GLI ACCOGLI

 Di: LUISA RUGGIO
dalla rubrica da lei curata su PAESE NUOVO

 

L’ironia, quella vera, non la trovi nelle tasche dei professionisti della risata. Certi umori irresistibili, pieni di guizzi trascinanti, li scovi solo se ti siedi a tavola con quelli che non hanno molto tempo per studiarsi le battute. Il tempismo di certe uscite a effetto è un ritmo naturale. Quel tipo di comicità, pura, spiazza chi è abituato a pensare ai nuovi poveri come a un diagramma rosso, una percentuale. E’ un sale buttato lì, senza chiarimenti, sistema i piatti amari, diventa l’involontaria bellezza che aggiusta le giornate, persino un’arte: trovare il lato comico nel tragico, la capacità di essere leggeri nonostante tutto. La famiglia Accogli ne sa qualcosa, ha una sala prove privilegiata: il soggiorno di una casa confortevole, in una palazzina popolare non lontana da Piazza Mazzini. Quando sono tutti seduti intorno al tavolo tondo, gli Accogli sembrano una squadra di pallone, la classe di un collegio misto dove qualcuno ha ripetuto l’anno troppe volte, dei visionari che fanno una gita a bordo della tovaglia a quadri bianchi e rossi. I posti a sedere sono otto, volendo aggiungono le sedie per gli ospiti, sono generosi. La famiglia Accogli è così composta: mamma Agnese, reduce da un matrimonio complicato e con tre figlioli a carico (Andrea, Marco, Daniela) ha sposato in seconde nozze Damiano che, a sua volta, era già padre di una bambina piccola, Lucia. Dall’unione di Agnese e Damiano poi è nata Angela e, nel frattempo, Daniela, la primogenita di Agnese, è diventata mamma di Giorgio. E fanno otto. Lo stipendio in casa Accogli però è uno solo, quello di papà Damiano che a quarant’anni aveva già tutti i capelli bianchi, non per la stanchezza degli straordinari, macché, piuttosto per troppo amore. Lui li ama tutti questi figli e adora suo nipote. Lo scriverebbe, testuale, su otto colonne: Damiano vi ama tanto. Sommario: in qualche modo ci arrangeremo. Occhiello: oggi il menu della casa offre assaggio di formaggi Aiuto Cee, fantasia di pasta Caritas e gli avanzi del giorno prima. In altre parole: basta poco. Non è una poesia a buon mercato, alla famiglia Accogli non gliene importa niente di fare della poesia. Se succede, è qualcosa che gli scappa, una spinta fisiologica. Tirano a campare gli Accogli, ma se dovessero spiegare come funziona questo verbo, il verbo campare, non aprirebbero alcun dizionario, imiterebbero certe facce alla Totò, alla Tina Pica, ingrassandosi la risata monumentale. Sono uno più bello dell’altro, gli Accogli, sono nati sotto una strana stella, hanno una specie di eleganza innata che li fa sembrare milionari col vezzo di giocare al ribasso, ricchi sobri. I bambini hanno occhi grandi, sognanti come quelli dei cervi nelle favole, le donne di casa sono energiche, come ricavate dallo stampo di una generazione più antica, più vicina all’età dell’Oro e del Jazz che a quelle di reale appartenenza. La matriarca è la vera capocomica, un personaggio che sembra essere stato disegnato dalla matita di un vignettista ispirato da certi condomini con le lenzuola stese ad asciugare, nei cortili interni, e una voce che canta, forzando il vibrato su un do di petto innaturale, teatralmente inclinato verso lo sfacelo totale. Che ridere. Cascasse il mondo, all’ora di pranzo, quando tutti sono in pausa rispetto alle loro occupazioni abituali (c’è chi va ancora a scuola, c’è chi deve dare una mano all’altro per i compiti, chi stirerà una montagna di magliette e pantaloni e via elencando), il tempo torna a non esistere e la vita si riduce a questo momento che li trova seduti a passarsi il pane, la brocca dell’acqua, un piatto di pasta con quello che mamma Agnese è riuscita a inventarsi, anche oggi, con una manciata di provviste messe da parte dopo aver fatto la fila, alla Caritas, per ricevere il suo pacco. Dacci oggi il nostro pacco quotidiano. Uno di loro, a turno, racconta cosa gli è successo di buono e tutti gli altri lo stanno ad ascoltare, la televisione è guasta ma non ci fanno caso, la sera gli piace guardare vecchi film in dvd, glieli passa un amico di Damiano che c’ha il vizietto di scaricare un po’ di roba via Internet. Il cinema non se lo possono permettere, ma quest’anno, per Natale, papà Damiano è riuscito a comprare otto biglietti per lo spettacolo pomeridiano de “Lo Schiaccianoci” in 3D. La domenica mattina, pregano; ognuno di loro, a modo suo, crede in un Dio felice e senza nome. A quel Dio, mamma Agnese ha dedicato persino un altarino, lo ha rivestito con la vestaglia migliore del suo corredo, ci ha sistemato sopra le sue primule. Ha il pollice verde, lei, tutto quello che tocca fiorisce, proprio come i suoi figli con i quali le piace intrattenersi per fare gli spuntini di mezzanotte nel tinello, con i biscotti che le passa Don Guglielmo dopo la messa. Agnese da grande voleva fare la cantante di pianobar, da piccola prendeva lezioni da un pianista che a furia di metterle le mani addosso è diventato il suo primo marito e poi, quando i figli erano ancora piccoli, si è inventato la storia di una tournee importante in Francia e non è più tornato. Una volta lei l’ha visto spingere un passeggino sottobraccio a una signora elegante, è successo dietro il Cinema Massimo e Agnese si è guardata intorno per capire se il centro storico di Lecce fosse stato assorbito da Parigi e se al posto di Sant’Oronzo fosse spuntata la Tour Eiffel. Quella volta, ha dato fiato ai polmoni cantandogliene quattro, il testo della canzone le veniva di getto, il tema principale pure, non era materiale per Sanremo però. Comunque, è inutile starsene lì a rimuginare, domani è un altro giorno di numeri da inventare. L’epica dell’amore si muove su tante corsie, ingolla emergenze, lascia perdere i sorrisi imbarazzati. Bisogna rimettersi in fila, per un pacco di viveri, nel frigorifero c’è rimasto soltanto un panetto di burro, qualche cipolla, il passato di verdure. Intorno al tavolo, anche domani, vanno in scena le gag dei ragazzi, l’allegra brigata. Sono l’unica scuola possibile di scrittura creativa, gli Accogli.

anche qui: http://luisaruggio.blogs.it/

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