NATALI IMMORTALI. Soggetti si nasce


(two nurses)

di GIOIA PERRONE

Se immagino il bambin Gesù che nasce in questo nostro millennio, mi vedo uno di quei bambini concepiti e nati attraverso utero in affitto di una giovane e povera madre del Bangladesh, che per un po’ di soldi di ricchi occidentali affronta la gestazione e il parto in condizioni sanitarie disastrose a rischio altissimo di perdere la vita e la vita che ha in grembo. Divina provvidenza! Oggi si può!
La mia conoscenza dell’argomento è di semplice cittadina e fruitrice (qualche volta) del servizio pubblico televisvo, infatti ho appreso un gruzzolo di cose su questa realtà da un rispettabile documentario-denuncia mandato in onda dalla rai. Niente sale operatorie attrezzate, scarsa igiene, niente parenti e fiori per la neo-mamma, niente di niente, nemmeno una foto del fagottino, (sempre se tutto va bene e lancia un vagito….); il bimbo viene consegnato dopo pochissimo a chi “di dovere”, tra le braccia di pulite mani danarose. Allora sì, solo allora il nostro “mamminello” del terzo millennio potrà essere immortalato e iniziare quel viaggio di cui tutti i comuni mortali, santi e diavoli, da un certo periodo storico in avanti sono stati investiti, che lo inizierà, immergendolo dai primi attimi, nell’affollato mondo del ‘momento di vita da fotografare’. Nell’abecedario dell’immagine ricordo. Si sa i progressi psico-motori dei nostri figli sono veri e propri miracoli per credenti e miscredenti, ed è facile paragonare la sua prima camminata alla più famosa camminata sulle acque.
L’iniziazione del soggetto-fotografico umano risponde ad esigenze insite nel meccanismo di lotta contro l’oblio, che ogni fotografia un po’ celebra-ingaggia; si capirà che la prime ore di un neonato vengono percepite come ancor più “esistenzialmente non riproducibili”, per cui ancor di più scatta l’obbligo di immortalarle, obbligo o norma che appartienendo ad una cultura, la cosiddetta “cultura kodak” (quella di chi scatta fotografie) , diventa clichè, routine , modalità riconosciuta e aspettata.
Uno studio condotto dall’americano M.Chalfen negli anni ’80 (non è l’unico) sostiene che gli avvenimenti più importanti che portano all’acquisto di una macchina fotografica sono la nascita di un bambino e il viaggio turistico. Avviene tutt’ora, anche se il ventaglio delle motivazioni-occasioni si è allargato. Prendo in considerazione questo studio sociologico in particolare perchè uno tra i “recenti” e a mio avviso interessanti; in effetti è solo a partire dagli anni 70′ che il coinvolgimento di ogni nuovo nato nella grande famiglia degli immortalati, del fotografabile insomma, si è solidificato sempre di più.
Si parla in particolare della cattura dell’attimo della nascita, cioè la penetrazione graduale del medium fotografia fin dentro l’interstizio primo della vita di un individuo. Questo è stato un processo graduale come ho appena detto, se in genere le prime foto di un bambino vengono scattate attraverso i vetri della nursery, o in braccio alla neomamma durante la prima visita del neonato in stanza, mano a mano che i padri sono stati sempre più coinvolti nel processo del parto e che i metodi di nascita naturali sono diventati più conosciuti (attraverso campagne di informazione, corsi pre-parto, internet etc…), sono aumentate anche le possibilità di fare foto al momento della nascita.

