L’UOMO COL GIUBBOTTO

luomo col giubotto

 

Un articolo apparso su Paese Nuovo, domenica 3 febbraio 2013

http://www.pnquotidiano.it/edicolaonline/20130203.pdf

 

 

Caro Mauro,

questo che segue è il risulatato di un po’ di miei pensieri intorno ad Antonio Verri,o meglio, leggerai soprattutto la fatica di parlare di quello di cui voglio parlare, cioè la fatica mia peculiare di raccontare cosa mi lega a quel nome proprio di poeta. Tu sai del guazzabuglio di estati ed inverni nel luogo che a Verri a Lecce è dedicato, guazzabuglio prodigioso e impalpabile in cui può consistere la formazione di qualcuno, il coraggio, l’incoscienza e la cura che si imparano e che matematicamente non fanno curriculum, ma che allenano l’inventiva. Questi pensieri-fatica, forse buoni a niente, spero valgano almeno per attestare il valore che è stato e che è il tuo infaticabile “aver cura” della voce dell’altro, quello che fu proprio di A.Verri, testamento allora non tradito anzi, carnalmente e quotidianamente proseguito, fabbricato nell’armonia. Questi pensieri a te e a quelli che ho incontrato.

 1.FATE FOGLI DI POESIA

 Sulla Lecce-Maglie a un certo punto c’è l’uscita per Sternatia. La mia infanzia inizia nell’auto del mio amico Vito che sfreccia lungo la discesa per Sternatia, stretta e ripida, la macchina quando la imbocca sobbalza se vai ad una certa velocità, tanto che senti quel friccico all’inizio dello stomaco, che dura giusto qualche secondo e ti stampa in faccia un sorriso fisiologico. La mia infanzia inizia di sera, davanti al cartello “STERNATIA” scritto anche in grico. Non mi ricordo se d’estate o d’inverno, ho 21 anni. Io e Vito stiamo andando a prendere suo cognato Giovanni,un uomo altissimo, dinoccolato, scavato in volto e con gli occhi color nocciola un po’ allungati. Di lui so qualche storia difficile e misteriosa, ne ha passate parecchie e questo si sente dal modo in cui calibra le frasi, le parole, il modo in cui le predispone, le carica, come a un tiro al bersaglio, dove il bersaglio è il tronco di un ulivo antico e magico che qualcuno un giorno giura di aver scorto in quelle campagne. Qualche sera prima sui gradoni dell’Università, in mezzo a molta gente che era lì per un concerto, mi disse che i versi che avevo scritto in “Pavlov” gli piacevano molto e che li aveva trovati potenti. Io Vito e Giovanni stiamo andando a leggere qualche foglietto che ognuno ha portanto nella tasca, forse all’ultimo momento o forse scritti apposta per l’occasione, leggeremo così ad alta voce questi nostri foglietti, dopo mi sentirò riscaldata, contenta per il fatto di aver tirato fuori la voce, che le parole potevano diventare sacchetti, pacchetti, in cui metterci quello che non potevi o non riuscivi a dire, che ne so, quando incontravi qualcuno per salutarlo e poi “ci vediamo” e il resto. Anche l’amore era schiavo di qualche frase di circostanza, qualche parola risaputa in cui cadere, ma nei fogli di poesia tutto era diverso, tutto si poteva finalmente dire.

 2.MAGGIO E L’UOMO COL GIUBBOTTO

 A Sternatia c’era un locale che si chiamava MOCAMBO. A Sternatia c’è un locale che si chiama MOCAMBO. Su un libretto di scritti e di fotografie dedicate al poeta Antonio Verri ce n’è una che ritrae un gruppo di persone davanti alla porta del locale “MOCAMBO-SFIZIERIE”.Il gruppo di amici,tutti incampottati, non è pronto per la posa, molti di loro parlano e si guardano l’un l’altro, solo alcuni guardano l’obbiettivo, il flash apre un varco ruvido nella sera nera di Sternatia forse alle prime avvisaglie degli anni 90.

