RIVISTE

MICRO APPUNTI SU PUZZA, DISTRUZIONE E SENTIMENTO della fotografia

ph: Miroslav Tichy

di: Gioia Perrone

Un articolo apparso su WWW.ARTAPARTOFCULTURE.NET  il 29 gennaio 2013

qui:

http://www.artapartofculture.net/2013/01/29/micro-appunti-su-puzza-distruzione-e-sentimento-della-fotografia/

1. Spazzatura

L’unico fattore che oggi ci impedisce di avvertire realmente l’esistenza esorbitante di materiale fotografico nelle nostre vite private e pubbliche, non è (o non è soltanto) l’intangibilità delle nuove (nemmeno tanto più nuove) produzioni fotografiche: miriadi di immagini senza corpo e materia, che fluttuano nella rete moltiplicandosi in cifre da capogiro quotidianamente, incontrollabili figlie della tecnologia digitale che insieme alle immagini genera nuove modalità di produzione, fruizione, ibridazione con altre tecnologie.

Questo fattore ha principalmente a che vedere con qualcosa che la fotografia da sempre non ha:

uno specifico suono
uno specifico odore

sul secondo c’è subito da specificare che, sempre di più l’odore delle sostanze chimiche utilizzate in fotografia si è affievolito nel tempo, fino a scomparire del tutto con il digitale. Per cui l’assenza totale di odore si riferisce essenzialmente alle immagini digitali, immagini principalmente coinvolte in questo processo di subissamento iconico contemporaneo, sostenuto da nuove pratiche di fruizione e condivisione delle stesse.

Sul suono, è chiarissimo, anzi , squisitamente oscuro che la fotografia abbia sempre avuto a che fare con il silenzio!

Mi vengono davanti certe immagini di grandi cumuli di spazzatura, drammatiche discariche senza possibilità di smaltimento, cassonetti in fiamme, strade di belle città traboccanti di sacchetti di materia in decomposizione, bucce di verdura miste a pile scariche, pannolini usati, confezioni vuote di detersivi. La questione primaria che caratterizza i rifiuti è l’odore forte e nauseabondo che hanno tutte quelle cose che più non hanno vita o che si mescolano ad altre che hanno di per se una forte connotazione odorosa. Senza ancora vedere una discarica a cielo aperto o un cassonetto ricolmo di vecchio pattume riusciremo senz’altro a identificarne la presenza, riconoscerla al volo. La puzza, prima ancora dell’igiene,della consapevolezza ecologica e la logica del corretto smaltimento, ha guidato l’uomo moderno ad allontanare da sé i propri rifiuti.

In un contesto interessante, in cui da più parti si parla di ecologia delle immagini e di sovrappopolamento dei percorsi quotidiani dello sguardo, soprattutto nei nuovi percorsi dello sguardo umano, quelli del web, mi pare opportuno ricordare la natura inodore oltre che silente (un traffico ingolfato di fotografie non può produrre l’inquinamento acustico di una qualsiasi strada cittadina brulicante di automezzi) di questi nuovirifiuti, quelli che l’attuale civiltà delle immagini (o inciviltà, come saggiamente scrive il giornalista Michele Smargiassi) sta man mano avvertendo come tali, ma stenta, anzi entra propriamente in defaillance nel riconoscere concretamente e realmente le nuove dinamiche, e soprattutto a dare risposte più ecologiche.

E se le fotografie dopo un certo numero di anni prendessero a puzzare? Cosa accadrebbe nel comportamento dei fotografanti? E dove ficcheremmo queste immagini odorose e decomposte? ( Non vorrei esagerare con l’immaginazione a pensare ad un inesorabile invecchiamento mortifero dei personaggi delle nostre fotografie!). La questione è immaginare invece gli oggetti fotografici, corporei ed incorporei come materia odorosa e decomponibile. Sì che allora forse si inizierebbe perlomeno a pensare (nel panico generale) ad azioni economiche ed ecologiche sostenibili per quello che è il processo di mummificazione meno costoso e più fascinosamente ambiguo messo a punto dall’uomo.

2. Distruzione

Il dono più strano e inquietante che M. abbia mai ricevuto fu un sacco nero, quelli della spazzatura per intenderci, quelli che nell’immaginario collettivo del macabro usano gli assassini per nascondere il corpo della vittima. E in effetti di dono non si trattava, era una sorpresa meschina semmai, un fatto violento da fine di una storia d’amore; lui per vendetta aveva strappato in molti pezzetti tutte le foto ricordo di anni di vita insieme, ritratti, viaggi, momenti speciali, aveva fatto fuori tutto, ammazzato nel modo più atroce tutti i doppi di M. e di lui, tutti i corpi ed i sorrisi di loro insieme, in posa, o presi alla sprovvista, spezzettato accuratamente ogni volto, lasciato braccia pendule senza più corpo, stravolto paesaggi familiari, i posti da cui erano passati o dove si erano innamorati, triturato insomma quei poveri due, congelati così, innocentemente, in un’epoca lontana in cui sembravano essere felici.

