzina di vecchi cellulari pieni di fotine sgranate. Che, fatti i debiti paragoni, potrebbero corrispondere a quelle foto poco definite fatte in gita con le macchinette di plastica. Tutto torna. A volte.








SHOT BIO MIMMO PESARE
Mimmo Pesare è nato a Manduria, nel 1975. È ariete ascendente scorpione. Ha fatto il barman, il bassista, lo speaker radiofonico, ha studiato filosofia.
Insegna Psicopedagogia del linguaggio alla Facoltà di Lettere Filosofia dell’Università del Salento, dove è Ricercatore.
Ama Jacques Lacan, Woody Allen e la new wave.
È tra i fondatori di “Krill. Quadrimestrale sull’Immaginario”.
Il suo ultimo libro è “Abitare ed esistenza” (Mimesis, Milano).

Cos’è SHOT!
https://granbelblog.wordpress.com/shot-interviste-semi-serie-su-noi-e-la-fotografia/

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