Archive for the ‘notizione’ Category

SCARTI

10 febbraio 2011

Scarti

è un esperimento  di reintegrazione artistica, se vogliamo di riciclo. Si perché gli scarti mentali che produciamo, quelli che nessuno vedrà mai, che giacciono in cassetti, bauli, cantine, angoli della casa insieme ai batuffoli di polvere o in blog silenziosi e non visti, i lavori di scrittura, di poesia, di pittura, di scarabocchio che partoriamo e che non ci convincono, che ripudiamo, che abbandoniamo, sono rifiuti (e rifiutati). Rifiuti che generano tossine nei nostri animi, aborti che lasciano vuoti, ma che spesso ci fanno porre domande importanti sulla nostra attività.
E allora, Scarti è un atto di leggerezza e liberazione, di abbandono della paura del giudizio e del pubblico ludibrio! Di riabilitazione dell’appunto, del segno fugace, del periferico, del nascosto, del brutto!
Quindi, scartisti di ogni geografia, liberatevi!
Le sezioni sono 2:

-scritture (poesie e racconti)
-visioni (fotografia/illustrazione/pittura)

Inviate i vostri scarti

a me: gioietta_846@yahoo.it, anche in forma anonima, ma con eventuale nick name di riferimento.
E’ un esperimento aperto a tutti, e con collaborazioni che più in la si definiranno.
Alla fine gli scarti più s”meritevoli” saranno pubblicati sul blog di riferimento:www.granbelblog.wordpress.com e ci sarà un premio, un regalo. OVVIAMENTE DA SCARTARE!
aspetto.

 

