Archive for aprile 2013

POESIA DELLA TIMIDEZZA

16 aprile 2013

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Ph: A. Tarkovskij

Testo: Gioia Perrone

Sono stata brava in tutti questi anni
a nascondere la mia timidezza.
Forse non fino a mimetizzarla con il  terriccio e sassi
sotto cui la ripongo.
Come fosse ogni sguardo profondo
che incontro  un  inverno lungo,
e lei la falena.

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POESIA DELLA PAURA

12 aprile 2013

polaroid A.Tarkovskij

 

ph: A. Tarkovskij

testo: Gioia Perrone

 

 

Sono così convinta che tutto sia un sogno
e che noi dribbliamo su due alluci
il dolore dicendo che invece è il nostro successo
l’esperienza,il dominio, il retino delle farfalle

che sai, leggo e rileggo poesie, ricette, cenci
mummificate giornate,cartoline,sussidiari,
antologie stellari.

Perché ho paura

paura di dimenticare.

 

 

 

Dank_barchette

9 aprile 2013

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ph: Nick Noeding

 

Testo: Gioia Perrone

 

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M. aveva deciso di essere né più né meno che una barchetta di legno sull’acqua. L’aveva detto a j. Alla fine di una lunga chiacchierata con lui, in cui j. ascoltava perlopiù in silenzio, attentamente e sorseggiando grappa. Lui sapeva sempre ascoltarla e darle preziosi consigli, e dalla sua M. sapeva inavvertitamente avere la sapienza delle efficaci metafore. D’altra parte, M. ci pensa su, se al mondo non fossero esistite le metafore, probabilmente sarebbe stata una donna fottuta, senza possibilità di spiegarsi o spiegare alcun chè. Una barchetta di legno sull’acqua, ecco si, qualcosa di semplice, di collaudato, per scorrere piano e fluidamente nelle giornate a venire, perchè le giornate che in quel periodo M. stava trascorrendo erano tutte permeate da quel senso di congelamento, di impossibilità, che poi portava M. a provare tutta quell’ansia e poi ancora quella sensazione di essersi cristallizzata, o peggio, smaniata come un topino da esperimento nel suo cantuccio asettico e senza uscite. Troppo tempo senza un lavoro definito faceva male ai nervi di M, e poi forse iniziava a prendersi un po’ troppo sul serio, rimuginava, creandosi un mucchio di aspettative.

 

Quanto era bello ridere e godere di non sapere chi essere tu!

 

Le diceva masticando un boccone trasparente un signore alto, dall’accento slavo, capelli e barba lunga, denti gialli e le gote eleganti sotto i due occhietti chiari.

Emme emme, si diceva M, lui anche si ricorda di quanto camminavi tu, indossando camicette chiare d’estate, e cappotti lunghi d’inverno, camminare e consumarsi, era la vita, rilasciare una scia, una traccia solo con il passaggio e fare gli incontri durante il passaggio, disperdersi. Indossare camicette d’estate e cappotti d’inverno erano le stagioni, tutto qui. Poi? Poi c’era lo scrivere, come si mangia un boccone al ritorno, come si mangia il ritorno in un solo boccone, era la scrittura. E poi innamorarsi come a fumare sigarette di contrabbando,era fumare, ma tu non sei mai stata brava a fumare.

Certo ti sarebbe piaciuto, specie quando si mettevano in cerchio: chi arrotolava, chi accendeva rapidamente e subito aspirava, chi attendeva di più come a godersi il momento, intarsiando come una specie di artigiano quel tempo con alcune precise parole, un mezzo sorriso o solo un suono che stava come a sintetizzare l’esistenza, o come fanno certi prestigiatori che manipolano il cilindro sicuri poi della fuoriuscita del coniglio.

Come a godersi il momento. Tu niente, te ne stavi ferma con le mani in tasca e osservavi tutti.

C’era un chè di bello in quel desiderio di fare qualcosa che sapeva di non poter fare, il fumo le faceva venire la nausea, ma starsene ad osservare la riempiva, quel desiderio le bastava. Era confortante. Poi se lo portava dietro e prendeva di nuovo a camminare. Era qualcosa di bello prendersi quel desiderio e camminare via. Giorno dopo giorno così, senza preoccuparsi di capire chi fosse quella che camminava, o meglio dove poi volesse andare, e così facendo, senza sapere bene, è diventata.

Sono diventata ,si ripeteva M.

