DALLAS & CO Appunti sulla Home Mode Comunication

 

di: Gioia Perrone
 

Solo pochi giorni fa ho assistito ancora una volta a quel rito antico e resistente della foto di gruppo familiare. Location: casa di cugini fuori porta. Cast: cugini e nuovi nati di cugini, vecchi zii.
Non c’è che dire, la tecnologia avanza creando nuovi modi umani di approcciarsi alla rappresentazione visuale del quotidiano, gli album di famiglia come ho già accennato qui:  https://granbelblog.wordpress.com/natali-immortali-soggetti-si-nasce/
 e come rispettabili autori scrivono, si stanno trasformando nelle forme, nei contenuti, nella fruizione, nei canali; l’intero sistema di comunicazione visuale “Home mode” (fatto in casa, familiare) è in continua riconfigurazione, ma arriva sempre e comunque il momento in cui, durante una scampagnata da parenti lontani, e ovviamente soprattutto in presenza di bambini, qualcuno decide che è arrivato il momento della fotografia, con schiamazzi, consigli, comportamenti aspettati e inscritti nella genetica di ogni occidentale medio , dall’invenzione dell’istantanea in poi. Facciamola sta fotografia!

Sorridi di più piccoletto!
Stringetevi di più, fermi, ecco cosììì, ciiiss.

Il linguaggio è tale e quale a una cinquantina di anni fa; ci sono “binari” lunghissimi che hanno mutazioni lente, e al loro interno microrivoluzioni (nuovi canali, tecnologie, mode, usi , consumi che da esse scaturiscono etc..) scalfiscono e lavorano dal di dentro questi stabili binari, questi binari perenni dove viaggia la storia-locomotiva dell’autorappresentazione familiare. Mi commuove e mi secca assistere al teatro immobile della foto di gruppo, fortuna però che riesca sempre a stupirmi quel comportamento sapiente e collaudato che spinge mio cugino, che pochi minuti prima giaceva inerte e sonnecchiante sul divano post pranzo, a rizzarsi in piedi, unirsi al gruppo di bambini, assumere un’espressione frizzante e divertita, sorridere e compiacersi della posa. La foto dopo pochi tentativi ha soddisfatto la cugina fotografa. I pargoletti hanno sghignazzato e guardato in camera, c’è alla fine dell’operazione-rituale una manciata di secondi in cui tutti sono invasi da un’atmosfera ilare ed eccitata, ecco qua il degno monumento di questo incontro familiare! Volenti o no, siamo dentro a questo tableau vivant esattamente come quello in cui da piccoli ci insegnano a non pulirci con i nostri stessi polsi quando mangiamo. E allora perchè disonorare la tavola virtuale dell’autorappresentazione?
 

Ha poi la sua importanza da sempre, sarà infatti quel momento di ilarità superflua ed effimera a segnare invece una traccia forte nella storiografia della famiglia, segnando come fa il termometro il grado base della coesione familiare -la mia presenza in casa altrui che ha comportato un viaggio verso qualcun altro che ha ospitato, l’attesa di conoscere un nuovo nato , (nel caso in particolare), iscriverlo nella mappa visuale, come anche attestare e registrare la crescita dei cugini coetanei- .

 Mappe visuali e mappe speciali , perchè parlano due lingue che viaggiano in parallelo. La prima è una lingua del <vissuto personale>, le immagini di questo tipo potranno essere decifrate, fruite, comprese, solo ed esclusivamente dai componenti della famiglia coinvolta, ( anche se è altrettanto vero che ciascun membro della famiglia le codificherà e le fruirà in modi differenti, dando a ognuna un valore e una “racconto” soggettivo) in un certo senso queste mappe portano al “tesoro” attraverso un tragitto comprensibile unicamente alla cerchia di parenti coinvolti, o persone molto vicine ad essi. L’altra lingua , parallela alla prima, può essere letta, compresa , decifrata da tutti oltre che ad una famiglia nel particolare: l’atteggiamento, la posa, l’occasione della fotografia, la scena, i momenti scelti, saranno riconoscibili, saranno attesi dall’osservatore, avranno qualche similarità con quelli presenti nei propri album. Quest’ultima lingua può non affiorare in superficie in modo immediato, dipenderà dal substrato culturale dell’osservatore .

Secondo K.B. Ohrn che esaminò il lavoro di Dorothea Lange ” La Lange fu impressionata dal potere delle foto di famiglia, durante il suo primo lavoro a San Francisco, dietro al banco delle foto in un negozio” Dice: ” mi sono interessata alle istantanee e,in quel momento, ho capito qualcosa che non mi avrebbe più lasciato, cioè la grande importanza visiva di ciò che sta dentro le foto delle persone, le quali non sanno che c’è…Non le guardano mai se non in modo personale

 A partire dagli anni ’60 le fotografie e i prodotti video della Home Mode, (il modello-istantanea), iniziarono ad avere un certo appeal e a confluire gradualmente in altri contesti comunicativi, soprattutto nella comunicazione di massa, pubblicità, prodotti televisivi, ma anche nell’arte e nella fototerapia.
Se la fotografia familiare, nel suo uso classico, prevede un certo grado di atteggiamento culturale, dunque autorappresentzione, messa-in-scena  fatta in casa per la costruzione visuale di legami ,memorie e identità sociale, troviamo questo elemento di “fittizio” , di falsa intimità, esplodere proprio nei mass media, in particolare la pubblicità e le serie tv. Il sociologo americano M.Chalfen ne fa un’attenta analisi negli anni ’80, anni in cui le parole sharing e social- network non erano ancora contemplate ed immaginate.

 

In generale questa “visione autentica” che era l’effetto speciale delle istantanee di famiglia, questa sensazione di autenticità venne sfruttata per realizzare immagini istantanee fittizie, false, che ricalcavano il modello delle immagini home mode. Questo per dare a vasti pubblici la sensazione di avere a disposizione “il lato umano” di celebrità dello spettacolo e della politica, immagini che finirono per riempire una vasta produzione di libri e riviste popolari. Negli anni ’80 iniziano ad essere estremamente popolari infatti,le soap-opera che parlano di famiglie, come la celeberrima famiglia EWING in DALLAS, ma anche i Jefferson,I Robinson, I Keaton etc.

 

La comunicazione di questi mass-prodotti era affidata a una affascinantissima strategia visuale basata sulla riproduzione dei modelli-istantanea, (si assisteva infatti alla <famiglia estesa nei media>) capaci di persuadere il pubblico ad intrerpretare le immagini come estensioni vere della vita familiare che appariva sullo schermo e di sviluppare in essi un senso di partecipazione alla vita della famiglia tv.

 La pubblicità ha fatto incetta di questo modello, dalle agenzie di viaggio alle marche di attrezzature e strumenti fotografici, ai prodotti dimagranti.
I modelli di oggi sono cambiati, il mercato pungola e crea bisogni differenti e incentrati sull’individualità, la famiglia è meno numerosa e la parola d’ordine è l’esaudire desideri differenziati, ognuno le sue personalissime esigenze, anche se in pubblicità ancora non si disdegna affatto la fotografia d’autore e in Italia ultimamente sono sorti programmi popolari del prime-time che si basano sulle vecchie fotografie giovanili capaci di ricostruire percorsi emotivi e sentimentali a ritroso nel tempo. 

Il mass-vernacolare resiste eccome.

(continua..)


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