D-ISTANZE EMOTIVE fotografia&social network


“Curare la nostalgia” ph:Gioia Perrone, 2012

testo di: Gioia Perrone

“Qui Se qualcuno “ti nomina” tracce di te emergono. Tracce che rispondono solo ad casualità reticolata. Tracce appese alla rete, senza possibilità di storiografie certe.”

Quando si parla di distanza emotiva si intende quel distacco che è necessario per comprendere a pieno e razionalmente qualcosa, qualsiasi cosa. Guardare dall’alto un fenomeno, un singolo oggetto, un gruppo, la propria esistenza e così via ..è esercizio prezioso ed utile per capirne più oggettivamente i meccanismi, le sfumature, le nature. Questo concetto di distanza unisce (almeno) due media, l’uno più antico e l’altro ipermoderno (e quindi già superabile, in continuo superamento) e non che il primo non sia in continua e sfrenata evoluzione! Questo primo medium è la fotografia.

1.

Se c’è un luogo in cui la distanza emotiva scarseggia è la fotografia. Prendiamo in mano una fotografia. Lo so, oggi non è propriamente automatico “prendere in mano” una fotografia, di solito lo è di più “scattare”, “taggare”, “condividere”, “postare” fotografia, ma supponiamo di prendere un rettangolo di fotografia in mano, (fortunatamente ancora oggi molti fanno questa esperienza un tempo totalmente automatica) , e supponiamo di stare lì a guardarla. Magari l’abbiamo trovata in un cassetto di una persona cara, in un portafoglio, per strada, in un archivio, in un album, magari è una foto in bianco e nero molto datata e ritrae, supponiamo, uno sconosciuto. Poi ne prendiamo un’altra, per caso ci capita tra le mani la foto di nostra nonna con noi piccoli, in gita, in casa, in viaggio etc…Una conosciuta studiosa di questo mezzo* ci dice che qualcosa unisce queste due fantomatiche fotografie che stiamo immaginando di avere in mano. E’ la distanza emotiva, quel distacco che ci fa oggettivi nello sguardo , che ci aiuta a comprendere oggettivamente. Questa distanza in entrambe le fotografie e in fotografia in generale è molto scarsa. Il mezzo fotografico, cioè il prodotto del mezzo, la fotografia, che si tratti di una propria realizzazione, che ritragga persone care, o emeriti sconosciuti, ha a dispetto della definitiva scomparsa dell’aura attraverso la riproducibilità tecnica una propria caratteristica “aura resistente”. Quest’aura resistente alla natura riproducibile risiede nel rapporto che la fotografia intrattiene con il Tempo; un rapporto molto particolare che, se decreta il deperimento e incide negativamente sulla fruibilità di un manufatto unico come lo è un quadro, sulla fotografia agirebbe al contrario esaltandola, e rendendola speciale, interessante, emotivamente forte.

“parte dell’interesse intrinseco delle fotografie e causa rilevante del loro valore estetico sono le trasformazioni a cui il tempo le sottopone” (S.Sontag)

Quest’aura, fa sì che davanti ad una fotografia, qualsiasi fotografia, qualcosa di indefinito, vago, soggettivo ma che possiamo definire in qualche modo emotivo, ci attraversa.

2.