Riconosco Verri nell’uomo col giubotto scuro, le spalle larghe, il bavero tutto alzato, lo sguardo sul selciato e un libro sotto al braccio. Ho imparato bene la sua faccia fin da subito, quando un giorno di nove anni fa, nel cortile di una scuola elementare ho chiesto in prestito un grande libro marrone che ne raccontava la vita. Ho imparato così il volto di Verri, la barba dalla natura morbida, il naso greco e lo sguardo deviato e puro. E ho letto del pane sotto la neve. Ed altre cose che bene bene allora non ho capito, tranne forse l’essenziale, che erano state scritte in una specie di volo su di una fioritura ruvida e terragna, un tiro al bersaglio vertiginoso.

Quel periodo del libro marrone era maggio. Se mi concentro a ricordarmelo ora, ho come la sensazione che tutto in quel periodo fosse un grande maggio, di una densità e di una natura, così specifica, che mai in altri maggi avrei ritrovato.

 Caso e Desiderio vanno spesso di pari passo, l’ho letto in un altro libro, molto più tardi, e trovo che sia vero. Dal momento che ho cercato quel libro e l’ho poi avuto tra le mani la mia vita ha preso una certa direzione. Dopo le lezioni all’Università, prendevo il viale alberato che costeggiava il liceo e camminavo fino a Porta Rudiae, attraversando l’arco color cappuccino, l’Accademia, fino a svoltare per Santa Maria del Paradiso dove c’era un merlo in una gabbia e poco distante il Fondo Verri.

A camminare per quelle strade che come nastri si srotolavano dalla bobina di quella stanzetta teatro, c’ho perso tutto e tutto ho preso con me. Se devo raccontare cosa per me è stato quell’uomo col bavero del giubotto alzato, barba morbida, naso greco nelle foto in bianco e nero, nei segni d’arco di DeCandia, nei “guitti assurdi e decollati” dei suoi versi, devo iniziare col dire come ho imparato presto di come i poeti muoiono presto.

3.CENERE IN PETTO

Mi chiedo se Claudia sarebbe ancora viva se solo Antonio fosse ancora vivo anche lui. Ma io forse dovrei pensare ad altro, forse non ho nemmeno il diritto di farmi queste domande, io che Claudia non l’ho incontrata mai e nemmeno Antonio. Forse è da che ho saputo come può morire un poeta che ho questa paura fissa, questo pensiero fisso della morte, questo camminare che ha superato le strade e che è poi ,essenzialmente, attraversare questa paura. Infondo senza di questo, cosa rimarrebbe di me?

Ho cenere in petto

fragori leggeri fruscii

bisogni cromati furberie

silenzi

Ecco tacere. Tacere certe cose, o meglio, nasconderle ad arte come fanno i clown col trucco e la parrucca, così è la poesia. Un esercizio di silenzio motile, di trucco, di furberie, dove rubare a morsi quello che è nostro, quello che pure ci potrà sporcare, ma non ci importerà se ci sporcheremo. E’ un lavoro sporco per natura purificarsi.

 A pensarci ora è tutto un po’ più chiaro: l’inverno, il bavero alzato, altri sogni. Ho in me la forma degli occhi di chi ho incontrato in Santa Maria del Paradiso, come un’unica sovrapposizione mi pare di rivedere in tutti e anche in me qualcosa che parla di quell’uomo dal bavero del giubbotto alzato, come atteggiamento esistenziale, un passo, un andamento di chi ha da difendersi dal vento e dal salmastro, da chi sa di come per propria natura potrà andare incontro a cenere,fragori,furberie.

4.QUOTIDIANO DEI POETI

Il quotidiano è tutto quello che abbiamo, non c’è niente di più misterioso e pericoloso. Superare il quotidiano è più facile che vivere il quotidiano. Non ho capito bene né come si superi ne come si viva, né cosa è più giusto fare,eppure quotidianamente tocca resistere alla tentazione di mollarlo.

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Una Risposta to “L’UOMO COL GIUBBOTTO”

  1. gioiap Says:

    Grazie all’amico caro Mauro Marino
    il suo blog: http://www.salentopoesia.blogspot.it

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