Archive for the ‘malattie dell'occhio’ Category

GRANBEISALTI

5 aprile 2011

Dutch farmers crossing an flooded field with fen poles / leaping poles. The Netherlands, Huizen, 1938.
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Henri  Cartier-Bresson
Dietro la stazione di Saint Lazare, 1932

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UNA NUOVA TRILOGIA

26 febbraio 2011


http://www.flickr.com/photos/osucommons/5100729420/sizes/m/in/photostream/

I

Archivi, ispiratemi!
vi mostrate schivi, o avvolti dal pornografico alone
vi librate vivi, senza nome o la vostra data ultima stanza
del sangue è semichiusa, creduta
morta.

O la vostra luce soffia che il vestito muove

Mi fermo e voglio ancora
 quadrato al quadrato
pazzia fermata, fermati!

II

In  semisogno sorrido
sono tutti voi ,
sono viva
sono l’appartenenza sono la morta
che si specchia
sono la vecchia
magia affusolata offuscata
teenager.

III

Non  aspettavo  altro da vedere
una e tutte
ho chiamato l’altro mondo:
ragazze sorridenti, hostess, ginnaste
tutte a ripetere il sigillo della razza della luce.

g.p.

SCARTI

10 febbraio 2011

Scarti

è un esperimento  di reintegrazione artistica, se vogliamo di riciclo. Si perché gli scarti mentali che produciamo, quelli che nessuno vedrà mai, che giacciono in cassetti, bauli, cantine, angoli della casa insieme ai batuffoli di polvere o in blog silenziosi e non visti, i lavori di scrittura, di poesia, di pittura, di scarabocchio che partoriamo e che non ci convincono, che ripudiamo, che abbandoniamo, sono rifiuti (e rifiutati). Rifiuti che generano tossine nei nostri animi, aborti che lasciano vuoti, ma che spesso ci fanno porre domande importanti sulla nostra attività.
E allora, Scarti è un atto di leggerezza e liberazione, di abbandono della paura del giudizio e del pubblico ludibrio! Di riabilitazione dell’appunto, del segno fugace, del periferico, del nascosto, del brutto!
Quindi, scartisti di ogni geografia, liberatevi!
Le sezioni sono 2:

-scritture (poesie e racconti)
-visioni (fotografia/illustrazione/pittura)

Inviate i vostri scarti

a me: gioietta_846@yahoo.it, anche in forma anonima, ma con eventuale nick name di riferimento.
E’ un esperimento aperto a tutti, e con collaborazioni che più in la si definiranno.
Alla fine gli scarti più s”meritevoli” saranno pubblicati sul blog di riferimento:www.granbelblog.wordpress.com e ci sarà un premio, un regalo. OVVIAMENTE DA SCARTARE!
aspetto.

 

Questione di naso

25 dicembre 2010

 