La fotografia è stata usata fin dai primi anni della sua apparizione per colmare certe distanze. Le distanze geografiche, degli avventurieri ed antropologi verso terre lontane, da perlustrare, catalogare, iconizzare;dei sistemi politici occidentali attraverso la nascita e la diffusione delle fotografie segnaletiche che identificavano e schedavano (e continuano a farlo) le singole esistenze degli individui; quelle che dividono il reale dal racconto del reale, attraverso il mito dell’assoluta oggettività e veridicità del mezzo; dei soldati che sparavano (e continuano a farlo)su un nemico già stanato a distanza, attraverso le strumentazioni di fotografia area, o che spedivano fotografie alle famiglie oltre i fronti di guerra, esattamente come gli emigrati italiani che dal nuovo mondo inviavano migliaia di cartoline e fotografie alle famiglie d’origine.
La fotografia ha soprattutto colmato distanze emotive, preservato, sancito, consacrato legami. Questa particolare funzione sociale è del mezzo fotografico al di là che si tratti di fotografia analogica su carta o che sia un file immagine, che la stampiamo e la inviamo insieme ad una lettera o un biglietto in una busta, o se la alleghiamo ad una mail.
L’infallibilità di questa specifica funzione risiede in quella che, parafrasando Barthes, possiamo chiamare ri-viviscenza eterna dell’oggetto fotografia, un’azione cristallizzante che preserva dall’oblio e dal flusso del tempo, che fa del soggetto una specie di monumento umano, un “è stato” che si ripresenta come vivo e risorto ad ogni sguardo sul soggetto fotografato. E, come dicevamo, ancorpiù forte emotivamente quanto più il fluire del tempo agisce sulla cristallizzazione fotografica (nel caso della stampa).
Quello che vediamo accadere su i nostri monitor è che è cambiato profondamente il modo in cui le fotografie (e non solo, anche l’intero racconto verbale delle nostre vite) vengono condivise, esposte, fatte fruire da un pubblico vasto e massificato. Una sorta di “de-monumentazione” del soggetto e del momento cristallizzato che porta con se.
Possiamo dire senza dubbio che il modo di concepire e consumare la fotografia è cambiato profondamente, da tempo ce lo dicono gli studi di settore, ma ci si dovrà chiedere poi quali distanze queste nuove tipologie di produzione-fruizione vanno a colmare, o se vogliamo a quale “richiesta di vicinanze” rispondono.

3.

Il “social network”, definito come ” piattaforma basata su nuovi media che consente all’utente di gestire sia la propria rete sociale, sia la propria identità sociale” ha molto a che vedere con un’altra funzione sociale della fotografia, il prestigio. La fotografia di cerimonie, ad esempio, nell’archivio di foto familiari, testimoniava e dava prova del fatto che il nucleo familiare avesse partecipato all’evento, alla cerimonia, al raduno sociale. Prestigio era esserci, mostrare la propria presenza nella comunità; offesa invece era rifiutare il mostrarsi, apparire in fotografia. Così per certe fotografie di viaggi, dove il viaggio e la meta del viaggio immortalata nello scatto-souvenir era sintomo di un determinato status sociale. Il mezzo fotografico rivela non di rado aspetti del fotografato che non erano previsti dall’operatore, nè dai soggetti ritratti, la macchina fotografica in questo senso ha una sua propria autonomia rispetto all’uomo-operatore fotografico, autonomia dello strumento di cui parla Vaccari quando definisce il concetto di “inconscio tecnologico”.**

“Rispetto all’inconscio plastico, attivo dell’uomo, è possibile vedere in azione, là dove l’uomo è passato e ha delegato agli strumenti la propria attività,un inconscio bloccato,un inconscio duro:l’inconscio tecnologico” (Vaccari)

Il medium Social Network considerato anch’esso come una macchina, una strumentazione a cui l’uomo si “affida” e affida i suoi nuovi bisogni (auto-rappresentazione, auto-referenzialità, interazione e identificazione sociale etc…) ci mostra di continuo la sua capacità (intrinseca del suo sistema, del suo codice) di riflettere come uno specchio scritture e pensieri verbali o iconici che sono flussi pressocchè inconsapevoli (per una grande percentuale almeno) degli utenti, una sorta di inconscio-brusio delle reti collegate di utenti. Se il medium fotografia fa emergere e registra elementi della realtà che l’occhio umano non nota o non può notare, Il social network farebbe emergere elementi periferici e celati degli utenti,una socialità più nuda, più “scoperta” rispetto alla socialità quotidiana. Entrambi i media mettono sulla realtà una lente, un filtro peculiare dello strumento, del mezzo.

4.

