Archive for febbraio 2012

SHOT! LUISA RUGGIO

29 febbraio 2012

a cura di   Gioia Perrone

“La fotografia sembra inventata per nutrire la nostalgia,donando a non importa chi il privilegio insostituibile di fissare gli istanti che si salvano.La sottile inquietudine del paese natale, le vacanze di una volta, i viaggi in paesi rimasti sconosciuti e l’immagine ossessiva di un non so che cercato nell’oscurità divengono un perfetto combustibile per l’entusiasmo” (Christian Maurel)

1.C’è un tuo ricordo particolare, del passato o di tempi recenti, legato alla fotografia?

 

Avrò avuto tre o quattro anni, i miei davano una festa. All’epoca vivevamo in un appartamento periferico che mia madre aveva riempito di lanterne e scampoli di stoffe. Il mio mestiere era fare a pezzi quegli scampoli, così come le sue tovaglie, la qual cosa richiedeva metodo, bisognava appostarsi a lungo sotto i tavoli e aspettare il momento della distrazione. Gli adulti sono distratti cronici, lo percepivo benissimo durante i miei appostamenti. Feci così anche quella sera, mentre la casa vibrava nel fermento generale. A un certo punto, dal mio osservatorio privilegiato sotto il tavolo, vidi un tale entrare in bagno e chiudersi a chiave. Era un omino tutto occhiali, attirava la mia attenzione per via del suo nome di battesimo: Realino. Quel nome mi faceva l’effetto del solletico a tradimento. Per farla breve, rimase chiuso in bagno e bussava come un matto per attirare l’attenzione di qualcuno, ma il volume della musica era troppo alto e nessuno se lo filava. Rimase lì almeno tre quarti d’ora, mi divertivo tantissimo, poi tirai per la giacchetta mio padre e gli indicai la porta del gabinetto. Dovettero smontare la serratura e la festa si spostò nel corridoio, c’era gente appoggiata al muro con le ciotole dei salatini in mano, qualcuno aveva una macchina fotografica a rullino col flash esterno, simile a un cubetto di ghiaccio che emanava un colpo di luce. Decisero di farsi una foto di gruppo davanti alla porta chiusa del bagno, come davanti a un luogo storico, un monumento, roba così. Ho ancora quella fotografia, compare e scompare durante i traslochi, ha proprietà transitive, ci sono anch’io in quel corridoio tra un mucchio di trentenni coi vestiti anni Settanta e rido con la bocca spalancata, come per forzare un umore che già aveva lasciato posto a una percezione sottile. Ma questo non potevo saperlo, lo sentivo e basta.


2.Qual è la “storia” della foto che hai scelto dal tuo album di famiglia?

Era la mia prima volta al cinema, avevo quattro anni e i miei genitori mi portarono a vedere “Amadeus” di Milos Forman. Sì, non ho detto Disney. Ci furono anche serate Disney. Ma la prima volta, fu quel film. Lo davano al Politeama Greco di Lecce e all’epoca le poltroncine del teatro erano ancora di legno, a molla. Una trappola terribile, una specie di tagliola. Ficcai le mani nella fessura e cominciai a sopportare il dolore in silenzio, come un’idiota. Non capivo che mi sarebbe bastato alzarmi in piedi per liberare la sedia dal mio peso e quindi tornare libera. Ma non volevo rovinare ai miei la visione del film e non fiatai. Ogni sfumatura di quei dialoghi mi si è impressa dentro come sulla carta carbone. Alla fine del primo tempo mia madre si accorse che piangevo in silenzio e pensò che forse, in effetti, il film non era adatto a una bambina di quattro anni, poi si accorse delle mie mani chiuse nella fessura. Era sconvolta per quella resistenza silenziosa, mi portò nel foier e mi comprò un Mars. Mentre lo mangiavo cercavo di concentrarmi per non sporcarmi il vestito che lei mi aveva cucito con uno dei suoi scampoli scovati nel baule. Adoravo quel vestito, era leggero come un velo e mi ricordava l’albore del pescheto dietro casa a una certa ora del giorno quando mi imbambolavo ascoltando il ronzio delle api e seguivo la scia di formiche per tutto il giardino. Ma ero profondamente turbata dal dolore che avevo provato e feci dei pasticci col caramello, mi nascosi dietro una pianta fino all’inizio del secondo tempo. Quando mia madre mi vide lì dietro, mi scattò questa fotografia, perché disse che le facevo venire in mente la bambina – metà animaletto, metà entità astratta – di una vecchia favola che mia nonna le raccontava quando era piccola.

