Archive for the ‘fotografia’ Category

DIE-FRAMMA

8 aprile 2011

(Foto e testo: Gioia Perrone, da “La razza della luce“)

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Ditemi ora come farete col sushi del venerdì
-le maree dipendono dalla luna
e anche rune, dune, pietre ovali non dicono che poche storie-
Bukowski fuma e anche tu fumi e non la smetti mai
io vi guardo e sento crescere l’ipocondria e la felicità.
Ditemi come faccio a trattenermi
ditemi finalmente che sta sul serio arrivando questo vento
e datemi un gobbo perché io legga bene
il cubitale arrivo della prima estate di nostro figlio.

GRANBEISALTI

5 aprile 2011

Dutch farmers crossing an flooded field with fen poles / leaping poles. The Netherlands, Huizen, 1938.
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Henri  Cartier-Bresson
Dietro la stazione di Saint Lazare, 1932

METTERSI SULLE PROPRIE TRACCE_UN INCIPIT

20 marzo 2011

NONNA AFRICA: UNO SGUARDO MITOPOIETICO

di gioia perrone


Libia (anni ’40)

La famiglia è un sistema “mitopoietico” , perché genera storie. Il sentirsi parte di una storia, il riconoscersi in un sistema familiare può accadere anche attraverso la forma della narrazione combinata allo sguardo fotografico.

Ho messo le mani nelle vecchie foto di famiglia fin dalla mia infanzia. Da sempre questi rettangolini  in bianco e nero dagli orli merlettati , erano il mio passatempo preferito . Tornavo più volte negli anni, e sempre con occhi diversi a passarli in rassegna, scrutare facce ed espressioni, scoprendone sempre nuovi collegamenti, chiedendo notizie a mia madre, l’unica in famiglia ad avere il ruolo di detentrice di labili fili di memoria familiare, e questo ruolo si manifestava anche semplicemente nel dividere le fotografie degli avi, da quelle più recenti a colori, appartenenti al nostro nucleo familiare.
“Mettere le mani”  forse è l’espressione più adatta, perché queste foto dei nonni e dei bisnonni erano raccolte alla rinfusa in un grande bustone  trasparente così che potevo di volta in volta pescare a caso  i rettangoli,  i volti, i corpi, le persone in posa di gruppo, e lentamente impararne i tratti,  le date scritte in matita e le annotazioni sbiadite, i vincoli esistenti tra loro, gli sguardi. Guardare insistentemente, maneggiare la superficie di ogni fotografia, il piacere del tatto e della vista, molto tempo prima di capire la mia passione fotografica, erano la forza di attrazione verso quegli oggetti. Mi stavo in qualche modo auto-educando, ma a cosa? Credo che queste “pratiche” che legano i sensi alla fotografia, educhino ad un senso nostalgico. Mi stavo allenando alla Nostalgia, proprio accostandomi alla natura nostalgica, al “non sapere cosa ci attrae e cosa ci commuove”, non saperlo razionalmente, ma sentirlo.

Le notizie didascaliche sulle fotografie che avevo tra le mani, le andavo a cercare come giocando all’investigatore, e i suggerimenti di D’Autilia in questo mio percorso, sono stati preziosi per far venire a galla le caratteristiche tipiche della fotografia che sono quelle proprie delle “discipline indiziarie”, che si sviluppano sulla base della decifrazione di segni. La fotografia è  come colma di indizi, ma come poi ci aiuta a dedurre , con un po’ di “sensibilità alla luce” , questi sembrano portare sempre ad un morto.  Dunque i fili del gomitolo cercavo di tirarli  fuori da me, da dentro la mia  ingenua capacità di afferrare, che poi è diventata solida capacità; perché era il mio divertimento trovarmi solitaria davanti a questa avventura  -così la chiama Barthes –  a quel fitto dialogo con i tratti altrui, a quel seguire come una caccia i passi di una esotica fantasticheria, e in fondo perché  la mia era una famiglia pratica, non avvezza a nostalgie e poche e sporadiche erano le storie che riuscivo a farmi raccontare  su quegli scatti. Proprio degli anni dell’adolescenza, quando più forte si fa il bisogno di una propria identità, è quell’amore verso certe foto che diventavano quasi feticcio, vere e proprie icone. In particolare un paio di foto di mia nonna ragazza, elegante  e longilinea stagliata in posa in un desertico panorama. Come in una saga, un grande racconto esotico, nomi di attrici e attori principali si stagliavano come eroi quotidiani e romantici di una Storia che da subito potevo percepire come una grande matassa ricolma di cose misteriose, cose che prendevano forma, spessore, sembianze stagliate man mano che i libri di quella Storia, con gli anni, si lasciavano studiare, rivelando concetti  come “Colonialismo”, “Imperialismo”,  di cui io ritenevo “possedere” un piccolo ma autentico frammento. 