La fotografia ha la sua particolare potenza nel fatto di essere traccia. Questa traccia che l’accomuna a quella categoria di segni in cui sono le impronte digitali o sulla sabbia, agisce anche sul suo rapporto con la memoria. Il soggetto immortalato e strappato dal flusso naturale del tempo è e resterà lì a creare un doppio-cristallino del soggetto reale, e lo farà perchè in quel dato momento quel soggetto, ora andato e perduto nel suo destino, era davanti all’obbiettivo della macchina. La traccia tangibile della sua presenza, che indica la sua presenza, allo stesso tempo lo rende icona, piccola rappresentazione idealizzata e perennemente presente davanti ai nostri occhi, link di un presente continuamente vivo anche se passato, perduto, morto. Questa traccia fortemente viva, da a chi la guarda quella specie di ferita di cui Barthes parlava ***. E’ questa traccia-ferita a rendere il medium fotografia portatore e generatore indiscutibile di una memoria emotiva.
Se ritorniamo al social network potremmo invece parlare di “citazione” e non solo e non più di traccia. O meglio, la particolarità di questo medium sia nella sua espressione verbale che iconica, sarebbe a mio avviso la “citazione”, il “tag”, il “nominare” , che non significa non essere traccia, ma che la traccia nel caso particolare del Social cambi funzione e sia finalizzata pressocchè alla risonanza del nome.
Probabilmente la funzione del riconoscimento sociale, dell’appartenenza al gruppo, è immutata nei due media, se non per il fatto che il Social ingrandisce a dismisura il processo di riconoscimento che nella fotografia in genere appartiene ad un gruppo ristretto o di poco allargato. Come è pure presente la funzione del sancire i legami; se in fotografia però questo sancire è una forte peculiarità legata tra l’altro ad aspetti pressocchè emotivi, nel Social accade che la traccia-risonanza crei un riconoscimento e un legame molto più simile ad un “network strategico” finalizzato alla sponsorizzazione sociale del sè, che ad un legame emotivo.

5.

Riguardo al legare, e alle distanze da colmare, partendo da quest’ultima differenza tra Fotografia e Social, la distanza che il Social si propone di colmare sarebbe allora la distanza tra il proprio corpo e quello altrui, nella riconosciuta difficoltà di comunicazione contemporanea, tra la propria immagine di sè e un’immagine di sè socialmente accettata, connessa nella rete a pieno titolo. Pure se virtuali, le nostre esistenze lasciano di continuo tracce su tracce, migliaia, milioni di tracce fluttuanti, tracce che non sono più segni di vere presenze ma tracce che sono esse stesse media, come nel caso di una fotografia “postata”, “taggata” du facebook; tracce che vanno a creare archivi che ci riguardano, più o meno consapevoli, più o meno emersi.
E’ interessante pensare a come i due media rispettivamente si confrontino con la questione memoria. Oltre alle “nuove” modalità di archiviazione di immagini o scritture del sè (i diari e gli album familiari ad esempio stanno scomparendo per lasciare posto, a sempre nuove loro versioni digitali e soprattutto connesse e condisibili al network) è cambiata profondamente la “richiesta di memoria”; oggi che è tutto automaticamente da documentare, immortalare, tutto immerso in una continua sostituzione di “evento speciale” con “effetto speciale”, paradossalmente il “tag” rappresenta si una traccia, ma una traccia che non solca nessun terreno, che non rimane o meglio che non è sul lungo periodo facilmente rintracciabile.
Questa difficoltà nel rin-tracciare, risalire al metodo e storiografare l’esistenza in modo razionale è una peculiarità del Social e dello spirito del nostro tempo così chiaramente riassunto da Michele Smargiassi:

“Un miliardo di nuove fotografie al giorno non è più la scala di un’archiviazione di memorie del passato, ma di una fagocitazione bulimica del presente” (M.Smargiassi)****

In questo black out da Alzheimer sociale, dove la memoria esplode in frammenti senza più luoghi certi, dove emergono anarchicamente pezzi di esistenza on-line, frammentari esattamente come il rettangolo fotografico, ma più subdoli perchè non incorporati in nessun supporto e nessun contesto , la rete del network sembra infine colmare una distanza illusoria, fàtica, destinata a ri-perdersi e sfilacciarsi; una traccia svuotata che non avverte il suo stesso peso social (è immediata ed immediatamente superata), nè la possibilità emotiva di una storiografia, lievita invece verso il fine ultimo dell’ammontare del network.

NOTE

* Susan Sontag, Sulla fotografia, Einaudi 1978
** Franco Vaccari, Fotografia e inconscio tecnologico,Einaudi 2011
*** R.Barthes, La camera chiara, Einaudi 2003
****Michele Smargiassi, dal web: Fotograzia, “Codak e il fotofonino cannibale”

Una Risposta to “D-ISTANZE EMOTIVE fotografia&social network”

  1. Autobiografia? Si salvi chi può! « BookBlister Says:

    […] tue convinzioni, ti tocca pure recuperare punti simpatia. E poi c’è un problema non da poco: la distanza emotiva. Una cosa che ti riguarda, ti emoziona perché parla di te e di fatti che ti hanno segnato. E […]

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