Archive for dicembre 2014

Poesie per tre giorni n.1

31 dicembre 2014

Foto e testo: Gioia Perrone

Andiamo mano per la mano a volte, a volte no
teniamo le mani in tasca.
Girare con te è sabotare,
la nostra cifra è sabotare,
e per farlo come sappiamo fare ci inventiamo le migliori scuse.

Insegni a nostro figlio più il gioco delle parole inventate,
delle parole scambiate di posto,
che lo spartito pieno di musiche già scritte
e credo tu stia facendo un buon lavoro.
Quando sono esausta, quando voglio piangere per nevrosi
tu mi dici che “quel caratterino” siamo noi,
il sangue, le passioni, la genetica che si ripresenta
e questo dovrebbe farmi ridere, e infatti mi sento meglio.

Quando nostro figlio dorme parliamo a lungo
di come ha il viso, di come è bello,
come fossimo già in Paradiso,
ma non è possibile tranne che, tranne qualcosa nel volto che dorme
ci fa sospettare che invece si, che una genetica ritorna,
dell’Angelo, delle piume leggere, delle ali
e questo ci fa ridere,
e infatti ridiamo.

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Poesia del 23 dicembre

24 dicembre 2014

(Ad Annarosa, a Luisa, e agli altri)

di Gioia Perrone

Vorrei essere tutte le vostre madri perdute.
Essere le loro voci, unica voce al vostro orecchio.

Conoscere a memoria la lingua dei morti
e delle memorie
dire la parola
che non avete dimenticato.

Vorrei cucire il taglio

in questa gola di voci
una ressa armoniosa
come in una voliera.

poesia del 5 dicembre

6 dicembre 2014

9_Ritratto di giovane donna, 1905 ca., Archivi Alinari

testo Gioia Perrone

Attraversando strati di atmosfera mi sono smagnetizzata,
accordata al mutevole assoluto.
E senza appigli, se non nel luminoso imbambolamento della casa,
il tuo volto e le mani morbide come sfiato di balena, bocca-antro-tenerezza.
Mi sono fatta grande, trasformata, guagliona sfuggita tra gli sfollati,

spugna, lastra e cos’altro, ah, impermeabile alla bruttura, ti ho detto la sera sedute al tavolino quadrato del Bar Palmieri. E’ l’assioma che dura il tempo di una piccola oliva salata, è la pura verità che non conta niente.

Ogni cosa arriva, la voce esatta di una vita, oppure la sintesi di molte, così mi sembra, ha una sembianza, ma non è mai nitida, smemorata apprendo registro una cadenza e mai e mai la formula.
I morti se ci sono sono in questo dubbio, il dubbio che la voce arrivi da una pozza confusa sotto i nostri maglioni o se sgomita attraverso ogni fessura di muro nell’atroce lotta della trasmissione dei segnali.

I pin di tutti i secoli, come molluschi evanescenti roteano a rallenty nel liquido scuro

E io non ho una rotta nemmeno in questa poesia
sdefinita, bianca, torno nell’insenatura, nell’incrinatura giovane, nella fodera
strappata, della partenza.
Una squama con nome resta, a difendere la soglia, a incitarmi a sorridere a questa certezza dolce senza un paese, alla guida sulle curve e sole e scogliera, all’antica nausea bloccata dell’infanzia che, fatta la circumnavigazione, come da promessa, ritorna.