3.Scrivi per lavoro e non solo…come nasce per te l’imput di una storia da raccontare? C’è una storia che hai fatto fatica a rendere in parole?

Come nascono gli starnuti, come ci si innamora. Non lo so. Io diffido moltissimo di quelli che riescono a spiegarlo, non dico che non ci sia un meccanismo ma mi annoia indagarlo, sarebbe come farsi l’autopsia da soli. Me ne sto alla larga dalle scienze esatte. Una cosa posso dirla, una cosa piccola, minima, solo mia: una nonna analfabeta, grande raccontastorie, è stata la mia prima scuola, a un certo punto le sue storie hanno soppiantato il mondo fuori, le sue parole mi tenevano in pugno fino alla fine, una potenza, un corpo a corpo tra immaginari. L’inizio è stato questo cortocircuito, un piacere preferibile a tutto, ascoltare e poi leggere le storie. Finché poi non è stato necessario scriverne di mie. Come quando non si ha margine di scelta in acqua, o nuoti o bevi. Puro istinto. E poi c’è il lato più artigianale di un mestiere, la fatica, la disciplina, persino le tossine. Scrivere tutti i giorni, ma tutti tutti, più di quattro ore al giorno è un mestiere pericoloso. Non sembra ma lo è. Perciò tutte le stesure comportano fatica, sarebbe ingenuo credere che ciò che sembra scriversi da solo non comporti fatica, è esattamente il contrario. Eppure, mi credi se ti dico che questa fatica per me è una forma di felicità?

 4. Hai un progetto a cui stai lavorando o al quale vorresti pensare?

Sto scrivendo il mio terzo romanzo, un romanzo lungo. Ma in questa fase non amo parlarne.

5.In quali occasioni usi la macchina fotografica e dove e in che modo conservi le tue fotografie?

Ho una macchina fotografica digitale sempre in borsa, non solo per via del giornalismo. E’ sempre stato così, ho cominciato con quella dei miei genitori, poi ho avuto quelle usa e getta e un poco alla volta ne ho comprate di mie. Sono una fanatica degli album di carta, i miei oggetti del desiderio, faccio ancora stampare alcune fotografie, ci sono quelle che finiscono misteriosamente tra le pagine dei libri, vai a capire perché, insieme ai biglietti dei treni, le fototessere delle vecchie carte d’identità, i libretti universitari di zii alla lontana, certi ritratti in bianco e nero di donne del secolo scorso. E poi ci sono i miei schedari virtuali, fascicoli e fascicoli pieni di scatti digitali, frammenti, stagioni. Conservo anche i negativi, in una vecchia scatola di latta dove prima c’erano biscotti e ora ci sono momenti, un altro tipo di pastafrolla insomma, altre consolazioni.

 

LUISA RUGGIO SHOT BIO

 
 

Luisa Ruggio, giornalista e scrittrice, ha pubblicato saggi sul cinema e la psicanalisi. Il suo romanzo d’esordio, “Afra” (Besa Editrice), ha vinto cinque premi letterari, del 2011 la nuova edizione. “La nuca”, edito da Controluce, e’ il suo secondo romanzo e ha ispirato l’omonimo cortometraggio firmato dalla Compagnia Terra di Nod, per la regia di Davide Manico. Ha pubblicato la raccolta di racconti brevi “Senza storie”, (Besa, 2009) Menzione Speciale del “Premio Bodini 2010”. Ha ricevuto il “Premio Skylab 2011” Sezione Giornalismo e Cultura (Università del Salento). Ha firmato docu-film per il cinema indipendente e format televisivi. Dal 2011 scrive cronache in forma di novella per “Il Paese Nuovo”. Dal 2006 aggiorna il blog dedicato alla scrittura “Dentro Luisa”:

www.luisaruggio.blogs.it

 