Già negli anni ’80, per via dei graduali processi sociali e culturali in atto in Occidente e per l’avanzare velocissimo dell’industria fotografica che da lì a breve avrebbe scoperto il continente digitale, la ripresa video-fotografica alla nascita era abbastanza accettata e diffusa; tuttavia Chalfen ci dice anche che nonostante questa diffusione, molti genitori in quel momento hanno preferito come punto d’inizio della vita in fotografia l’immagine del neonato pulito e addormentato nel lettino dell’ospedale.
“Il sangue non è, di solito,materia di fotografia”, sicuramente non è materia di fotografie familiari! Gli album di famiglia sono una strepitosa e tradizionale macchina del riconoscimento individuale e sociale, un diagramma ottico-emozionale che ci dice che siamo stati qualcosa, che abbiamo avuto un ruolo nel nostro contesto, che abbiamo una discendenza genetica ed emotiva. Insomma è la prova più naturale della nostra esistenza attiva (all’interno di un gruppo). Gli album familiari ri-costruiscono in modo idealizzato le tappe di tutta la nostra esistenza, e la norma che in generale vige, (sempre quella norma della nostra cultura fotografica occidentale) è che dalla collezione dell’album siano estromesse le fasi della vita più drammatiche, che testimonierebbero casi di defaiance personale e sociale, lutti, stati depressivi etc…le tappe che sono moltissime durante la prima infanzia e vanno poi man mano diradandosi, coincidono invece con le prime “conquiste” abbracciando con questo termine tutte le tipologie di conquista, psico-motoria, sociale, religiosa, professionale,affettiva. Il bambino è molto divertito in genere a sfogliare l’album perchè questa visione quasi esclusivamente positivistica e vincente dell’auto-rappresentazione familiare lo rassicura, acquista fiducia nel mondo.
Tornando al primo frame dell’individuo come soggetto fotografico, è curioso notare come sia il padre, qundo accade, ad avere il compito e l’esaltazione di registrare il momento fatidico, perchè sono in genere i neo-padri ad essere accanto alle neo-mamme in quel momento; curioso perchè secondo gli studi sulla famiglia, per molti decenni del Novecento sono stati prettamente i padri, in quanto capo-famiglia ad utilizzare strumentazioni fotografiche, a scattare insomma fotografie per e con la famiglia e a realizzare fattivamente quella documentazione un po’ frivola e un po’ monumentale che, con la cura e la disposizione e la conservazione all’interno dell’album, (da parte invece delle donne alle quali spettava in genere questo ruolo) diventava poi archivio, lavoro storiografico del privato.
Chalfen non solo ci dice che molte coppie non gradiscono scattare foto in quel determinato “momento”, per aspetti che riguardano anche qui l’idealizzare l’inizio fotografico di una storia, ma anche il concetto del fotografabile e del non fotografabile ( come anche e non solo il concetto di pudore ), che è in continua mutazione. In molti degli ospedali fuori New York- ci spiega C.- non è permesso che i parti divengano eventi fotografici, poichè dicono gli amministratori, ci sono troppe probabilità di avere problemi legali, e poi, affermano i dottori, le fotografie potrebbero creare disordini e distrazioni non necessarie, e la presenza della macchina fotografica potrebbe causare un’atmosfera da circo. In tempi molto più recenti, la notizia è del 2006, molte delle strutture ospedaliere più importanti della Florida, hanno vietato drasticamente l’ingresso di videocamere e fotocamere in sala parto. Il giornale Orlando Sentinel riporta queste dichiarazioni:

“Non si pretende di entrare in sala operatoria e scattare foto di un parente sottoposto ad un intervento chirurgico, per esempio”, spiega Pat DuRant, vice-primario di Ostetricia e Ginecologia al Florida Hospital di Orlando, una delle strutture protagoniste del provvedimento. “Finora avevamo consentito l’ingresso di macchinette fotografiche e videocamere solo in caso non interferissero con l’operato dello staff sanitario, ma da ora in poi i papà potranno immortalare i neonati solo dopo la nascita, naturalmente previo consenso del medico”.

“Credo sia terribile”, dice Sarah Baca, che ha partorito due anni fa un bel bambino al Florida Hospital e ne conserva una foto scattata nell’attimo del parto. “Si tratta di un momento così personale e unico della vita di una famiglia, e ce lo stanno portando via”

Le parole dell’intervistata mettono in luce quanto la cultura fotografica, consapevole o inconsapevole che sia , pervada ogni interstizio dell’esistenza della persona, più precisamente tende infinitamente verso l’interstizio, il primo attimo della vita, tanto più della vita che si vede a occhio nudo, e questo mi sembra interessante sottolinearlo, perchè la medicina già ci ha abituati da tanto ad altre immagini d’interstizi, (l’ecografia è stata introdotta a partire dagli anni ’40 del Novecento), ma si tratta pur sempre dell’infinitamente piccolo o dell’inaccessibile agli occhi. Oggi non si rinuncerebbe mai alla prima ecografia del proprio figlio in grembo innanzitutto per ragioni sanitarie e di sicurezza del feto stesso, solo in secondo piano perchè è senz’altro una esperienza emozionante. Ma mai e poi mai si rinuncerebbe a una prima foto del proprio figlio appena nato, non lo si farebbe perchè non solo è principalmente una questione strettamente emotiva (come spesso in fotografia) ma alla base perchè è un atteggiamento regolato e aspettato a livello sociale.
-“Si tratta di un momento così personale e unico della vita di una famiglia, e ce lo stanno portando via”
Sembra il registro disperato di una madre a cui venga strappato il proprio figlio, si ritorna alla natività del Bangladesh che ho citato all’inizio…la possibile prima immagine del primo vagito del neonato non basta resti impressa nella memoria, facoltà sempre meno gettonata e sempre più labile attraverso l’uso massiccio di forme tecnologiche altre da noi, la fantomatica fotografia viene considerata come valore irrinunciabile. –
Allora in questo senso la fotografia tende infinitamente all’interstizio, più che può tende a spaccare l’attimo, come una suddivisione atomica perpetua, qualcosa che ha a che fare con l’onnipotenza, ma che risulta poi essere una vera e propria illusione ottica dal punto di vista filosofico.

