:::LUMinARIA:::BANDE A SUD

BANDE A SUD_2012  ph Gioia Perrone

di: Gioia Perrone

Quando ho pensato a”LUMinARIA”

come spazio dedicato alla visione in questo primo appuntamento di “Bande a Sud”, ho pensato soprattutto ad un concetto che racchiudesse e sintetizzasse quel sentimento di stupore, misto alle sfumature d’emozione soggettive che ognuno prova di fronte alle luci delle feste patronali sparse nel nostro Mezzogiorno, quel luogo che è “nostro”, il luogo natale, il luogo della nostra cultura, della nostra comunità, dei nostri cari, è nelle feste patronali “acceso”, “accarezzato” da una luce nuova, una luce peculiare, propria dell’arte dei ghirigori lignei, dei merletti di luce sospesi sopra le nostre teste. La piazza e le strade si accendono come si accendono le case in segno di omaggio e devozione al Santo. La luce dunque è omaggio al Celeste, alla manifestazione del divino, lo festeggia , lo richiama.”Divino” è anche lo stupore che la festa genera, illumina ognuno sotto la stessa  rete di pali e ghirigori, come un unico palcoscenico accoglie la comunità e la sua autorappresentazione (ci si mette in ghingheri per uscire “alla chiazza”, per partecipare, per “far parte”, per mostrare la propria presenza), induce all’incontro, all’attestazione della presenza di nuove e nuovissime generazioni, al riconoscimento delle stesse e il riproporsi delle vecchie, gli anziani, che da personaggi caratteristici della comunità si trasformano sempre di più in metafore e mitologie, e infine, quando non ci saranno più, in storie da raccontare.
Lo stupore e gli sguardi della gente, sospesa nel bagliore, nei colori e negli odori di zucchero e mandorle col miele, l’acre odore della “scapece” misto a quello di canarini e pulcini o all’eccesso di profumo di qualche signora, e quanto possiamo tutti rintracciare nelle nostre memorie, questo stupore rimanda ad una matrice infantile, un segno nel viso e nell’espressione che solo nella nostra infanzia, se potessimo fare un immediato confronto, troveremmo. Dalla vista, all’olfatto, all’udito :  LA BANDA è tutto questo stupore! E’in piazza, il palcoscenico della festa, è nella cassa armonica, spazio di possibilità per eccellenza, una pedana con un tetto, un teatro smontabile, una scatola di musica che è anche casa che accoglie, un viaggio nel tempo, un’ astronave.

Ph: Gioia Perrone

La banda,  e come la banda guarda alla gente che guarda alla banda: ad occhi attenti e all’insù, oppure distratti e persi nei rivoli di luci, oppure semplicemente declinando il reperorio dei fiati alle proprie visioni esistenziali, alle storie della vita. La banda ed il suo essere essa stessa “gente”, “storie”,”popolo”, l’essere fiato, ambulante e poetico, come quello dei venditori del mercato e delle feste, come quello dei predicatori del Sacro, (fiato , dal latino spiritus ), o del mediatico.

Fiato è voce, è storie che si animano.
A questo sono stati invitati a riflettere gli autori in mostra!
I fotografi pugliesi o che in Puglia si sono fatti ispirare, hanno declinato il proprio sguardo sulla multiforme favella che è la festa patronale e l’universo della banda che lo abita. La luce che fa stupore dunque, ma anche i tratti umanissimi di artisti, artigiani, suonatori, gente tra la gente, e poi la passione, quella dei devoti in processione, in cammino simbolico e con loro chi fa banda.
Lo sguardo alla festa e la passione nella tradizione sono le tematiche che i tre progetti in mostra, i tre sguardi d’autore proposti, come anche gli autori presenti in collettiva generale, hanno affrontato.

……

Francesco Conti, giovane fotografo Leccese che vive e lavora a Roma, ci regala uno sguardo raffinato, asciutto ed enigmatico della processione del Venerdì Santo, in Gallipoli. Gli scatti di Conti relativi alla processione sembrano uscire da un film western, la luce è una luce dura (esistenzialmente) e definitiva, dove si stagliano figure scure, ruvide e cariche al contempo di un certo mistero. In un lavoro che consta di uno studio di ritratti corposo e suggestivo, ho scelto per questo contesto i ritratti che Conti ha dedicato a momenti marginali della Festa, momenti sospesi che alla festa rimandano, essa è più che altro riflessa negli sguardi stessi di chi è fotografato. Questa marginalità,il momento spontaneo di dolcezza devota e l’ atmosfera carica di una sottile inquietudine  espressa nei contenuti come nei tagli, sono le cifre preminenti di questa fetta del lungo reportage giovanile dell’autore. Conti fa sentire e percepire fortemente la sua presenza, il proprio gesto sul luogo in cui avviene il fotografico (“il luogo del delitto”); il luogo viene plasmato, consumato e reinventato dal suo incedere sicuro , che tratta la materia del visibile come ciò che infondo è, un teatro. Anzi no, un set di umanità.