E già, si sprecano come ogni anno babbi natali abbarbicati , penzoloni su palazzi e  ringhiere,cuscini di panettone per parare il culo di Babbo vero, quello che si cala dal camino, e bimbini in punta di piedi che addentano il pandoro e il torrone Baluani , e l’oro delle palle sospese nei centri commerciali, la finta neve, la fintissima neve nei presepi, anch’essi finti, ma alcuni no, perché sono “viventi”, dove la gente si traveste, indossa casacche, veli cerulei, copricapo da centurione, perché così, si dice, si scopre lo spirito “autentico” della natività,  ci si immedesima, si rinnova il mito.
E’ tutto un preparativo ormai dalla fine di ottobre, la tv bombarda su dolci, abbonamenti, Swatch e…profumi.  Ma avete presente la pubblicità di un profumo?  Ci sono quelle lunghe, quelle brevi, quelle che vogliono avvincere come un romanzo sentimentale, e non ce la fanno, quelle che vogliono avvincere come un romanzo sentimentale, e ce la fanno, quelle che vogliono stupire con effetti speciali su corpi di donna sinuosi immersi nella natura, e quelle che recitano donne mentali, fisiche,potenti, bionde, per lo più, che masticano uomini-schiavi, passivi, avvinti.  
La donna-natura è uno stra-cult della pubblicità dei profumi, corpo sinuoso, macchiato di terra o appena immerso nei flutti, sospiri con delicatissimi e chiarissimi rimandi sessuali, voci graffianti che dicono cose del tipo “obsession”, “egoist”(celeberrimo), altro celebre”j’adore” con vocali aperte ed estremizzate e sibilanti striscianti . Proporrei il profumo “ASSANGE” per quest’anno, per il suo velo di mistero e per quel biondo Stoccolma che da un tocco “glamour”.  Le grandi firme affilano i coltelli sotto le feste con donne di ogni tipo ed estrazione, di ogni colore e aspirazione,angeli o streghe, sono sempre e comunque potenti e volenti , sono semi-dee nell’atto di prendere o che hanno già preso qualcosa.  Il motto è: voglio e prendo, io posso. Un caleidoscopio di copioni, che ci fanno un po’ sognare, un po’ ” ingrifare”, un po’ ridere (il più ridicolo e banale in onda è “THE ONE”, che secondo me è il profumo dei poveri, del calciofilo medio e solidale, della donna del calciofilo medio e solidale, per via di quell’allusione al famoso “Special One”) Ironia ovviamente zero. E’ assolutamente bandita dagli spot dei profumi! Qualcosa però stupisce e rompe (ma non troppo) questo schemino sopradescritto, con tocchi di originalità . Parlo dei nuovi DOLCE E GABBANA,  CHRISTIAN DIOR e CHANEL n.5.
Tre storie erotiche (ti pareva!): una etero, una gay, e una plurisensuale.
Chanel non è la più originale, ma è interessante per il modo in cui la storia è trattata e sintetizzata. L’idea è l’incontro mancato, il desiderio non soddisfatto, il pensiero dell’altro a un passo da noi ma irraggiungibile. Una donna e un uomo in un treno di notte, atmosfera calda e lussuosa, un tocco retrò, una romantica lei, in viaggio solitario per Venezia (ti pareva!). Entrambi si bramano ma non riusciranno mai a legare i loro destini di sconosciuti. Chanel brama soltanto la volontà di potenza, e la seduzione è gestita nel modo più tradizionale. Il viaggio,il fascino dell’ignoto, la notte. Particolare: mentre lei, sola e sfigata sul vaporetto veneziano scatta fotografie souvenir, nel display appare lui, l’uomo del treno. Il pensiero-sogno- rimpianto si  “impressiona “ sullo schermo di pixel come un fantasma, un profumo. Appunto.
“EAU SAVAGE” di Christian Dior 

http://www.youtube.com/watch?v=XH7ZjQyeO-c 

è un nome piuttosto ironico per un profumo,(e come ho detto l’ironia è già un caso raro nella storia degli spot per profumi) e delicato e fantasioso il breve spot pensato dai creativi. La storia ha ammiccamenti gay, ma ovviamente è tutto sottilmente amalgamato in una luce indolente e da swimming pool di classe. Musichetta leggera vintage, anni 60’, dei due attori  in slip e occhiali da sole a bordo piscina uno è Alain Delon, messo lì attraverso un bel  video montaggio.
Il primo prende il sole cocente come un’iguana che fa finta di niente mentre in realtà sa della presenza di uno scrutatore solitario. Un attimo dopo (lo spot è brevissimo) lo scrutatore fa un tuffo in piscina e gli schizzi vanno a disturbare il sonno molto poco ingenuo del nostro bronzo di Riace che, infastidito ma non troppo,fa per alzarsi e si sfila di dosso gli occhiali. Fermo immagine. Fine. Il resto dovrebbe farlo il profumo, credo.
Un ultimo caso, in cui si osa rara leggerezza e gioiosità è nel nuovo profumo di D&G, che non sceglie affatto una storia omosessuale, ma sposa il gruppo, la tematica orgiastica insomma. Ebbene, anche qui, spot estremamente breve, si vede un’amena gita in montagna di un gruppo di giovani aitanti e gioiosi, un’unica lei, castana, semplice, bella. Un gruppo solare, di amici, che mangia e beve in allegria, poi, un temporale estivo, euforia generale, e due amici iniziano ad abbracciare e coccolare lei. Che dire! Lo spot finisce  ovviamente. Non un fotogramma in più! Anche qui la donna sembra al centro, ma in realtà il centro è la solarità del gruppo e la sessualità libera e giocosa.
Oserei dire “freddo”, alla McLuhan, (o raffreddato,parlando di contenuti caldi) nel senso che si tratta di spot in cui è il frammento che genera la storia nella testa di chi guarda, la pillola, il non-raccontato a stimolare la fantasia, a se-durre, a condurre verso altri lidi le nostre menti, ma soprattutto i nostri nasi. Buoni acquisti.