Se cercate su Google “fotografie in sala parto in Italia”, in prima fila spunteranno notizie relative a una diretta televisiva che in Italia poco tempo fa ha fatto discutere. Un piccolo esercito di telecamere, operatori, cavi, etc tra le corsie di un ospedale;una trovata pubblicitaria di personaggi-parvenu televisivi che però non hanno fatto niente di più di quello che già in rete si fa, cioè condividere con un pubblico massificato contenuti che si ritengono appartenere alla vita privata. Di sicuro questo è un caso limite che ha destato non poche polemiche tra le stesse gestanti del reparto ginecologia del noto ospedale romano, ospedale che ha approfittato ovviamente del tornaconto pubblicitario proprio come i neo-genitori-starlette.
Proprio Chalfen profetizzava trent’anni fa che “allo stesso modo in cui le registrazioni di operazioni chirurgiche diventano sempre più diffuse, gli ospedali cominceranno la loro produzione di registrazioni delle nascite su nastro, e i genitori potranno acquistare delle copie da vedere a casa sul proprio videoregistratore”.

Sempre dalla rete ci viene un piccolo curioso esempio di come la questione sia tutt’altro che diffusamente accettata. L’estratto da un forum del NikonClub.it:

“Mi serve un’aiuto per non sbagliare. A breve mia moglie partorirà ed io sarò con lei in sala parto… e con la mia D5100 nuova di zecca!
Vorrei un consiglio sulle impostazioni migliori da utilizzare per non rischiare di fare foto sfocate e/o mosse… insomma al meglio, visto anche la situazione movimentata che incontrerò!
Per esempio, facendo un po’ di prove, ho visto che non mi trovo bene con l’AF-A, ma preferisco l’AF-S per la messa a fuoco. Poi in sala parto ci dovrebbe essere molta luce, mi sembra almeno 2000 lux, quindi non dovrei aver problema di ISO.

Attendo info, grazie. ”

Risposte di alcuni utenti:

A
…io lascerei la reflex a casa…o nell’altra stanza.
le foto puoi farle subito dopo, ma non durante,
ti assicuro, per esperienza, che non avrai modo di fare foto.

B

ma hai già partecipato ad un evento del genere??
io l’ho fatto due volte e ti assicuro che scattare una foto in quei frangenti è l’ultima cosa che avrei voluto…
PS: hai concordato col personale medico e paramedico la possibilità di scattare in sala parto?

C
Stai scherzando vero???
Goditi il momento che è una cosa indescrivibile!
Imprimi i ricordi nella mente e, ti assicuro, che non ti lasceranno mai!
Senza contare che la moglie chiederà il divorzio subito dopo perchè, invece di tenerle la mano, tieni la reflex!!!

D
Ho già fatto lo stesso “servizio” in occasione del secondo figlio.

Treppiede con telecamera da una parte e la fidata Minolta 3Xi in mano. L’unica cosa che devi dimenticare sono le imprecazioni di tua moglie sul fatto che stai fotografando, per il resto non ci sono particolari problemi.
A me l’idea l’ha data l’ostetrica…..
Avere quelle foto irripetibili NON HA PREZZO.

E
comunque sarà bello per tua moglie sapere che dopo il corso pre parto la tua unica preoccupazione è sapere quale impostazioni dare alla tua Nikon …
credimi dopo 26 anni il solo ricordo del piedino di mio figlio che esce dal pancione di mia moglie è una immagine indelebile e soprattutto “mia”.
Pensa a tua moglie e a tuo figlio che per le foto ci sarà tanto tempo.

Naturale o chirurgica che sia, la nascita, il suo attimo, è oggi più che mai qualcosa che riguarda anche la nostra immagine, insomma con noi nasce anche il nostro essere soggetti, e non solo come individui che stanno al mondo ma anche come chi è fotografabile fin dal suo inizio.

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Riferimenti:
Richard M. Chalfen, Sorrida Prego! La costruzione visuale della vita quotidiana, FrancoAngeli,1997

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