Quale beffarda devastazione gli occhi di M. dovettero attestare mentre notava la cura e la violenza con cui lui aveva consumato la sua vendetta, distrutto ogni traccia, ogni prova di quell’amore che era finito, verso il quale era arrabbiato. Nulla più doveva attestare che quei due erano esistiti, niente doveva testimoniarlo, e anche quei piccoli testimoni delle foto, quei due lì così sorridenti dovevano essere fatti fuori evidentemente. Poveri quei due, poveri corpi di carta e scogliere e mari cristallini, povere le loro mani divelte dai corpi, mani che si stringevano insieme le une alle altre, quei due ora, che poi erano molti di più, perché si sa che due innamorati si scattano molte e molte fotografie, erano un mucchio di colori e pezzi di corpo tutto mischiato e anche un po’ puzzolente, di cose chimiche, di carta fotografica macinata. Gli occhi di M. lacrimavano, la fine di un amore è difficile, ma anche quei due a vederli così straziati facevano un certo effetto. E loro nelle fotografie,che c’entravano scusa?, si chiedeva M. Se lo chiese per molto tempo, tentando in un estremo sentimento di pietà di ricucire qualcuna di quelle fotografie, recuperare i pezzi buoni, quelli che riusciva a riconoscere, i frammenti del discorso amoroso. Ma a poco serviva. Quando un regime cade cadono pure le sue icone. Oppure qualcuno prende a costruire un monumento di distruzione, fa un monumento con le macerie di vecchi monumenti.

Quando l’artista tedesco a Cinisello Balsamo ascoltò dal pubblico quella domanda riguardo al suo lavoro di raccoglitore e rimediatore di fotografie anonime, non esitò a rispondere che quando raccolse e collezionò negli anni ’80 quel cospicuo gruppo di fotografie anonime che la gente buttava via, ritrovate in strada, nei cassonetti, nei mercatini dei luoghi che visitava per l’Europa, ciò che lo colpiva maggiormente e lo faceva riflettere era l’energia con cui la gente distruggeva le proprie foto, l’energia che ci metteva per disfarsene.

su: Joachim Shmid

E come non capirlo, pensò M. Immediatamente. Un corpo è un corpo anche se non è di carne, e ogni faccia ha un nome, anche quando non c’è scritto da nessuna parte.

Forse è per questo, si disse M. che poi mi sono presa cura delle foto degli altri, che poi mi è venuta voglia di assegnare una storia alle foto che trovavo, che poi mi è venuto il bisogno di ascoltare le storie di quelli che mi portavano una loro fotoricordo di qualcosa, di qualsiasi cosa. Quel sacco nero era troppo pesante, pensò M. E sorrise all’artista tedesco che non scattava mai una fotografia.

3. Il tornado

Chissà se l’artista tedesco conosce questa storia, pensa M. Chissà se ha raccolto fotografie di tornado, se ha raccolto fotografie che dai tornado sono sopravvissute…

Questa storia è per chi sopravvive a qualcosa.

Aprile 2011 NEW YORK / Si è nuovamente aggravato il bilancio delle vittime per l’impressionante serie di tornado che hanno devastato nelle ultime ore gli Stati Uniti. Gravissimi danni e oltre 80 morti: La regione più colpita è l’Alabama. Solo qui hanno perso la vita 58 persone. Devastazione anche in Arkansas, Kentucky, Mississippi, Missouri, Tennessee, Oklahoma. Almeno 130 i tornado che si sono abbattuti.

C’è sempre qualcosa di estremamente attraente e ripugnante insieme nelle fotografie di altri tempi, di altri uomini, di voci altrui, di storie e facce che non ci appartengono.

Perché queste storie, non ci appartengono! Eppure prende una speciale pietà, un pathos che fa raccogliere ciò che rimane dalla battaglia, dall’assenza, dalle macerie. Ciò che ancora si ostina a parlare. Così sempre si è preso, dai taschini dei soldati caduti, come bottini di anima, dalle case dei terremotati e disastrati di ogni latitudine; naturale o metaforica che sia la guerra in cui ci arruoliamo è sempre quella contro la disgregazione.

