SHOT! LUISA RUGGIO

a cura di   Gioia Perrone

“La fotografia sembra inventata per nutrire la nostalgia,donando a non importa chi il privilegio insostituibile di fissare gli istanti che si salvano.La sottile inquietudine del paese natale, le vacanze di una volta, i viaggi in paesi rimasti sconosciuti e l’immagine ossessiva di un non so che cercato nell’oscurità divengono un perfetto combustibile per l’entusiasmo” (Christian Maurel)

1.C’è un tuo ricordo particolare, del passato o di tempi recenti, legato alla fotografia?

 

Avrò avuto tre o quattro anni, i miei davano una festa. All’epoca vivevamo in un appartamento periferico che mia madre aveva riempito di lanterne e scampoli di stoffe. Il mio mestiere era fare a pezzi quegli scampoli, così come le sue tovaglie, la qual cosa richiedeva metodo, bisognava appostarsi a lungo sotto i tavoli e aspettare il momento della distrazione. Gli adulti sono distratti cronici, lo percepivo benissimo durante i miei appostamenti. Feci così anche quella sera, mentre la casa vibrava nel fermento generale. A un certo punto, dal mio osservatorio privilegiato sotto il tavolo, vidi un tale entrare in bagno e chiudersi a chiave. Era un omino tutto occhiali, attirava la mia attenzione per via del suo nome di battesimo: Realino. Quel nome mi faceva l’effetto del solletico a tradimento. Per farla breve, rimase chiuso in bagno e bussava come un matto per attirare l’attenzione di qualcuno, ma il volume della musica era troppo alto e nessuno se lo filava. Rimase lì almeno tre quarti d’ora, mi divertivo tantissimo, poi tirai per la giacchetta mio padre e gli indicai la porta del gabinetto. Dovettero smontare la serratura e la festa si spostò nel corridoio, c’era gente appoggiata al muro con le ciotole dei salatini in mano, qualcuno aveva una macchina fotografica a rullino col flash esterno, simile a un cubetto di ghiaccio che emanava un colpo di luce. Decisero di farsi una foto di gruppo davanti alla porta chiusa del bagno, come davanti a un luogo storico, un monumento, roba così. Ho ancora quella fotografia, compare e scompare durante i traslochi, ha proprietà transitive, ci sono anch’io in quel corridoio tra un mucchio di trentenni coi vestiti anni Settanta e rido con la bocca spalancata, come per forzare un umore che già aveva lasciato posto a una percezione sottile. Ma questo non potevo saperlo, lo sentivo e basta.


2.Qual è la “storia” della foto che hai scelto dal tuo album di famiglia?

Era la mia prima volta al cinema, avevo quattro anni e i miei genitori mi portarono a vedere “Amadeus” di Milos Forman. Sì, non ho detto Disney. Ci furono anche serate Disney. Ma la prima volta, fu quel film. Lo davano al Politeama Greco di Lecce e all’epoca le poltroncine del teatro erano ancora di legno, a molla. Una trappola terribile, una specie di tagliola. Ficcai le mani nella fessura e cominciai a sopportare il dolore in silenzio, come un’idiota. Non capivo che mi sarebbe bastato alzarmi in piedi per liberare la sedia dal mio peso e quindi tornare libera. Ma non volevo rovinare ai miei la visione del film e non fiatai. Ogni sfumatura di quei dialoghi mi si è impressa dentro come sulla carta carbone. Alla fine del primo tempo mia madre si accorse che piangevo in silenzio e pensò che forse, in effetti, il film non era adatto a una bambina di quattro anni, poi si accorse delle mie mani chiuse nella fessura. Era sconvolta per quella resistenza silenziosa, mi portò nel foier e mi comprò un Mars. Mentre lo mangiavo cercavo di concentrarmi per non sporcarmi il vestito che lei mi aveva cucito con uno dei suoi scampoli scovati nel baule. Adoravo quel vestito, era leggero come un velo e mi ricordava l’albore del pescheto dietro casa a una certa ora del giorno quando mi imbambolavo ascoltando il ronzio delle api e seguivo la scia di formiche per tutto il giardino. Ma ero profondamente turbata dal dolore che avevo provato e feci dei pasticci col caramello, mi nascosi dietro una pianta fino all’inizio del secondo tempo. Quando mia madre mi vide lì dietro, mi scattò questa fotografia, perché disse che le facevo venire in mente la bambina – metà animaletto, metà entità astratta – di una vecchia favola che mia nonna le raccontava quando era piccola.