Tematica affine è sviluppata da Giuseppe Lupoli ; qui le visioni seguono  una poetica di classico reportage, con la presenza dei particolari insoliti, a tratti comici, all’interno dell’evento Festa, e frammenti di personaggi tipici, che Lupoli cattura da prospettive personali ed originali. Ciò che emerge dalle immagini  è soprattutto la percezione dell’intimo, il bagliore diffuso e dolce sulle vite del paese, la venatura sottilmente malinconica tra luce e controluce, tra le pieghe degli sguardi e della Festa. Questo aspetto particolare dimostra una certa tendenza di Lupoli a far emergere ciò che è sotteso e magmatico nell’animo, si potrebbe dire che il suo sguardo è in un “mood di tenerezza” e che spazia tra il cogliere in flagrante gesti tipici ed il cogliere il flagrante pensieri, stati d’animo, sentimenti sottesi all’evento della comunità in festa.
L’autore è uno scrutatore discreto e delicato, che sia totalmente immerso nella Festa, in mezzo al bagliore, o da una prospettiva nascosta e privata, la sua presenza non è irruente, accompagna il visibile da una visuale privilegiata e classica, pronta a far emergere ciò che di intimo i soggetti esprimono.

Un’immagine in mostra di Giuseppe Lupoli

Il progetto, a colori, di Sergio Buttà  ci getta invece in una vertigine documentaria di teste velate, nere ma abbacinate dal sole di una splendida giornata di aprile, durante il Sabato Santo a Canosa di Puglia, alla “Madonna Desolata”. Come lo stesso Buttà scrive della sua esperienza ” Negli ultimi anni, mi sono spesso recato a riprendere Processioni del Venerdì Santo, ma a Canosa c’è stato qualcosa di diverso … forse non riuscivo neanche a razionalizzarlo. Quest’anno ho capito : è l’essenza stessa della rappresentazione , costituita da una processione che attraversa la cittadina per la durata complessiva di oltre 4 ore, ad essere completamente diversa da altri eventi simili.In tutte le altre manifestazioni cui ho partecipato si è sempre teso ad evidenziare gli aspetti più cruenti della Passione e Morte di Cristo. A Canosa viene invece esaltato il pathos di una tragedia vista con gli occhi di una madre. Il dolore viene esaltato con la discrezione nell’anonimato delle donne che sfilano tutte vestite di nero, con la testa ricoperta a sua volta da un velo nero che lascia trasparire ben poca luce.  Durante tutto il percorso viene cantato un inno che mi dicono essere una versione dello Stabat Mater di Jacopone da Todi, rielaborato musicalmente dal maestro che da oltre quarant’anni dirige banda e coro nel corso della processione“.

Il velo, è da tempo fonte di numerose ispirazioni fotografiche, lo sanno benissimo i ruggenti fotoreporter del nuovo millennio che sfornano spesso icone velate; il più fresco esempio è il vincitore dell’ambito premio internazionale World Press Photo, Samuel Aranda, con il suo suggestivo scatto raffiguarante una “mater dolorosa” in un ospedale improvvisato per accogliere le vittime della rivolta yemenita che, come ci suggerisce un noto giornalista e profondo conoscitore di fotografia, sarà forse ribattezzato “Madonna di Sanaa”(M.Smargiassi).
Lo sguardo di Buttà ci offre una prospettiva “a picco” sulla processione di Canosa. Una luce che si scaglia  dall’alto e non lascia spazio ad altro se non al mistero intrinseco legato al concetto del velo, oppure ci regala una prospettiva dall’estremo basso a slanciare figure lunghe e omogenee nel nero, o ancora taglia in modo deciso la serie di mani in preghiera che sbucano nude dalle vesti. Il taglio dell’autore è in simbiosi con la rappresentazione del dolore materno in atto; facendoci trasportare dal ritmo e dal brulicare delle teste di Buttà, riprese rigorosamente dall’alto, (una volta scoperte rivelano donne anche molto giovani) possiamo scoprirlo persino in sintonia con il repertorio di musica sacra, che la fotografia non può rendere e che un maestro direttore da anni dirige e cura. La sensazione è abbacinante e claustrofobica, di forte  impatto.


Un’immagine in mostra di Sergio Buttà

Un’immagine dall’allestimento a Palazzo Guerrieri

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Progetti in mostra:

FRANCESCO CONTI
GIUSEPPE LUPOLI
SERGIO BUTTA’
MAURIZIO BUTTAZZO

Collettiva:

 MARIA PANSINI
EMANUELE FRANCO
ANGELA D’ELIA
DELIA DE DONNO
ALESSANDRO COLAZZO

allestimenti a cura di:

VALENTINA SANSO’
LUMinARIA è visitabile dall’11 al 18 aprile 2012
c/o PALAZZO GUERRIERI, TREPUZZI (Lecce)

orari:
10-13
17-21

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