Archive for dicembre 2012

Poesia della cattiveria splendente

29 dicembre 2012

 

ricordarsi del viaggio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Foto e testo: Gioia Perrone
ph: _Ricordarsi del Viaggio

 

 

Lo so che certi discorsi si fanno in barba alle leggi giuste e sante.

(apnee di lungo silenzio, giardini scavati nella pietra, adriatici soli e lunghi)

Quei discorsi bisognava farli!

Pena perdere bellezza,

senso del dovere verso la nostra cattiveria splendente!

C’è come un dovere aderire a questa pura cosa,

a questa unica, prima, cattiveria sotto le labbra tuttosmeraldo.

 Non è tempo che passa, nè stagioni, luccicore di corpo e nespole e dita, capelli castani,

è più questa selvaggia cosa verde

e questo discorso, se vuoi.

 

 

 

Dank_diario2_IL VECCHIO

13 dicembre 2012

ph: Bill Owens, Suburbia,1972

 

testo di  Gioia Perrone

 

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Nel condominio ci sono due appartamenti e uno è il nostro al secondo piano. Per molto tempo il primo piano è stato disabitato, tanto che nel palazzo eravamo solo noi,dentro ci facevano sempre i lavori, con gli operai, i picchettai, le ruspe, i martelli e tutto il resto, d’estate, la mattina presto. Poi è arrivato il cieco. Prima era solo una presenza, ci accorgemmo che nell’appartamento ci viveva qualcuno, forse un lavorante della pizzeria di sotto che rimaneva a dormire. Poi no, era un vecchio signore, diciamo non proprio vecchio, ma di quelli che il tempo non è stato buono ecco. E poi “dopo La Disgrazia…” così, poco tempo dopo il suo arrivo, si espresse, salutandomi sulle scale, un giorno che aprendo il portone d’entrata me lo ritrovai di fronte e mi venne un colpo. Non sappiamo come si chiama, tutto quello che sappiamo è che a un certo punto gli è venuta questa disgrazia qui, di perdere la vista. Cieco ci è diventato, quindi che vita faceva il vecchio, prima quando era vedente, non so bene, e nemmeno prima ancora, quando era meno vecchio dico. Il ragazzo che una mattina gli ha consegnato il pranzo a domicilio, io gli ho chiesto se fosse il figlio, ma lui mi spiegò che gli portava il pranzo e basta, perchè ha il locale a Carmiano che fa di questi servizi, e che il vecchio era da tanti anni cliente, che poi gli è accaduta Quella Disgrazia. Prima, diceva il ragazzo, il vecchio cantava. Faceva le serate nei bar e nelle balere, cose così, aveva il “complesso”. Poi ha avuto problemi di salute e non poteva più lavorare e ha pochi parenti e che..

Il vecchio di Federico lui lo sa il nome, quando scendiamo le scale Federico saluta lui e lui risponde a Federico, poi mi chiede per cortesia di schiacciare il verde sul suo cellulare per far partire la chiamata ad un certo numero, così poi lo vengono a prendere. “La coscienza mia è apposto” mi ha detto poi un’altra volta. Io quando lo incontro gli auguro una buona giornata e me ne vado via veloce, certe volte però sento la radio accesa, anzi la sento spesso. La radio ha detto che gli tiene compagnia, e infatti appena sento la radio lo immagino sempre da solo nella stanza, e mi sento più sola io così,bloccata lì a pensarlo solo che altro, cioè si capisce no? La radio accesa e il buio. Tornando a casa da qualche passeggiata di sera, quest’estate abbiamo visto la sua finestra buia. Lui dentro la stanza e la radio, con le canzoni melodiche. Quando uno è cieco vede buio, ma anche il corpo di un vecchio cieco è nel buio, cioè non serve accendere la luce, e anche io allora vedo un po’ di buio,anche se il buio suo è diverso. Ecco, a quel buio lì non ci avevo mai pensato da questa prospettiva.