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LE ZIE

2 febbraio 2010

Andando per Via Col. Costadura, che va a villa della Lupa, poco prima di immettersi nel traffico e raggiungere in pochi passi Santa Croce, dobbiamo guardare a sinistra. Per chi non sapesse, oltre a piccoli negozietti ed anonimi portoni, spicca un’insegna verticale nettamente retrò, e dal neon opaco che più che declamare, suggerisce “Trattoria- Le Zie- cucina casereccia”.
La porta d’entrata ha una vetrata con i bollini di qualità appiccicati tutti sopra. E’ incredibile,tante volte abbiamo fatto quella strada e mai ci siamo accorti di quel posto che, effettivamente, è pacato, non si fa notare. E’ una sera che si ha voglia di un posto modesto e accogliente dove mangiare qualcosa, allora viene in mente l’Angiulinu , un’altra storica trattoria, più lontano , a Porta Napoli, ma il fatto di sapere sempre dove andare a rifugiarsi per mangiare e bere tipici piatti ( che conservano del tipico soprattutto la tendenza a rimanere fissi per anni sul menù, oltre che alla genuinità degli ingredienti ), non ci “difende” per fortuna, dallo spirito avventuriero del sabato satollo, e da certe insegne al neon spento e così sincere e semplici, così restie a farsi guardare, che indugi e indugi con lo sguardo e ti inoltri frizzante verso la nuova cosa.
Questa trattoria è praticamente una casa. Sono sicura che quello che ho visto sia identico o quasi a certi ambienti, certe osterie, certe trattorie che solo quarantanni fa potevi ancora trovarle. Di quelle non ho memoria, ma qualche residuo di immaginario in me lavora al meglio e mi consente di “gustare un gusto” che non ha niente a che vedere con i cinque sensi, o con gli aromi dei piatti.
Sono appena due stanze, di cui una molto piccola, d’entrata, più una cucina grande che spicca piena di fornelli e pentole a porta spalancata. Si ha l’impressione di essersi imbucati in una cena d’altri senza nemmeno una bottiglia, ma pare che gli invitati, seduti ai loro tavoli, non si accorgano degli intrusi, e socializzino naturalmente. La luce è calda ma non artificialmente soffusa, e all’ingresso un grande ed antico armadio accoglie i cappotti di chi entra.
un ragazzo alto e sorridente ci dice che “è pieno” poi invece no, si era sbagliato, c’è pronto un posto per due. E’ fortuna di sabato satollo, quella che di solito non viene quando imbocchi la strada sbagliata e ti ritrovi nel traffico formicaio senza speranza di trovare un parcheggio. Appena seduti si apre un sorriso. E’ una casa accogliente quella delle “ZIE”, non trasmette nulla che sia simile al concetto di “locale pubblico” e l’arredamento è quel tipico kict semplice di alcune trattorie che ho visto in Emilia,  e che ha dimenticato le tendenze ora banalmente borghesi ora vanamente fashion di molti “intrattenitori serali” che si ostinano a chiamare pub, discopub, winebar etc..
C’è qualcosa su tutte che sembra accomunare i posti dove hai la fortuna di mangiare bene e spendere poco: la bruttezza dei quadri appesi. Di solito sono tanti, le pareti sono piene, sono perloppiù acquarelli e oli che rappresentano scorci della città, o nature morte naif. Poi le immancabili fotografie storiche dei “pazzi “del paese, artisti, vecchi vagabondi, subito su tutti scorgi De Candia, nel suo ritratto a piedi scalzi col bomber di pelle e il sorriso largo.
In realtà è solo una di Zia, si chiama Anna Carmela, una signora mite e gentile dal tono basso di voce che ti tratta come l’amico del figlio che va a trovarla e che non mancherà di soddisfarti con le sue doti culinarie.
Sulle pareti spuntano mitici ritratti fotografici della stessa signora Carmela abbracciata a qualche ospite d’eccezione, ma anche qui, nulla di banale, anzi, strizzando la vista si riconosce la signora abbracciata ad un affascinante uomo sulla settantina dalla barba bianca. E’ Francis For Coppola! Il regista di Apocalyps Now ?? Proprio lui. Più tardi il figlio della Zia ci dirà che Mr. Coppola ogni tanto fa capolino nel locale, perché ha acquistato qualcosa in città. Allora ordiniamo mentre la faccia di Coppola sorride sornione tra le braccia della Zia. L’appetito ha qualcosa a che vedere coi luoghi, è un modo di comunicare. Tutto è essenziale e naturale, non c’è niente di fintamente agricolo: è il dopo campagna, il dopo lavoro. Tovaglia a quadrati larghi con bordini blu. Il menù delle Zie è ricco, i piatti sono tutti della tradizione Salentina  e il vino è quello della casa, con la scelta di alcune buone bottiglie. Tra i primi piatti leggiamo “ciceri e tria”, “taieddra”, “patate e carciofi”,”orecchiette al sugo di carne”, “rape, legumi e pane fritto” e tra i secondi “turcineddri”, “pezzetti di cavallo al sugo” in primis.
Tradizione sia. Saltando l’antipasto e sorseggiando vino rosso della casa, abbiamo scelto ad entusiastica unanimità una buona ciceri e tria e per secondo una porzione di pezzetti di cavallo.
Ora, credo di aver sentito che la carne di cavallo diventerà illegale. E’ solo un sentito dire che mi affretterò a verificare, non voglio nemmeno entrar nel merito di questioni vegetariane, ma nel Salento i pezzetti di cavallo al sugo sono uno dei pilastri della cultura culinaria. E per farla breve quelli delle Zie, abbiamo verificato con sommo giubilo di palato e cuore, sembrano appartenere più alle sfere celesti che alla padella e alla tavola. Cremosità e piccante. Questa volta niente dolce, ma la prossima assaggeremo la torta pasticci otto e una fetta di cassata, un tocco di meticciato, da assaggiare con i liquori ad alloro e limone che le zie preparano con le loro mani. Ora salutiamo la signora, costatando che il rapporto qualità prezzo è ottimo. Due primi , un secondo di carne, vino e amari: trentadue euro.
Dovrei dirvi di prenotare, perché non sempre la fortuna gira e il posto è piccolo, ma prima cercatelo, aguzzate gli occhi, e sarete ricompensati.

le Zie sono a Lecce, in via Costadura

NASCE KRILL!

9 agosto 2009

krill_web[1]
Il Krill è il placton oceanico che alimenta l’ecosistema marino e globale. È il nutrimento originario.
Il Krill è per le balene quello che l’immaginario è per l’essere umano: ci nutriamo di esseri invisibili e il processo della nutrizione è continuo. L’immaginario è la sintesi di questa opera di continua sollecitazione sensoriale, la lente attraverso la quale il mondo assume una colorazione particolare.http://www.krillproject.it/

UNA RECENSIONE SUL BESTIONE

14 luglio 2009

foto ofisauro

 da: http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2009/07/08/il-ritorno-dell%e2%80%99ofisauro/Gioia Perrone, Il ritorno dell’Ofisauro, Libri di Icaro

di Angelo Petrelli

Scrisse il premio Nobel per la letteratura T. S. Eliot, nel saggio dal titolo “Tradizione e talento individuale”: «La tradizione non si può ereditare, e chi la vuole deve conquistarla con grande fatica». Partendo da questo monito, nell’indomito fermento della scrittura nel Salento, mai sazio di nuovi avventori e iniziative culturali, l’esordio editoriale della giovane Gioia Perrone ha destato interesse e curiosità. Poetessa classe ‘84, con il suo “Il ritorno dell’Ofisauro” (Libri di Icaro), propone un’attualizzazione, più o meno voluta, da un lato delle derive liriche tipiche dei modernisti europei, principalmente attraverso l’uso esteso di simboli, anche di natura psicanalitica, e di tecniche come flashback, flash-forward e, dall’altro, di un atteggiamento tipicamente “surrealistico” per la vera onirica della sua scrittura. Il sostrato problematico di queste letture, e l’inerente teoresi che ne consegue, si colloca al di fuori della più usuale delle categorie poetiche che il recente scenario locale ha saputo evidenziare.