3.Scrivi per lavoro e non solo…come nasce per te l’imput di una storia da raccontare? C’è una storia che hai fatto fatica a rendere in parole?

Come nascono gli starnuti, come ci si innamora. Non lo so. Io diffido moltissimo di quelli che riescono a spiegarlo, non dico che non ci sia un meccanismo ma mi annoia indagarlo, sarebbe come farsi l’autopsia da soli. Me ne sto alla larga dalle scienze esatte. Una cosa posso dirla, una cosa piccola, minima, solo mia: una nonna analfabeta, grande raccontastorie, è stata la mia prima scuola, a un certo punto le sue storie hanno soppiantato il mondo fuori, le sue parole mi tenevano in pugno fino alla fine, una potenza, un corpo a corpo tra immaginari. L’inizio è stato questo cortocircuito, un piacere preferibile a tutto, ascoltare e poi leggere le storie. Finché poi non è stato necessario scriverne di mie. Come quando non si ha margine di scelta in acqua, o nuoti o bevi. Puro istinto. E poi c’è il lato più artigianale di un mestiere, la fatica, la disciplina, persino le tossine. Scrivere tutti i giorni, ma tutti tutti, più di quattro ore al giorno è un mestiere pericoloso. Non sembra ma lo è. Perciò tutte le stesure comportano fatica, sarebbe ingenuo credere che ciò che sembra scriversi da solo non comporti fatica, è esattamente il contrario. Eppure, mi credi se ti dico che questa fatica per me è una forma di felicità?

 4. Hai un progetto a cui stai lavorando o al quale vorresti pensare?

Sto scrivendo il mio terzo romanzo, un romanzo lungo. Ma in questa fase non amo parlarne.

5.In quali occasioni usi la macchina fotografica e dove e in che modo conservi le tue fotografie?

Ho una macchina fotografica digitale sempre in borsa, non solo per via del giornalismo. E’ sempre stato così, ho cominciato con quella dei miei genitori, poi ho avuto quelle usa e getta e un poco alla volta ne ho comprate di mie. Sono una fanatica degli album di carta, i miei oggetti del desiderio, faccio ancora stampare alcune fotografie, ci sono quelle che finiscono misteriosamente tra le pagine dei libri, vai a capire perché, insieme ai biglietti dei treni, le fototessere delle vecchie carte d’identità, i libretti universitari di zii alla lontana, certi ritratti in bianco e nero di donne del secolo scorso. E poi ci sono i miei schedari virtuali, fascicoli e fascicoli pieni di scatti digitali, frammenti, stagioni. Conservo anche i negativi, in una vecchia scatola di latta dove prima c’erano biscotti e ora ci sono momenti, un altro tipo di pastafrolla insomma, altre consolazioni.

 

LUISA RUGGIO SHOT BIO

 
 

Luisa Ruggio, giornalista e scrittrice, ha pubblicato saggi sul cinema e la psicanalisi. Il suo romanzo d’esordio, “Afra” (Besa Editrice), ha vinto cinque premi letterari, del 2011 la nuova edizione. “La nuca”, edito da Controluce, e’ il suo secondo romanzo e ha ispirato l’omonimo cortometraggio firmato dalla Compagnia Terra di Nod, per la regia di Davide Manico. Ha pubblicato la raccolta di racconti brevi “Senza storie”, (Besa, 2009) Menzione Speciale del “Premio Bodini 2010”. Ha ricevuto il “Premio Skylab 2011” Sezione Giornalismo e Cultura (Università del Salento). Ha firmato docu-film per il cinema indipendente e format televisivi. Dal 2011 scrive cronache in forma di novella per “Il Paese Nuovo”. Dal 2006 aggiorna il blog dedicato alla scrittura “Dentro Luisa”:

www.luisaruggio.blogs.it

 


 

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