Giorni fa l’ho sentito cantare. La radio a volume altissimo sparava Julio IIglesias, inconfondibile con la voce da budino, e poi altri cantanti degli anni ’60, melodici ectoplasmi trash da balera, tutti in quella stanza con lui al centro,una specie di spettacolo con tanto di giacca di paillettes  e tastiera. Me lo sono immaginato così. ” Ma qui i termosifoni funzionano? Perchè se no st’inverno tocca andar via”, Mi fa qualche mattina fa , e dove potrebbe andar via, con quel cappello di lana impolverato e il giaccone pesante quasi incorporato a quella figura rugosa e massiccia. -Dove vai, dove vai- mi sono detta un po’ meccanicamente queste parole mentre risalivo le scale per entrare in casa, con il mio cappotto nero lungo e il maglione di lana sintetica e i jeans freddi sulla pelle. Ha alzato la radio perchè si sta avvicinando Natale, a certe persone gli si alza il tasso di malinconia come certi valori nel sangue, per la solitudine si canta Julio Iglesias e si organizzano le feste per non sentirla, per far arieggiare i ricordi o per assordarli, tutti hanno un ingombro fottuto di ricordi che non si capisce davvero come smaltirli,mi dico. A volte apro la porta piano, quando sento certe canzoni, ma non si capiscono tutte le parole, però si capisce che sono canzoni d’amore, dalla musica , e metto orecchio per qualche secondo, poi chiudo e mi metto paura per la prima volta della solitudine, che forse vuol dire non essere più così spavaldi come quando indossavamo impermeabili speciali per certe cose tristi, ci mangiavamo tutto, pure le valige pesanti, di certi poeti delle radio, e della vita balorda cane. Eravamo come pronti a mangiarci le storie storte del mondo, ne uscivamo incredibilmente intatti, anzi splendenti. Mo’ il cappotto ci basta per l’inverno, cerchiamo riparo perchè siamo stati esposti alla luce per anni, diciamo, che abbiamo una dieta più controllata. Ecco. Oppure siamo così allenati che la indoviniamo con una nota sola la vita vacca, la radio, l’inverno e il buio della stanza. L’eco nelle scale dei condomini, ecco.

La  stanza del primo piano è grande e senza mobili. Il vecchio ha un letto, un divano su cui dormire? Come immagina la nostra faccia, come fa a immaginarsela dalla voce.Come riesce a fare a meno della faccia delle persone. Il vecchio non lo sa che la mattina quando esci di casa vai al conservatorio, e non sa del tuo diploma in pianoforte e tutto il resto. Se salgo sul terrazzo, sopra dove abbiamo la lavatrice, sotto avrò senza dubbio due appartamenti dove c’è la musica che è nella vita storta, la taglia in più pezzetti, la cuoce, la mischia ad altri appartamenti lontani, lontani dal cieco e pure da questo terrazzo, dove la partitura di Wagner e la musicassetta di Iglesias implodono in stanze uguali,in metriquadrati,mi dico.

 Stare soli nel condominio era meglio a pensarci, non c’erano tutte queste domande a galleggiare sulle scale. Stare soli nel condominio era diverso che sentire questa solitudine, di un altro. Stare in questo condominio senza la storia di un vecchio che aveva un complesso e cantava alla balera era meno compromettente che ora, che c’è, con la radio e tutto.

 

 

 

 

 

 

 

 

DANK diario1

7 dicembre 2012

DANK_1

Testo e immagini: Gioia Perrone

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L’omino del semaforo era ancora verde, ma io ero ancora un poco lontana dalle strisce pedonali. Quando sono arrivata sulle strisce l’omino era giallo e il giallo dura poco, poi dopo si sa, c’è anche una percentuale che qualcuno ti ficchi sotto . Così ho fatto quattro passi di balzo, veloci, conquistando in fretta l’altra sponda. Dietro me una signora sulla sessantina, affrettata anche lei ma molto più lenta, più incerta. Quando anche lei ha attraversato completamente l’omino era diventato rosso da un poco e qualche macchina accennava a passare. Uno giovane è in questo stato delle cose, può balzare veloce e superare gli argini, può giocare col tempo con le sole prorprie gambe, puo scartabellare le regole e cambiare le carte all’ultimo, può tirare la corda con una espressione goliarda, tagliare la corda fottendosene dell’onore, può arginare o distruggere il percorso che ingaggia verso la sua meta, può liberamente e con disinvoltura non avere una meta. Uno che è vecchio le gambe sono lente, la meta ha bisogno di pensieri precisi, di calcoli minuti, il tempo ha le sue regole, i semafori sono pali irremovibili, sono verdi, sono gialli, sono fottutamente rossi.