Giovanna Federico era mia nonna. Era figlia di un Federico di Scafati, suonatore di mandolino, avventuriero tutto fare, che in cerca di lavoro e fortuna si imbarcò dapprima verso gli Stati Uniti,  a Filadelfia, dove Giovanna nacque  nel 1919 e dove crebbe insieme alle sorelle per i primi anni della sua vita. Giovanna e i genitori tornarono poi a Scafati, in Campania, lasciando a Filadelfia le sorelle che intanto avevano trovato marito. Giovanna era ancora una ragazzina quando suo padre, all’inizio degli anni ’30 , pieno di nuove speranze di affari, decide di abbracciare l’ordine di Mussolini che spingeva ad una vasta immigrazione di italiani nella nuova colonia di Libia, dopo una guerra sanguinosissima, condotta dal generale Graziani, non meno cruenta di quella che fu nel ’35 la guerra d’Etiopia. Il primo governatore Italo Balbo divise la Libia italiana in quattro provincie, e nel 1939 si stima che gli italiani fossero  il 30% della popolazione , concentrati nella costa  intorno a Tripoli e Bengasi.  La storia degli italiani in Libia inizia molto tempo prima, con  la spedizione militare voluta da Giolitti, ma l’ascesa del fascismo determinò un inasprirsi della politica italiana nei confronti dei “ribelli” libici, soprattutto nell’interno del Paese, in Cirenaica, dove si resisteva arditamente e disperatamente fino a che Omar al Mukthtar capo della resistenza libica, fu catturato e fatto impiccare da Rodolfo Graziani il 16 settembre 1931 nel campo di concentramento di Soluch, in Cirenaica.

Giovanna arriva in Libia nel 1933, il Governatorato è ormai sancito, la Libia è chiamata “La Quarta sponda” e diventa nell’immaginario di migliaia di coloni o aspiranti tali, la nuova “America”.  Giovanna aveva quattordici anni, e i suoi genitori, robusti popolani avventurieri , aprirono un bar. Di lei ragazzina non si sa nulla. Come viveva una adolescente in Libia? Come trascorreva le giornate? Quali aspettative aveva per il suo futuro? Cosa vedeva intorno a lei? Le uniche foto dei nove lunghi anni che Giovanna trascorse in Libia (fino al 1943)  risalgono a Giovanna ventenne . Quello che Giovanna vedeva intorno a sé era un robusto deserto, ovviamente non soltanto quello, ma di sicuro è quello che vedo io, e ri-vedo io, nello spazio limitato dell’inquadratura su di lei, luminosa e sorridente nell’aridità circostante. Carnagione chiarissima, capelli mossi e  pettinati con la scrima al lato, un vestito scuro  e leggero appena dopo il ginocchio, un libro in mano. Giovanna è immortalata mentre passeggia verso l’obbiettivo e sorride, lungo una strada desolata con poche tracce di vegetazione al lato. L’ombra che proietta è corta sul terriccio, e il vestito morbido si arrotola in pieghe mosse mentre allunga il passo.  La fronte è alta è sembra guardare con complicità l’obbiettivo. Questo e solo questo mi sa dire Giovanna di quel giorno assolato, non sa dire nulla del suo viaggio per la Libia, sul rapporto con i suoi genitori, delle sue emozioni in quel periodo della vita. Così  la mia immaginazione , pur libera di percorrere le pieghe del suo vestito e di sollevare lo sguardo in alto fino a guardare le teste di chi fotografa e di che è fotografato, è colta da una specie di malore, quei malori d’amore di chi vuole stare “incatenato” a chi ama e della “libertà” non sa che farsene, se questa pone tra i due distanza, oblio.