SOUVENIR

8 ottobre 2010

5 ANNI FA

Alle stragi sinapsiche
al maglio martello cardiaco
ai tuoi occhi, tradotti, carnefici
in triplette- segmenti
carnosi
indovenosi
sobbalzi-miscugli,
riaffiorano. Sopravvissute annacquate.
atrofizzate.
paonazze..
PAROLENEONATE.
<!– –>

(g.)

settembre 2005
www.valvolamitralika.splinder.com

Green Porno – Fly

15 febbraio 2010

GIAIME PINTOR, 1943

15 gennaio 2010

“(…)
In realtà la guerra, ultima fase del fascismo trionfante, ha agito su di noi più profondamente di quanto risulti a prima vista. La guerra ha distolto materialmente gli uomini dalle loro abitudini, li ha costretti a prendere atto con le mani e con gli occhi dei pericoli che minacciano i presupposti di ogni vita individuale, li ha persuasi che non c’è possibilità di salvezza nella neutralità e nell’isolamento. Nei più deboli questa violenza ha agito come una rottura degli schemi esteriori in cui vivevano: sarà la «generazione perduta » che ha visto infrante le proprie «carriere»; nei più forti ha portato una massa di materiali grezzi, di nuovi dati su cui crescerà la nuova esperienza. Senza la guerra io sarei rimasto un intellettuale con interessi prevalentemente letterari, avrei discusso i problemi dell’ordine politico, ma soprattutto avrei cercato nella storia dell’uomo solo le ragioni di un profondo interesse, e l’incontro con una ragazza o un impulso qualunque alla fantasia avrebbero contato per me più di ogni partito o dottrina. Altri amici, meglio disposti a sentire immediatamente il fatto politico, si erano dedicati da anni alla lotta contro il fascismo. Pur sentendomi sempre più vicino a loro, non so se mi sarei deciso a impegnarmi totalmente su quella strada: c’era in me un fondo troppo forte di gusti individuali, d’indifferenza e di spirito critico per sacrificare tutto questo a una fede collettiva. Soltanto la guerra ha risolto la situazione, travolgendo certi ostacoli, sgombrando il terreno da molti comodi ripari e mettendomi brutalmente a contatto con un mondo inconciliabile.
Credo che per la maggior parte dei miei coetanei questo passaggio sia stato naturale: la corsa verso la politica è un fenomeno che ho constatato in molti dei migliori, simile a quello che avvenne in Germania quando si esaurì l’ultima generazione romantica. Fenomeni di questo genere si riproducono ogni volta che la politica cessa di essere ordinaria amministrazione e impegna tutte le forze di una società per salvarla da una grave malattia, per rispondere a un estremo pericolo. Una società moderna si basa su una grande varietà di specificazioni, ma può sussistere soltanto se conserva la possibilità di abolirle a un certo momento per sacrificare tutto a un’unica esigenza rivoluzionaria. È questo il senso morale, non tecnico, della mobilitazione: una gioventù che non si conserva «disponibile», che si perde completamente nelle varie tecniche, è compromessa. A un certo momento gli intellettuali devono essere capaci di trasferire la loro esperienza sul terreno dell’utilità comune, ciascuno deve sapere prendere il suo posto in una organizzazione di combattimento.
Questo vale soprattutto per l’Italia. Parlo dell’Italia non perché mi stia più a cuore della Germania o dell’America, ma perché gli italiani sono la parte del genere umano con cui mi trovo naturalmente a contatto e su cui posso agire più facilmente. Gli italiani sono un popolo fiacco, profondamente corrotto dalla sua storia recente, sempre sul punto di cedere a una viltà o a una debolezza. Ma essi continuano a esprimere minoranze rivoluzionarie di prim’ordine: filosofi e operai che sono all’avanguardia d’Europa.