 

POESIA DEL PIANO

25 febbraio 2012

 
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Foto e testo: Gioia Perrone

Sto imparando  il fare piano
poggiare il tallone e la pianta
una transiberiana dalla camera da letto al soggiorno
una transiberiana rumorosa tra Via Coniger e il bar delle riunioni alcoliche.

Ora è tutto spirito
è il momento di farlo
di fare piano più piano

L’arte di non svegliarti 
è simile al passo guardingo
di chi vede  il passero fragile e limpido posarsi
ed ipnotico s’avvicina
s’avvicina

prima che voli.

 

 

 

THE SUMMER OF CHARLIE CHAPLIN

23 febbraio 2012

 
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::: Gioia Perrone, Montenegro 2011
“The summer of Charlie Chaplin” :::

 

 

 

 

IL DIAVOLO SIEDE NELLA MATTINA

19 febbraio 2012



:::Il diavolo siede nella mattina, Gioia Perrone::::

GLI ACCOGLI

12 febbraio 2012

 Di: LUISA RUGGIO
dalla rubrica da lei curata su PAESE NUOVO

 

L’ironia, quella vera, non la trovi nelle tasche dei professionisti della risata. Certi umori irresistibili, pieni di guizzi trascinanti, li scovi solo se ti siedi a tavola con quelli che non hanno molto tempo per studiarsi le battute. Il tempismo di certe uscite a effetto è un ritmo naturale. Quel tipo di comicità, pura, spiazza chi è abituato a pensare ai nuovi poveri come a un diagramma rosso, una percentuale. E’ un sale buttato lì, senza chiarimenti, sistema i piatti amari, diventa l’involontaria bellezza che aggiusta le giornate, persino un’arte: trovare il lato comico nel tragico, la capacità di essere leggeri nonostante tutto. La famiglia Accogli ne sa qualcosa, ha una sala prove privilegiata: il soggiorno di una casa confortevole, in una palazzina popolare non lontana da Piazza Mazzini. Quando sono tutti seduti intorno al tavolo tondo, gli Accogli sembrano una squadra di pallone, la classe di un collegio misto dove qualcuno ha ripetuto l’anno troppe volte, dei visionari che fanno una gita a bordo della tovaglia a quadri bianchi e rossi. I posti a sedere sono otto, volendo aggiungono le sedie per gli ospiti, sono generosi. La famiglia Accogli è così composta: mamma Agnese, reduce da un matrimonio complicato e con tre figlioli a carico (Andrea, Marco, Daniela) ha sposato in seconde nozze Damiano che, a sua volta, era già padre di una bambina piccola, Lucia. Dall’unione di Agnese e Damiano poi è nata Angela e, nel frattempo, Daniela, la primogenita di Agnese, è diventata mamma di Giorgio. E fanno otto. Lo stipendio in casa Accogli però è uno solo, quello di papà Damiano che a quarant’anni aveva già tutti i capelli bianchi, non per la stanchezza degli straordinari, macché, piuttosto per troppo amore. Lui li ama tutti questi figli e adora suo nipote. Lo scriverebbe, testuale, su otto colonne: Damiano vi ama tanto. Sommario: in qualche modo ci arrangeremo. Occhiello: oggi il menu della casa offre assaggio di formaggi Aiuto Cee, fantasia di pasta Caritas e gli avanzi del giorno prima. In altre parole: basta poco. Non è una poesia a buon mercato, alla famiglia Accogli non gliene importa niente di fare della poesia. Se succede, è qualcosa che gli scappa, una spinta fisiologica. Tirano a campare gli Accogli, ma se dovessero spiegare come funziona questo verbo, il verbo campare, non aprirebbero alcun dizionario, imiterebbero certe facce alla Totò, alla Tina Pica, ingrassandosi la risata monumentale. Sono uno più bello dell’altro, gli Accogli, sono nati sotto una strana stella, hanno una specie di eleganza innata che li fa sembrare milionari col vezzo di giocare al ribasso, ricchi sobri. I bambini hanno occhi grandi, sognanti come quelli dei cervi nelle favole, le donne di casa sono energiche, come