L’oblio di Giovanna è una camminata sotto il sole.

Giovanna, ventenne, in Libia.
  

BRILLANTEZZA E BRUTTEZZA: BILLINGHAM

6 marzo 2011

Richard Billingham

“RAY’S A LAUGH” è un’opera diRichard Billingham , che Roswell Angier definisce “parodia noir di un’istantanea di famiglia”.
B. fa parte di quella tribù di artisti che sceglie il mezzio fotografico per cercare di  mettere un argine, congelandolo, isolandolo, al graffio assordante del quotidiano, l’obesità inquietante del familiare.
Ora, cercando notizie sul suo lavoro mi sono imbattuta in un’interessante cronaca di un sito in inglese. Dopo aver letto ho provato ad usare il traduttore Google sulla barra in alto e il risultato è stato inquietantemente “in linea” con lo stesso lavoro di Billingham!

leggere per credere:

“Richard Billingham “Ray’s a Laugh” , pubblicato nel 2000 da Scalo, è un osso stridente cronaca delle parti della vita che non dovrebbero … la vita vissuta che non, i sogni che semplicemente non poteva. Si tratta di una cronaca di tutto ciò che fa male … un incubo gita cartone animato attraverso la terra di alcol-soggiorno,-puzzolente alito umido che puzza e ribolle, labbra screpolate, che bruciano e crack, di spazio per vivere che si restringe e muso verso l’interno, di moquette che marcisce, di linoleum graffiato che anela di fuggire, di pittura che vuole staccarsi e andare altrove, di sogni d’infanzia che imparano a rimanere nell’armadio e si comportano, che imparano a stare tra le nuvole, lontano, di amore e di devozione che esiste ma è calpestato da vizio e con forza dominata dalla terrena dell’uomo-corto-circuiti. Si tratta di una visione fotografica di magnificenza … ma, magnificenza in condizioni di povertà e di dolore, di tragedia, di brillantezza in bruttezza, un’estetica tour-de-snapshot-force di voyeurismo e realismo.”

 


sito originale:
http://www.americansuburbx.com/2008/11/richard-billingham-rays-laugh.html

UNA NUOVA TRILOGIA

26 febbraio 2011


http://www.flickr.com/photos/osucommons/5100729420/sizes/m/in/photostream/

I

Archivi, ispiratemi!
vi mostrate schivi, o avvolti dal pornografico alone
vi librate vivi, senza nome o la vostra data ultima stanza
del sangue è semichiusa, creduta
morta.

O la vostra luce soffia che il vestito muove

Mi fermo e voglio ancora
 quadrato al quadrato
pazzia fermata, fermati!

II

In  semisogno sorrido
sono tutti voi ,
sono viva
sono l’appartenenza sono la morta
che si specchia
sono la vecchia
magia affusolata offuscata
teenager.

III

Non  aspettavo  altro da vedere
una e tutte
ho chiamato l’altro mondo:
ragazze sorridenti, hostess, ginnaste
tutte a ripetere il sigillo della razza della luce.

g.p.

