Dank_diario2_IL VECCHIO

ph: Bill Owens, Suburbia,1972

 

testo di  Gioia Perrone

 

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Nel condominio ci sono due appartamenti e uno è il nostro al secondo piano. Per molto tempo il primo piano è stato disabitato, tanto che nel palazzo eravamo solo noi,dentro ci facevano sempre i lavori, con gli operai, i picchettai, le ruspe, i martelli e tutto il resto, d’estate, la mattina presto. Poi è arrivato il cieco. Prima era solo una presenza, ci accorgemmo che nell’appartamento ci viveva qualcuno, forse un lavorante della pizzeria di sotto che rimaneva a dormire. Poi no, era un vecchio signore, diciamo non proprio vecchio, ma di quelli che il tempo non è stato buono ecco. E poi “dopo La Disgrazia…” così, poco tempo dopo il suo arrivo, si espresse, salutandomi sulle scale, un giorno che aprendo il portone d’entrata me lo ritrovai di fronte e mi venne un colpo. Non sappiamo come si chiama, tutto quello che sappiamo è che a un certo punto gli è venuta questa disgrazia qui, di perdere la vista. Cieco ci è diventato, quindi che vita faceva il vecchio, prima quando era vedente, non so bene, e nemmeno prima ancora, quando era meno vecchio dico. Il ragazzo che una mattina gli ha consegnato il pranzo a domicilio, io gli ho chiesto se fosse il figlio, ma lui mi spiegò che gli portava il pranzo e basta, perchè ha il locale a Carmiano che fa di questi servizi, e che il vecchio era da tanti anni cliente, che poi gli è accaduta Quella Disgrazia. Prima, diceva il ragazzo, il vecchio cantava. Faceva le serate nei bar e nelle balere, cose così, aveva il “complesso”. Poi ha avuto problemi di salute e non poteva più lavorare e ha pochi parenti e che..

Il vecchio di Federico lui lo sa il nome, quando scendiamo le scale Federico saluta lui e lui risponde a Federico, poi mi chiede per cortesia di schiacciare il verde sul suo cellulare per far partire la chiamata ad un certo numero, così poi lo vengono a prendere. “La coscienza mia è apposto” mi ha detto poi un’altra volta. Io quando lo incontro gli auguro una buona giornata e me ne vado via veloce, certe volte però sento la radio accesa, anzi la sento spesso. La radio ha detto che gli tiene compagnia, e infatti appena sento la radio lo immagino sempre da solo nella stanza, e mi sento più sola io così,bloccata lì a pensarlo solo che altro, cioè si capisce no? La radio accesa e il buio. Tornando a casa da qualche passeggiata di sera, quest’estate abbiamo visto la sua finestra buia. Lui dentro la stanza e la radio, con le canzoni melodiche. Quando uno è cieco vede buio, ma anche il corpo di un vecchio cieco è nel buio, cioè non serve accendere la luce, e anche io allora vedo un po’ di buio,anche se il buio suo è diverso. Ecco, a quel buio lì non ci avevo mai pensato da questa prospettiva.

Giorni fa l’ho sentito cantare. La radio a volume altissimo sparava Julio IIglesias, inconfondibile con la voce da budino, e poi altri cantanti degli anni ’60, melodici ectoplasmi trash da balera, tutti in quella stanza con lui al centro,una specie di spettacolo con tanto di giacca di paillettes  e tastiera. Me lo sono immaginato così. ” Ma qui i termosifoni funzionano? Perchè se no st’inverno tocca andar via”, Mi fa qualche mattina fa , e dove potrebbe andar via, con quel cappello di lana impolverato e il giaccone pesante quasi incorporato a quella figura rugosa e massiccia. -Dove vai, dove vai- mi sono detta un po’ meccanicamente queste parole mentre risalivo le scale per entrare in casa, con il mio cappotto nero lungo e il maglione di lana sintetica e i jeans freddi sulla pelle. Ha alzato la radio perchè si sta avvicinando Natale, a certe persone gli si alza il tasso di malinconia come certi valori nel sangue, per la solitudine si canta Julio Iglesias e si organizzano le feste per non sentirla, per far arieggiare i ricordi o per assordarli, tutti hanno un ingombro fottuto di ricordi che non si capisce davvero come smaltirli,mi dico. A volte apro la porta piano, quando sento certe canzoni, ma non si capiscono tutte le parole, però si capisce che sono canzoni d’amore, dalla musica , e metto orecchio per qualche secondo, poi chiudo e mi metto paura per la prima volta della solitudine, che forse vuol dire non essere più così spavaldi come quando indossavamo impermeabili speciali per certe cose tristi, ci mangiavamo tutto, pure le valige pesanti, di certi poeti delle radio, e della vita balorda cane. Eravamo come pronti a mangiarci le storie storte del mondo, ne uscivamo incredibilmente intatti, anzi splendenti. Mo’ il cappotto ci basta per l’inverno, cerchiamo riparo perchè siamo stati esposti alla luce per anni, diciamo, che abbiamo una dieta più controllata. Ecco. Oppure siamo così allenati che la indoviniamo con una nota sola la vita vacca, la radio, l’inverno e il buio della stanza. L’eco nelle scale dei condomini, ecco.

La  stanza del primo piano è grande e senza mobili. Il vecchio ha un letto, un divano su cui dormire? Come immagina la nostra faccia, come fa a immaginarsela dalla voce.Come riesce a fare a meno della faccia delle persone. Il vecchio non lo sa che la mattina quando esci di casa vai al conservatorio, e non sa del tuo diploma in pianoforte e tutto il resto. Se salgo sul terrazzo, sopra dove abbiamo la lavatrice, sotto avrò senza dubbio due appartamenti dove c’è la musica che è nella vita storta, la taglia in più pezzetti, la cuoce, la mischia ad altri appartamenti lontani, lontani dal cieco e pure da questo terrazzo, dove la partitura di Wagner e la musicassetta di Iglesias implodono in stanze uguali,in metriquadrati,mi dico.

 Stare soli nel condominio era meglio a pensarci, non c’erano tutte queste domande a galleggiare sulle scale. Stare soli nel condominio era diverso che sentire questa solitudine, di un altro. Stare in questo condominio senza la storia di un vecchio che aveva un complesso e cantava alla balera era meno compromettente che ora, che c’è, con la radio e tutto.

 

 

 

 

 

 

 

 

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2 Risposte to “Dank_diario2_IL VECCHIO”

  1. I l'aria Says:

    impermeabili speciali dai colori e dalle lunghezze sgargianti. ne faremo un museo a mezz’aria.
    ma il centro, mia Vertiginosa, è lui. e tu l’hai preso, accerchiato col compasso a bolle. le domande sono invadenti fino a che non si fanno. irritanti fino a che facendole non restituiscono colori e luce. è chiaro che devi, che ti aspetta. vai. con torta e liquore di ciliegie. e col rischio sciroccato di portarlo su un trono dorato a ferragosto con ebbre bande e banditi al seguito

  2. gioiap Says:

    ooo questa poi! ;-) m’allenerò credo a tenere l’equilibrio di certe domande che galleggiano per le scale.

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