ricavate dallo stampo di una generazione più antica, più vicina all’età dell’Oro e del Jazz che a quelle di reale appartenenza. La matriarca è la vera capocomica, un personaggio che sembra essere stato disegnato dalla matita di un vignettista ispirato da certi condomini con le lenzuola stese ad asciugare, nei cortili interni, e una voce che canta, forzando il vibrato su un do di petto innaturale, teatralmente inclinato verso lo sfacelo totale. Che ridere. Cascasse il mondo, all’ora di pranzo, quando tutti sono in pausa rispetto alle loro occupazioni abituali (c’è chi va ancora a scuola, c’è chi deve dare una mano all’altro per i compiti, chi stirerà una montagna di magliette e pantaloni e via elencando), il tempo torna a non esistere e la vita si riduce a questo momento che li trova seduti a passarsi il pane, la brocca dell’acqua, un piatto di pasta con quello che mamma Agnese è riuscita a inventarsi, anche oggi, con una manciata di provviste messe da parte dopo aver fatto la fila, alla Caritas, per ricevere il suo pacco. Dacci oggi il nostro pacco quotidiano. Uno di loro, a turno, racconta cosa gli è successo di buono e tutti gli altri lo stanno ad ascoltare, la televisione è guasta ma non ci fanno caso, la sera gli piace guardare vecchi film in dvd, glieli passa un amico di Damiano che c’ha il vizietto di scaricare un po’ di roba via Internet. Il cinema non se lo possono permettere, ma quest’anno, per Natale, papà Damiano è riuscito a comprare otto biglietti per lo spettacolo pomeridiano de “Lo Schiaccianoci” in 3D. La domenica mattina, pregano; ognuno di loro, a modo suo, crede in un Dio felice e senza nome. A quel Dio, mamma Agnese ha dedicato persino un altarino, lo ha rivestito con la vestaglia migliore del suo corredo, ci ha sistemato sopra le sue primule. Ha il pollice verde, lei, tutto quello che tocca fiorisce, proprio come i suoi figli con i quali le piace intrattenersi per fare gli spuntini di mezzanotte nel tinello, con i biscotti che le passa Don Guglielmo dopo la messa. Agnese da grande voleva fare la cantante di pianobar, da piccola prendeva lezioni da un pianista che a furia di metterle le mani addosso è diventato il suo primo marito e poi, quando i figli erano ancora piccoli, si è inventato la storia di una tournee importante in Francia e non è più tornato. Una volta lei l’ha visto spingere un passeggino sottobraccio a una signora elegante, è successo dietro il Cinema Massimo e Agnese si è guardata intorno per capire se il centro storico di Lecce fosse stato assorbito da Parigi e se al posto di Sant’Oronzo fosse spuntata la Tour Eiffel. Quella volta, ha dato fiato ai polmoni cantandogliene quattro, il testo della canzone le veniva di getto, il tema principale pure, non era materiale per Sanremo però. Comunque, è inutile starsene lì a rimuginare, domani è un altro giorno di numeri da inventare. L’epica dell’amore si muove su tante corsie, ingolla emergenze, lascia perdere i sorrisi imbarazzati. Bisogna rimettersi in fila, per un pacco di viveri, nel frigorifero c’è rimasto soltanto un panetto di burro, qualche cipolla, il passato di verdure. Intorno al tavolo, anche domani, vanno in scena le gag dei ragazzi, l’allegra brigata. Sono l’unica scuola possibile di scrittura creativa, gli Accogli.

anche qui: http://luisaruggio.blogs.it/

“SHOT!” SPECIALE: ILARIA SECLI’

5 febbraio 2012

“Io non sono responsabile delle mie convinzioni. Non sono nemmeno io a decidere di non essere responsabile-e così via all’infinito:sono obbligato a non credere.Non esiste punto di partenza.” (Magritte)

a cura di: Gioia Perrone

1.C’è un tuo ricordo particolare, del passato o di tempi recenti, legato alla fotografia?