appuntare & appuntare

10 dicembre 2010

 “Dove siamo?” mi hai chiesto qualche tempo fa. Intendevi dire “dove siamo arrivati” . E poi un giorno in macchina davano alla radio “L’imperatore” di Beethoven, e tu hai tardato intorno a casa prima di parcheggiare, per continuare ad ascoltare quella musica. Io allora di ho detto “Ecco, noi siamo qui, a questo punto della storia”. Ti ricordi?
Questa qui nella foto sono io. Dovrei proprio essere io. Allungata, sottile. Di solito sono sempre io a scattare le foto e così la mia immagine la vedo poco, non appaio quasi mai. Tutte le foto che scattiamo sarebbero in realtà come pezzi della nostra biografia, commenti, critiche sulla vita quotidiana, appunti. Quindi, io per esempio, non faccio altro che appuntare e appuntare, come un’autobiografia. Oggi siamo riusciti a fare la nostra gita, Romualdo però era chiuso, un posto fantasma, e così siamo finiti alla concorrenza, il cibo era discreto e il vino fresco. Ho provato a spiegarti le meraviglie dell’inquadratura : “Non lì! Non inquadrare quella macchina parcheggiata! Si vedono i piedi?” e tu ce l’hai messa tutta e la foto è venuta come è venuta, ma mi piace. Quel cappotto ha il giusto feeling con me, lungo così con le maniche a campana sembro un po’ Annie, in “Io ed Annie”,  e poi la tua faccia con quella canzone di Guccini nello stereo e Fritz, che per la prima volta ha visto il mare.

RESTANO CURE (Patrizia Emma Scialpi)

21 luglio 2010

Festa di Cinema del reale: Specchia (Lecce),
da mercoledì 21 a sabato 24 luglio.

“Restano cure” sono vecchie fotografie di miei lontani parenti su cui sono tornata pittoricamente.
Immagini e racconti si sono fusi e, trascinata dalle diverse suggestioni che nascevano, ho agito su di loro …da qui il titolo: cure come carezze, cure come gesti mai nati, mai dati a queste figure e trasformati in segni e tracce pittoriche…cure come “cari”.
 (P.E.S.)

programma del festival:
http://www.cinemadelreale.it/

di Gioia Perrone

“Quelle cose usate, pentole e padelle dei nonni, cinciscaglie  riscaldate da generazioni di mani umane che Rilke celebrava nelle Elegie di Duino come essenziali  a un  paesaggio umano”, non ci sono più; ormai da tempo  tra panorami di ‘mmondezza visiva  e stupori da mercatino dell’usato,ci avvaliamo di leggerezza, di fantasmi cartacei,di brandelli di passato portatile, che pesa quanto una piuma. Fin dai suoi albori la fotografia ci ha fornito innanzitutto un inedito specchio, uno shock speculare  nel quale poter constatare il passaggio del tempo sui nostri corpi e  su quello dei nostri cari; immortaliamo da più di un secolo istanti di vita familiare, congelando in un frammento un concentrato di presente, che pare debba in eterno parlarci al presente, pure essendo passato, consumato, a volte defunto. Vita e morte, ci insegna Barthes,  si mescola in questo mezzo “bizzarro”, traccia inconfutabile di qualcosa che è esistita proprio lì in quello spazio e in quel tempo di fronte all’obbiettivo, eppure così “muta”, irripetibile esistenzialmente. Patrizia Emma Scialpi,  giovane e apprezzata illustratrice e pittrice dal tocco emotivo e inquietante, ha presentato per la nuova edizione del “Festival del cinema del reale” di Specchia il suo nuovo lavoro “RESTANO CURE” nel quale utilizza vecchie fotografie di parenti, dal bordo ingiallito, prese dal proprio archivio privato,  applicandovi il segno pittorico, il suo tocco di ri-cucitura emotiva, o se vogliamo di liberazione di una via altra verso l’immaginario e la memoria personale.