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Alla villa comunale fa freddo, in macchina quando sono arrivata c’era un certo sole tra i rami che sporgono dai cancelli, che da agli occhi quel verde, quel verde ramarro che brilla, quell’apparizione che fa delle cose quello che le cose sono, poi alla fine, apparizioni luminose. Insomma ho parcheggiato e ho fatto alcuni giri. Poi prima di rientrare ho messo nella macchinetta del parcheggio altre monete, volevo sedermi su una di quelle panchine, forse attratta dal quel verde lì, di prima, non avevo da fare niente dentro la Villa , però quel posto lì mi è sempre piaciuto. In quel posto ho bei ricordi. A gran parte della gente sembra strano che uno metta delle monete in più solo per starsene seduto a fare niente. Tant’è non lo dite in giro, è così. Ho chiesto una penna alla signora del bar, nella villa, e mi sono andata a sedere alla panchina lì vicino, dove ci sono pure le giostre per i bambini. Allora niente, ho preso l’agenda, mi sono guardata intorno e ho scritto quello che ho visto, perchè del verde niente, era sparito, si era annuvolato e tutto si è trasformato in una patina grigiastra, ma tenue, che faceva sentire ancora più freddo. Ho arrotolato meglio la sciarpa, e ho scritto. Si vedono gruppetti di uomini vestiti alla meno peggio, con tute e giubotti scuri, i lineamenti marcati, l’andamento aggressivo, ma anche un po’ desolato. Alle giostre più in là c’è un padre giovane, con gli occhiali da sole

e il berretto , che spinge sull’altalena il figlioletto, ma senza guardarlo. Davanti a me da lontano mi pare di vedere qualcuno che conosco, non voglio riconoscerlo, non voglio pensare di poter salutare qualcuno, così chiudo l’agenda, mi infilo nel bar e ridò la penna alla signora al bancone. Esco dal cancello della Villa e mi dirigo verso la mia macchina.

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Avevo detto che sarei ritornata in quel posto. Poco dopo il cimitero del paese, dove c’è quell’enorme campo che a giugno è strapieno di grano e mi piace molto. Due anni fa quando aspettavo Federico, per fare una camminata ,attraversai tutta la strada che lo costeggia e che arriva al cimitero, poi non contenta tutta la strada fin dentro al cimitero, con quella pancia così grande e tonda, ero stremata a un certo punto, avevo esagerato a camminare tanto, e stetti a sedere su un aiuola, tra lapidi e cipressi e silenzio. Insomma vicino quel campo alle porte del paese c’è questo quartiere, tutto uguale agli altri, strade a scacchiera ovunque, case dai colori smorti. Alla fine della strada che costeggia il campo avevo scoperto un piccolo parchetto, non proprio un parchetto, ma un giardinetto con dei pini, tutto scardinato e pieno di cemento anche, e anche di terra e foglie gialle e bagnate. Tutto intorno case con le finestre serrate e giostrine per bambini, ma in sfacelo, altalene divelte e mezze distrutte, scivoli e dondolini arrugginiti e coperti di scritte, le scritte ci sono ovunque, il muro di cinta della casa attaccata al giardinetto è tutto un arazzo di scritture. L’altalena per bambini più grandi è una specie di finestra sul grande campo, e mi è piaciuto guardarla ecco perchè sono tornata. Ci sono macerie la cui attrattiva supera lo sdegno e la domanda che serpeggia sotto le foglie del parchetto, tra i piloni della panchina divelta, la domanda che batte e che anzi è scritta tra le scritte di quel muro, solo non si riesce più a leggere tanti sono i graffiti, i segni di è passato, la domanda che fa: dove sono i bambini del parchetto? Non ci sono qui bambini a cui il parchetto serva? Ecco la domanda si bagna sotto queste foglie, io ho la mia macchina fotografica in mano, sono tornata perchè questo posto si trasformi davvero in una oscurità, in una specie di mistero, perchè è questo che succede se fotografi un posto. Sono tornata ecco tutto. E me ne sono andata.

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5 dicembre 2012

Immagine

 

Testo: Gioia Perrone

 

 

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Non lasciatevi sfuggire lo sguardo umano
ci sono pure nella notte
stecchi sottili che tremano
un passo e un passo e un passo
barcollano, reggono uomini

e inverosimili cerchi senza freno
col nome di occhi.

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Se in questa poesia vi dico
che dobbiamo pure far fronte ai tubi rotti del bagno
credeteci,vi prego
non è alle metafore che votiamo la vita, ma alle cose.
Le cose ci sono
e vi chiedo di crederci.