L’Italia è nata dal pensiero di pochi intellettuali: il Risorgimento, unico episodio della nostra storia politica, è stato lo sforzo di altre minoranze per restituire all’Europa un popolo di africani e di levantini. Oggi in nessuna nazione civile il distacco fra le possibilità vitali e la condizione attuale è così grande: tocca a noi di colmare questo distacco e di dichiarare lo stato d’emergenza.
Musicisti e scrittori dobbiamo rinunciare ai nostri privilegi per contribuire alla liberazione di tutti. Contrariamente a quanto afferma una frase celebre, le rivoluzioni riescono quando le preparano i poeti e i pittori, purché i poeti e i pittori sappiano quale deve essere la loro parte. Vent’anni fa la confusione dominante poteva far prendere sul serio l’impresa di Fiume. Oggi sono riaperte agli italiani tutte le possibilità del Risorgimento: nessun gesto è inutile purché non sia fine a se stesso. Quanto a me, ti assicuro che l’idea di andare a fare il partigiano in questa stagione mi diverte pochissimo; non ho mai apprezzato come ora i pregi della vita civile e ho coscienza di essere un ottimo traduttore un buon diplomatico, ma secondo ogni probabilità un mediocre partigiano. Tuttavia è l’unica possibilità aperta e l’accolgo.
Se non dovessi tornare non mostratevi inconsolabili. Una delle poche certezze acquistate nella mia esperienza e che non ci sono individui insostituibili e perdite irreparabili, Un uomo vivo trova sempre ragioni sufficienti di gioia negli altri uomini vivi, e tu che sei giovane e vitale hai il dovere di lasciare che morti seppelliscano i morti. Anche per questo ho scritto a tè e ho parlato di cose che forse ti sembrano ora meno evidenti ma che in definitiva contano più delle altre. Mi sarebbe stato difficile rivolgere la stessa esortazione alla mamma e agli zii, e il pensiero della loro angoscia è la più grave preoccupazione che abbia in questo momento. Non posso fermarmi su una difficile materia sentimentale, ma voglio che conoscano la mia gratitudine: il loro affetto e la.loro presenza sono stati uno dei fattori positivi principali nella mia vita. Un’altra grande ragione di felicità è stata l’amicizia, la possibilità di vincere la solitudine istituendo sinceri rapporti fra gli uomini.
Gli amici che mi sono stati più vicini, Kamenetzki, Balbo, qual cuna delle ragazze che ho amato, dividono con voi questi sereni pensieri e mi assicurano di non avere trascorso inutilmente questi anni di giovinezza.

Giaime ”

Giaime Pintor, II sangue d’Europa, a cura di V. Gerratana, Torino, Einaudi, 1965

RECENSIONE DEI FIOCCHI DI NEVE. Per un augurio di condensazione

7 novembre 2009

Avete mai visto cadere la neve?
Se guardi in alto c’è tutto uno spettacolo multiplo, che prende lo spazio e che scivola fino al basso, si adagia, come la fine di un lungo respiro.
Tra tutte le cose che cadono niente mi stupisce di più.

La caduta non conosce una grazia più perfetta. Il coraggio ha a che vedere con il gelo, con il punto in cui il liquido diventa solido, con il condensarsi, il formarsi, a-(c)cadere.
Neve, caduta, coraggio…che strano inizio.
Non è un concetto astratto o eroico, una matassa per poche taglie di moralità, per conservatori indottrinati, il coraggio. E’ più un esercizio della vista, un impiego allenato dell’occhio, un’abitudine allo spiraglio!
Come un accorgersi del gatto spelacchiato che mangiucchia una frattaglia in mezzo alla fessura di due altissimi palazzi nella Città . Tempo…Spazio?
Accorgersi della traccia (di vita) è un gran bell’inizio per una passeggiata stimolante!
Abituarsi al brulicare incessante, a una vista microscopica!
Il coraggio. La vista. Cosa dovremo aver cura di vedere? L’attimo!
Quella fessura attraverso cui ci facciamo limpidi. (Oh no, sempre questa storia della cruna dell’ago…).
Abbiamo a disposizione l’intero pianeta. Ho la sensazione di doverlo ribadire. Milioni di strade, milioni di gatti tra i palazzi, milioni di attimi.
A noi serviranno piccole  cose, ma al momento giusto.
Una prospettiva calda ha il suo fascino, la sua attrattiva. Ben poco rispetto alla liquefazione!