Che tipo di attrito ha la memoria di fronte alla fotografia? Può la fotografia preservare memoria?  A mio avviso è  potente pungolo , boa-rettangolo che segna la possibilità di un percorso e le profondità di acque misteriose e poco sicure: la memoria  certo, crea legame  e comunicazione tra passato e presente,  sviluppa narrazioni del sé, ma è facoltà imprevedibile e  irrazionale e , in definitiva va dove vuole. Gli studiosi del mezzo non hanno opinioni concordanti: per alcuni la fotografia sarebbe una memoria che “intralcia i ricordi” , che in qualche modo li devierebbe o meglio, li addomesticherebbe.  O ancora semplicemente un accumulo, un ossessione dell’occhio , un continuo rimando. C’è che le vicende familiari di tutti sono state sempre scandite e trasformate in piccoli monumenti privati, dalla fotografia. I corpi risorgono, si mescolano, e gli occhi dei nostri cari, come quelli di sconosciuti, ritornano a guardarci, facendoci sentire  tutto il carico e tutto il fascino del sentimento della distanza. La vita di qualcuno  la cui  esistenza ha preceduto di poco la nostra, tiene racchiusa in sé la tensione stessa della Storia: per guardare la storia bisogna esserne esclusi. Anche la fotografia perisce, ce lo dice Barthes, e per i più “sensibili alla luce” e ai giochi ai quali la fotografia invita , risuona come un’ossessione: “La fotografia condivide la sorte della carta (anche nella sua versione digitale); come un organismo vivente, nasce dai granuli d’argento che germinano, fiorisce e subito invecchia  attaccata da luce e umidità.”
Così la Scialpi  mette le mani su quella che il sociologo Richard Chalfen chiama Gente della polaroid , la gente della fotografia!  Il colore, il segno del pennello è come una seconda patina, un estensione tattile ed emotiva, che sembra voglia creare nuovi ponti medianici tra chi guarda e chi è guardato, tra la memoria tracciata e indicale della fotografia e la memoria re-inventata e libera dell’artista. Allora quei corpi ingialliti, fermi a quel giorno, corpi cari, ci ripropongono eternamente una traccia del nostro genoma,  come i corpi sconosciuti della gente sconosciuta nelle fotografie, anch’essi  comunque legame tra noi e un genoma fotografico collettivo, davanti al quale qualcosa  “punge” , qualcosa ci chiede di aver cura.

GRAN-DE FORMATO. THOMAS RUFF

30 giugno 2010

Nudes

un’intervista:
http://www.viceland.com/it/a5n10/htdocs/dont-say-cheese-222.php

Saranno Drag Queen

12 maggio 2010

“Le immagini del dietro le quinte della finalissima del concorso Saranno Drag Queen. Un mondo fatto di ironia, colori sgargianti e vere e proprie performance artistiche per accaparrarsi il favore della giuria. Per il piacere del pubblico che partecipa divertito.”
di Giuseppe Ungaro

Reportage pubblicato su Witness Journal 3

L’atmosfera è concitata: fervono i preparativi prima dell’esibizione sul palco per la finalissima del concorso “Saranno Drag Queen”.
Entrano nei camerini come semplici crisalidi, ma volano sul palco trasformate in farfalle variopinte, sulle note di canzoncine maliziose e allegre, in linea con le loro moine e le loro audaci allusioni.
Le Drag Queen sono semplicemente uomini travestiti da donne. Regine della notte e dell’ambiguità regalano momenti di grande divertimento.
Davanti a enormi specchi le regine si imbellettano tra urla, gridolini, scambi di delicatezze e battute al vetriolo: tra la ricerca di un fard in prestito o di una cintura di strass, una Platinette versione mora sbraita “Cara, guarda che io indosso la taglia 38” rivolta a una rivale che pronta ribatte “Sì cara, hai 38 di caviglia”.

 
Qui il reportage:

http://witness.fotoup.net/Numeri/0003/numero3.html

DUE IN ACQUA. Granbeltuffo

3 maggio 2010

Ora di pranzo, ora di metere a bollire. Oggi metto in acqua due che con l’acqua mi fanno emozionare.STEFANO NICOLINI

http://www.stefanonicolini.com/ita/piscine_galleria.php

“I Nuotatori sono sui blocchi. Pronti, via! Li vedo sospesi in volo, distendere al massimo i propri corpi, penetrare l’acqua e riemergerne grintosi iniziando a ripetere ossessivamente l’azione natatoria. Apparentemente incapaci di pensare. Mi appaiono avvolti in una bellezza fredda, muta, traslato di quella vuota di sentimento, ridotta a pura estetica, modello per schiere crescenti di donne e uomini che sfilacciano la propria esistenza tuffandosi nella monotonia di un agire senza ideali. Umanoidi.”
(dal 24 aprile a Cetona, in provincia di Siena)

E POI

LORENZO MATTOTTI

http://www.mattotti.com/