Biografia al collodio umido

Gioia Perrone, classe ’84, fin da molto piccola impugna una macchina fotografica Pentax familiare e durante le vacanze coi genitori scatta innumerevoli fotografie a soggetti strampalati e men che meno banali. I suoi preferiti sono piccioni, mattonelle, gambe di tavolo, paesaggi sfocati o storti (Molto anni dopo scopre che involontariamente aveva fatto quello che era in voga nella cultura pop anni ’60). I genitori raccontano di lei questa “mania bizzarra” e, ovviamente, non includono nell’album fotografico i suoi “capolavori”.
Intorno ai 19 anni si accorge del fascino che su di lei hanno gli scatti dei fotografi “famosi”: si infervora per le fotografie di Cartier Bresson e di Tina Modotti; poi il regalo importante, una Nikon analogica usata e la promessa di impegnarsi da subito nella nuova attività.
All’inizio dell’università conosce per caso, in ambienti letterari, un vecchio fotografo dalla tecnica impeccabile e dal piglio originale; frequenta il suo studio per cercare di carpirne insegnamenti. Il vecchio le spiega i primi rudimenti, ma quello che lei voleva che fosse un Maestro, una guida, si dimostra ostico nei modi e profondamente avverso al mondo femminile, così dopo qualche anno di alti e bassi e scarsi incoraggiamenti, taglia i ponti. Sono anni in cui studia da sola, apprende la tecnica sui manuali e con l’esercizio, non può permettersi una camera oscura né tantomeno una scuola di specializzazione in reportage. Esce per strada,scrive, scatta foto, porta a stampare, sogna una propria camera oscura; una volta vede un documentario su Bresson in cui lui rivelava di non aver mai stampato personalmente le sue foto, allora si rincuora e va avanti.
Ricorda il giorno in cui prese il treno e andò a trascorrere la giornata a Polignano a mare con la sua macchina fotografica e la sua prima pellicola bianco e nero. Sente che la fotografia le dava libertà di pensiero e di movimento. Fu un bel giorno.
Quell’estate conosce Violeta suo marito Claudio e la figliola Cecilia, una coppia bohemien di argentini da un pezzo lontani d casa, votati corpo e anima all’arte. Lei fotografava mezza Europa con un esposimetro e una macchina completamente manuale. Vede in Violeta il ritratto dell’autenticità e della dedizione, sprofonda ammirata nei suoi diari che ritraggono, secondo un gusto primo novecento, scorci di vita dei sobborghi europei e ragazze dall’aspetto mistico.
Per un giorno si lascia fotografare nella grande casa studentesca, dove la famiglia vive, tra riviste d’arte, pochi mobili e grandi coppe di cous cous. Da quell’incontro impara in pochissimi giorni lo spirito che anni di apprendistato probabilmente non infondono. La famiglia argentina da lì a poco riparte per la patria natia, “Grazie per la tua luce!” scriverà prima di ritornare in Argentina.

Da allora scatta fotografie in bianco e nero, seguendo più o meno coerentemente linee formali classiche e più spesso sperimentando e deragliando. Usa sempre e solo quella vecchia Nikon che porta con sé in tutte le occasioni. I soggetti che spesso predilige sono sulla strada: chi passa, chi ha una bottega nomade, chi dipinge, amori personali,amici di passaggio, vedute intime, lavoratori. Dai primi anni di scatti nasce una mostra sui generis a costo quasi zero, perché la necessità si fa virtù, e realizza una trentina di stampe a contatto piccole nemmeno 4×4, è “Micro Moti”, una sorta di gioco emotivo che vuole fare un punto sui propri via vai esistenziali. E’ la mostra fotografica più piccola del mondo, per godersela l’istallazione prevede l’uso di lenti di ingrandimento.


Poi arriva una nuova vita e prende inizio un progetto senza alcun termine di scadenza nel quale realizza ritratti sempre allo stesso soggetto, il suo compagno di vita, e sempre con uno spirito di commistione tra su-realtà , farsa, e tragedia. E’ “Annibale e i suoi conflitti”, dove Annibale è un nuovo disarmante e contemporaneo condottiero “in t-shirt e senza elefanti”. Inizia ad approfondire gli aspetti teorici e concettuali del mezzo fotografico: il familiare, il casalingo, nella sua accezione di pendolo tra il bizzarro e l’inquieto sarà centro di una serie di scatti e riflessioni che tutt’ora porta avanti. Con la tesi di laurea sulla fotografia familiare, e approfondendo le teorie sociologiche e semiotiche del mezzo, si intensifica il desiderio di raccontare comunque e sempre, attraverso scrittura e fotografia, le tematiche di memoria e identità. Continua a prediligere bizzarrie dello sguardo, e ad oggi si occupa di formazione attraverso la fotografia tra pratiche ludiche che strizzano l’occhio alla terapia.

contact:gioietta_846@yahoo.it

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