 La sostanza liquida ha più chance della sostanza calda, ha la possibilità del condensarsi, del grado zero, del formarsi, del solidificarsi!
L’attimo che ci danno lo riconosceremo a pelle.
Al tatto avrà una natura calda. Calda come un letto con soffici coperte. Calda come l’angora e come un gulash dalle mille spezie. Ci diranno “resta nel caldo”, dove tutto presagisce il liquido, ed è un inganno.
Ma dove dentro è caldo fuori è il gelo con la sua condensa, la visione meteorologica, l’esperienza della caduta, la visione del bianco.
Piccole dosi di coraggio per il cominciamento. Nove mesi. Nove anni. Nove attimi. Il nono attimo sarà nostro. Sarà la nostra dose di aderenza all’esperienza della caduta. A noi.  Si, noi. Mi sento di ribadirlo.
Piccole piccole dosi, non eccessivamente eroiche, per aderire. E cadere.
Vivere con-densamente la grazia della caduta. Costruire, formare, pareti uterine nel fuori, nel sempre cadere fuori! ( Perdonate per sempre questa contorsione)

Cadere fuori, sarà il nostro continuo necessario resettarci, ristabilirci, riformarci.
Coraggio, andiamo.

g.

 

“IL SERPENTE E LA COLOMBA”(Einaudi 2009) saggi sul cinema di CESARE PAVESE

23 giugno 2009

riso amaro
di gioiap-granbeltipo n.1

Nel 1927, Cesare Pavese in un saggio sulla condizione del cinema italiano e in generale sul modo in cui si concepiva il cinematografo scrive: “Non sentite quanto ciarpame, quanto sforzo, quanta puzza di riscaldato?”
Inizia così una riflessione sull’opera d’arte, in particolare su quella cinematografica che, lungi dall’essere come  la osserva ( piena di ciarpame, didascalie adattamenti a modi espressivi già sperimentati) dovrebbe essere inesorabilmente “una, stringente, travolgente, profonda dal principio alla fine, viva.”
Nonostante il riconoscimento di un tempo in cui l’Italia ebbe una superiorità cinematografica incontrastata, Pavese rimprovera gli stessi italiani di non aver capito, infondo,quale fosse la vera essenza di quell’arte, concependola come mezzo per rendere più realistico e popolare il romanzo e il dramma, (popolare perché “non occorreva più la veste delle parole”) tutte tracce di un mondo anteriore che ha infestato la mente dei primi cineasti. Tutto questo mondo di romanzo, favola, azione logica romanzesca, si porta dietro anche e soprattutto l’elemento della morale: di questo peccato originale del cinema, ci dice Pavese, si macchiò poi anche l’America, che pure realizzò a suo avviso dei quasi-capolavori. ( La febbre dell’Oro di Charlie Chaplin, Il ladro di Bagdad di Raoul Walsh ).
Troviamo anche  la glorificazione, nonostante il “difetto alla radice”, di certo cinema tedesco di quegli anni, della sua ardita ricerca di espressioni tecniche; ( di Variètè, film di
Ewald Andreas Dupont, scrive : “è una tale concentrazione di anima che si esce trasformati e si fatica a prendere il ritmo consueto”).
Quest’ ultima affermazione di Pavese mi colpisce particolarmente: in effetti tutti avremo sentito di fronte ad un capolavoro, a qualcosa  che riguardasse un’opera d’arte, questo avviluppamento trasformatore, questa centrifuga che è il ritmo proprio di un capolavoro, “il mondo” di quel capolavoro ( come ci dice la filosofia di Gadamer).
E viene in mente a tal proposito, l’ultima pellicola di Lars Von Trier “Antichrist”, film “della caduta” (tutto cade, il figlioletto della coppia muore precipitando, la neve e le ghiande cadono in modi differenti in una Natura  totale e caotica , perturbante, specchio della stessa umanità), tristemente e volgarmente popolare più a causa dei fischi e le grida allo scandalo che per l’incontestabile profondità artistica.
L’elemento su cui insiste Pavese è “ l’ibridismo vizioso” tra cinema e romanzo, “una disconoscenza di mezzi e delle possibilità della nuova arte”. Pavese si scaglia soprattutto sull’intervento ossessivo della parola attraverso le didascalie del muto, ma anche sulla musica
(“quest ’ altro ibridismo enorme, che appesta i saloni bui”)
Il cinema che si aspetta con forza lo scrittore è un’arte autentica, che si serva di propri mezzi espressivi, un ‘arte capace di esprimere tutte le vibrazioni della vita moderna, e che a differenza del romanzo sia accessibile a tutti, a un pubblico che diventa tutta l’umanità…ed è ottimista: “Comincerà l’arte pura, aperta a tutte le esperienze, le fantasie, a tutti i creatori che verranno, certamente verranno.”