Ora, nel merito dei temi trattati da questa poesia, ciò che risulta centrale è il concetto di un amore come possibile salvezza (concezione fin troppo abusata), sentimento sofferto e tradito (nel senso più vicino all’etimo), ma alla fine sempre ricercato attraverso una dimensione ottativa del verso: […] e penso all’amore / come attimo di destino, acqua nel palmo / infine, non so più nulla. / Come sul lago di canne che tace / l’anatra sapiente vola sui corpi / nostri ancora, intrecciati (p. 36). Dove la gioia coincide con la nascita e con la vita e, a sua volta, con la sua complicazione infinita nel vortice dei segni, la ribellione nei confronti di un’immagine omologata del mondo e una voglia estrema di libertà si ritrovano realizzate a pieno. Il riferimento a tanta poesia francese del secolo scorso non sarebbe incomprensibile, perlomeno affascinante, tenendo conto che quella della Perrone usufruisce di un immaginario completamente diverso, pur basandosi sull’espressione di emozioni simili e di una facilità di pensiero speculare: Nella bocca spalancata dei manichini / ci stanno gli alveari / e sono come le estremità delle malattie / dove trovi l’amore / dove c’è un alfabeto cubitale / sul muro e non occorre / una diottria particolare / ma tutto un talento diverso / da quello che credevamo. (p. 40).

Se il surrealismo è, soprattutto, (nelle descrizioni più riuscite e convincenti) il risultato di un automatismo psichico, di un processo in cui l’inconscio permette di associare immagini senza freni inibitori e scopi preordinati, la caratteristica comune a queste manifestazioni è la critica radicale della razionalità e un infingimento che, tra di tragedia ed eros, e attraverso l’onirismo, si trasforma in “incomunicabilità”. Quello che André Breton chiamava “écriture automatique” (per quanto, in apparenza, una semplice mitologia) è un’interessante suggestione sulla quale ci piace immaginare il fare poesia della giovane salentina, ricca di ritmi interni, di calambour, di diverse situazioni psicologiche che sono lo specchio di una creatività non comune: Eroe piccolo / Eroe di tutti gli eroi blu del mondo / ti asciugo la fronte col turbante di straccio / tenendo cura di ogni ciglio / di ogni pigmento del tuo disegno / che non mi sfugga di mano / al mattino, che sogni spirano sulle pance / dopo una lotta sudata. (p.47) . Le invenzioni presenti ne “Il ritorno dell’Ofisauro”, mai banali, costruite su attacchi e sospensioni, su un movimento che sa alternare gli elementi più disparati, sono fissate da una forte partecipazione e da un’osservazione acuta del mondo: non era nemmeno facile immaginarselo, / al festivàl delle poesie-razzo / il nostro ritorno nel mezzo del palco / con quelli che ci davano dispersi / con tutti i rotoli della macchina da scrivere (p. 55)

Presente nella collana Voli diretta dal solerte Mauro Marino, l’opera d’esordio di Gioia Perrone, insieme con “Asilo di Mendicità” (Besa editrice) del trentaquattrènne Simone Giorgino, è tra gli esempi più riusciti che, l’ambiente poetico salentino, ha saputo esprimere negli ultimi tempi: Mi dici del silenzio, di questo rotto gingillo / domenicale, di questo allontanarsi / dalla poesie-grido-vanità, / di questo paparazzo virtuale. / Io mi giro a nord e ti vedo. Qui è un’adolescenza / pigiata / un’opalescenza, un sogno / una nostalgia di Parigi. Senza Parigi. (p. 66)

“GRAVITY” granbellarticolo n.3

2 aprile 2009

alla “G” del DIZIONARIO FOTOGRAFICO non c’è il GRANBEL BLOG!
nnnooooo.

gravity_paulpaper

“gravity” Paul Paper

http://www.thephotographicdictionary.org/g.html

Granbellarticolo n.2

19 marzo 2009

dsc02414.JPG

Bene, partiamo da qui.
Benvenuti in una  rivista snodabile
abbandonate i rimuginii, ricordate di rilassarvi.

Tra le notizie fresche segnalo una incredibile azione di “censur-art” , cioè quell’arte che potrebbe partire da un tentativo di censura .
E’ quello che è successo alla Fiera internazionale di arte degli Emirati Arabi.

qui:
http://www.repubblica.it/2006/05/gallerie/esteri/censura-dubai/1.html