Un giorno M. era al centro della sua città, che poi non era proprio la sua città, ma quella città dove per molto e molto tempo aveva camminato, infondo una città M. non ce l’aveva mai avuta, eppure era rimasta quasi sempre lì. Era al centro, e ora la meta del camminare era chiara, come la luce bianca fatta di tanti colori e il più difficile di sempre da spiegare era l’indaco, un giorno avrebbe dovuto spiegarlo a suo figlio, che per il momento conosceva bene solo il rosso, il verde, il giallo. M. Ora sapeva di quei sette colori e cosa avrebbe voluto dalla sua vita, non era più solo il cappotto dell’inverno e la camicetta dell’estate, doveva avere nuovi muscoli e un colore degli occhi diverso per attraversare la strada, stringere forte la piccola mano di suo figlio nella sua e concentrarsi su ogni passo necessario, ogni sacrosanto passo per non disperdere quella mano, dalla sua. I colori erano chiari, stagliati nella mente, lo specchio le restituiva un viso soffice, più molle, lo sguardo più attento, più bello, alcuni capelli bianchi più irregolari e duri rispetto agli altri castani, non poteva che essere lei quella che camminava. E infatti ora era in strada, prima di tornare a casa voleva guardarsi intorno. Lì in quella stradona piena di negozi in fila sotto i palazzotti color malva, della città luminosa per finta, (non è questione di luce, si diceva M., ma di sensibilità della pelle, alcune piante vivono pure nell’oscurità, altre nel sole, trattenendo l’acqua) , si diceva, come Alice, che qualche buco di negozio l’avrebbe risucchiata e infilato un camice, una divisa, un cartellino, avrebbe firmato una carta, stretto una mano cordialmente e avrebbe finalmente avuto un normalissimo straccio di lavoro. Un lavoro non desiderato, forse grigio, ma intero, saldo tra i saldi, sarebbe pure sembrata a qualcuno “quella del negozio”.

Che follia! Pensava dopo M.

Ma intanto a camminare lì intorno, i negozi sembravano voliere spopolate, becchi gialli cupi di proprietari sprofondati dietro ai banconi ad aspettare qualche cliente, un solo singolo cliente qua e là,a sprofondare di più l’immagine di quelle voliere abbandonate.. Prodotti come sempre esposti, intatti, pronti, ma come incerti, e assistenti in camice e cartellino inquetantemente simili nei tratti ai volti dei proprietari, figli, nipoti, fratelli.

M. Fermava i passi, si fermava davanti alla vetrina infondo alla stradona, come imbambolata, sentiva alle spalle il solito traffico di quella strada trafficata, come sempre, ma più incerto. Tutto le sembrò fermo, anche lei infatti si era fermata, per molti secondi che le parvero poi anni, rimase immobile come presa da un incantesimo. Forse il buco l’aveva risuchiata davvero, ma dall’altra parte non c’era niente.

M.sospettava che qualcosa, qualche passo, non avesse funzionato. Aveva preso a detestare tutto quel desiderio che continuava a prendersi su da sempre, quel desiderio che prima le sembrava bello. Forse prima, si diceva, c’erano i passi, così il desiderio decantava, come il liquido che si muova in una coppa, oppure si distribuiva bene, tra la pianta del piede e la gola. Il desiderio aveva quel tragitto dentro di lei, non doveva preoccuparsi di schizzare di fuori, si disponeva, ecco tutto. Mentre lei se lo portava a spasso, come si porta a spasso il pasto appena consumato, nello stomaco.

E ora? Da molto tempo lo estraeva via, chirurgicamente, ne faceva la pasta per i suoi progetti, ci voleva fare l’arte, l’amore e il pane. Voleva tutto quello che vedeva, perchè ora lo vedeva. Poi arrivava l’ansia, l’incantesimo delle voliere e dei becchi gialli.

 

Ahh! Sei fottuta tu! Ridacchiava l’uomo con la barba ei denti gialli seduto su un gradino della città.

 

M.anche rideva un po’ amara, ma non pensava di essere fottuta, come l’uomo con la barba diceva. Infondo si sentiva magnificamente a parlare con j. E lui le sapeva sempre dare ottimi consigli. Alla fine della loro chiacchierata lei pronunciò a j. la sua decisione: Doveva ricordare come si fa a galleggiare, distendere i muscoli, smettere di dimenarsi, trasformarsi in una piccola barca di legno, qualcosa di semplice, di collaudato, per scorrere piano e fluidamente nelle giornate a venire.Lasciarsi diventare una barchetta.

J.guardava M. Sorridendo, -bella metafora! – Disse, e fece un altro sorso di grappa.