 

Come nomade un po’ patisco la separazione fisica con “il conservato”, le tracce del ricordo, ciò che resta dopo la scrematura, il custodito. Azioni darwiniane. Chi far sopravvivere e cosa. Chi e cosa inscatolare, liofilizzare, ibernare, sigillare ermeticamente in scrigni fatati, scatole, album, cassetti. Il fior fiore.Al momento (un momento di appena 6 anni) sono lontana dal riassunto della storia, nomi, anni, città, viaggi, sottratti all’oblio e fatti corposalvo in sembianza di lettere e fotografie. Si trovano nella casa d’origine e fino a che non si diventa stanziali è lì che giacciono, esseri ibridi, viventi vita autonoma in dimensioni domestiche e surreali.

Ho qui solo due foto: di Nonna, sorriso fresco e vivo, testimonianza dello scherzo, lo sgambetto che può essere la fine, e una mia, 6 mesi su una poltroncina, a Ginevra, posa da papessa, sorriso chiaro, mano aperta di chi si augura di impugnare più bellezza e incanto che mosche e zanzare.In realtà di foto ne ho migliaia anche qui, ma digitali. Si srotolano disordinatamente in cartelle gialle come faldoni di ubriachi tribunali vomitati da queste scatolette onnivore e tiranne a cui affidiamo tutto. Nulla possono al cospetto di quelle stampate che il tempo scolorisce piega curva sbecca perde.

Tuttavia il vero, insostituibile regista del regno dell’andato, di fronte al quale neppure la vista-regina né la vispa-teresa possono nulla, è l’olfatto, macchina fotografica audace e spietata che ipnotizza con ineffabili malie. E qui scomodo, ma solo come pretesto, la foto-polaroid della mia vicina di casa che fermava, su una panca adiacente al camino infuocato e scoppiettante, tre bimbi scuri e tre chiari. Tre odori noti e tre ignoti. Tutta la storia e il resto, da qui si snodano, e non esagero.
I bimbi scuri eravamo io, mio fratello e la figlia della vicina. I bimbi chiari, i figli del fratello della vicina che avendo sposato una tedesca-tedesca (fatta alla maniera dei tedeschi), erano tedeschi, della specie capello chiaro, occhi azzurri, pelle diafana. Cosa mi catapultava, faceva fare un cosmico salto, da quegli occhi alle terre del Nord, ancora non è dato sapere, fatto è che quei colori, ma su tutto, quel loro odore, mi fiondavano in case di legno e travi con tanto di paioli e boccali e scricchiolii di legno e zoccoli olandesi con la punta rovesciata al cielo, per non dire di smarrimenti in boschi innevati e bui fino a che non trovavo una casetta, manco a dirlo di legno, in cui riparavo coccolata da una (manco a dirlo!) calda minestra. E invece ero in piazza sant’Anna, nel cuore del solito mansueto inverno salentino, in una delle tipiche case bianche con terrazza i cui interni al massimo ricordano case greche e portoghesi. Altro che nord.

Cos’è l’infanzia e quel motore primo che accende alla vita!

La farmacista del mio paese, quando ero bambina, aveva capelli di cannella e pelle trasparente. Quei colori avevano un odore. Entravo in terra d’Irlanda, prati, case di legno e gelidi inverni, diventavo gelatina che un mappamondo stregato teneva sulla sua enorme faccia. Le perle. Volare altrove, alcune volte, dove sei da sempre. Azzardare l’eternità, come un artiglio di gatto azzarda un graffio un po’ per scherzo un po’ sfidando.

Il ragazzo in carrozzina nella chiesa di S.Anna, non era del paese, il suo maglione era di neve calda, odore rassegnato di placida tristezza. Di Nord. Grumo denso di nebbia e muschio portato come corona d’alloro sulla testa. Mie perle, una dopo l’altra infilate. Cromosomi di familiari estraneità. Albero genealogico immateriale, svincolo di sangue. Gesti, fatti della vita intransitiva, stanno lì, incomprensibili, numeri primi, né spiegazione, né epiloghi.

Poi ci sono le foto sotto il pergolato nel giardino della nonna, le risate, il pane coi pomodori come solo lei sapeva. E lì siamo in pieno mediterraneo, nenie di rosari, asfalti e miraggi, luce che stordisce per poi declinarsi mite e celestiale dall’ora del tè fino al tramonto. Mare che scintilla e chiama. Passeggiate di sabbia e corse sotto un cielo generoso come nessun altro. Terra ebbra, vapori meridiani di assopite eternità. 

 2. Per un attimo siamo dentro ai tuoi occhi. Ci fai “vedere” la tua giornata, a Milano, dove vivi oggi?

 2012, primi giorni del mese di febbraio, Milano, neve da due giorni, giardino della scuola, prima che arrivino Loro, manto di velluto e silenzio, ha un odore il freddo, ha un odore la neve. Poi le voci, le urla, i passi decisi, eccoli. Sguardi, timidi e sfacciati, ti chiamano, chiedono, si avvicinano. Quaderni, gomme, matite, l’infanzia ha un odore ed è bello, aula di musica, le canzoni dell’inverno, natura addormentata, il ciuf del trenino col flauto, le scarpe aspettano fuori, il parquet, il cerchio, sorridono, fa caldo, fuori è sotto zero, poi merenda, io non ce l’ho la merenda dice, gliene do un po’ io risponde, e io, e io e io. Copritevi che usciamo. Giubilo, osanna. maestra bersaglio di neve, Aglaya dice di avere a casa una collezione di neve, scriviamo sul calendario NEVE e la disegniamo, Arturo chiede i guanti perché ha freddo, dice che la neve gli ricorda il mare, si slacciano le stringhe, copritevi di più!, mettiti il cappello!, occhio a non scivolare, il giardino festante, i guanti e i cappelli sui caloriferi una volta rientrati, voglio scrivere accanto a te.

Il passo rallentato dal ghiaccio dei marciapiedi, la gente sorride, non c’è traffico, le colonne di S.Lorenzo innevate, il parco delle Basiliche bianchissimo, il viale alberato di neve, cielo-culla, un mondo sacro.

E penso che il passato non è passato, che l’infanzia è qui, col suo motore primo che accende magie e bianco. E’ questo il fior fiore, il più bel fiore. E’ vivo, è qui.

BIO  SHOT ILARIA SECLI’

Ilaria Seclì, salentina nata a Ginevra, vive e insegna a Milano. Ha pubblicato D’indolenti dipendenze, Besa, 2005; Chiuderanno gli occhi, con Antonio Diavoli, Quaderni di Cantarena, 2007. Dello stesso anno lo spettacolo teatrale tratto dalla raccolta inedita La sposa nera. Del pesce e dell’acquario, l’ultimo libro di poesia pubblicato da LietoColle, 2009. In divenire L’impero che si tace, raccolta inedita di prose poetico-geografiche.

la potete leggere qui:
http://leragionidellacqua.wordpress.com/

 

 COS’è SHOT

https://granbelblog.wordpress.com/shot-interviste-semi-serie-su-noi-e-la-fotografia/

POESIA DEL SALTO

4 febbraio 2012


“Italy in sunshine” Gioia Perrone

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Scrivo perchè sono i morti che mancano

perchè il salto è infinito e senza un gancio 
 
e siamo

tra ciò che è atavico e quel che stiamo cercando

ed entrambe le cose amiamo.

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Foto e testo: Gioia Perrone