Un pasto smangiucchiato da indecifrabile carnefice. (anche se concreto, non siamo mai pronti ad riconoscere il carnefice, sospesi come siamo tra inaccettazione della morte e stupori da riproducibilità tecnica) Queste stampe rovinate, incollate alla menopeggio, rinvenute con le tracce della vita che portano con se, e quelle del loro essere mezzo fotografico, e quelle in ultimo strato, del disastro, ci feriscono come su una seconda pelle, quella della nostra cultura visiva, intrisa volenti o nolenti di meccanismi complessi e inquietanti di memoria e identità. Una malinconia “umanoide” ci pervade, perchè la fotografia ritrovata riesce a farci sentire astronauti persi, per qualche attimo, nel silenzioso viaggio di visioni boreali che è l’esistenza.

Queste foto che labilmente ancora raccontano qualcosa, che balbettano laddove rovinate per sempre e sparigliate in una cronologia inconsueta e schizofrenica, sono state ri-fotografate, scannerizzate e poi messe in rete e condivise attraverso facebook, nel tentativo di restituirle ai legittimi proprietari, come una vera e propria operazione chirurgica, un tentativo memo-socialnetwork di sutura ed elaborazione del lutto.

Caspita quante parole per delle immagini un po’ messe male, per un attimo rimugina M. Poi si ravvede, cambia idea all’istante. Ma che diavolo dico! Le parole si, il fatto è questo, sono le parole che mancano alle fotografie, uno le vorrebbe sentire queste parole, tutti lì a dire che una foto ne vale almeno mille, ma non ci sono ecco la verità! E’ possibile che qualcosa ci guardi senza dire una parola? Eppure una fotografia è così, pure quelle spennacchiate, quelle triturate e sbiadite, pure quelle dei paesaggi e delle industrie con le ciminiere e tutto il resto, ci guardano si, e non parlano mai.

4. Sentimentalismi

Mettetele insieme cinquecento, mille, centomila fotografie, di quelle della gente, del matrimonio, di quelle delle gite o dei compleanni, e poi anche dei grandi fotografi , oppure quelle di moda e della pubblicità che raccontano i desideri, mettetele insieme da tutte le latitudini, raccoglietele in un unico posto. Lo so che non ce n’è il bisogno, tutte queste fotografie sono già intorno a noi, ovunque, c’è sempre un’immagine dietro ad ogni passo reale o virtuale, siamo invasi, si, lo so. Ma provate a raccoglierle insieme, immaginatevi un grande tappeto fatto di tutte queste fotografie, immaginate di guardarle come fosse una mostra di fotografie. Vi accorgerete di quante cose in comune hanno queste fotografie da tutte le latitudini possibili, vi accorgerete delle smorfie, delle pose, di certi sguardi, dei luoghi dove la gente fotografa e si fa fotografare, vi accorgerete dei colori che tornano, dei segni mescolati della moda, dei cibi e delle scarpe che come in un coro polifonico si richiamano, vi accorgerete della storia che hanno in comune e della genetica e della presenza di attori protagonisti e di semplici comparse, come nei film. E poi viaggi con dietro le proprie torri e le proprie piramidi, perchè i viaggi hanno sempre dietro qualche torre, qualche piramide, qualcosa di grosso che spicca appena dietro chi sorride. E i sorrisi, il modo in cui tutti si abbracciano. E’ la civiltà. Con un sospiro di sollievo e con amarezza, tutto insieme, è la civiltà. Vi accorgerete di guardare l’unica traccia tangibile della moderna civiltà, più capibile, più semplice, più chiara che ne so di cose tipo, l’inquinamento o il cancro.

L’unico modo ancora possibile di sentire il senso dell’appartenenza.

E’ un vecchio discorso si, ci si è già affidati spesso alla fotografia per chiarificare a noi stessi questo sentimento. Per esempio vi ricordate quel giorno del 1955 tutta quella folla all’ingresso del MOMA di New York? Erano tutti lì, critica, stampa, curiosi, molti dei 273 fotografi provenienti da una sessantina di nazioni che erano stati interpellati da Edward Steichen per immortalare l’uomo di ogni latitudine, come fosse un enorme e variegato album di famiglia. The Family of Man si chiamava questo progetto che se solo Steichen avesse avuto a disposizione internet sarebbe stato perlomeno più snello e veloce da organizzare. Chissà quanto avrà sudato invece, a scrivere lettere e proposte ai fotografi sparsi per il mondo e poi a scegliere solo 503 dalle migliaia di immagini pervenute tramite posta, pacchi, sacchi (ancora) di fotografie visionate con la doverosa attenzione. Eppure nonostante fossero altri tempi si calcola che il museo accolse complessivamente ben dieci milioni di visitatori. La più famosa e sentimentale mostra mai organizzata fino ad allora. Cosa vedevamo fluttuando tra quei volti?

Cosa, già nella concezione del curatore, si voleva trasmettere con quell’operazione? Un brivido di identificazione. L’umanità è una, gli esseri umani, nonostante difetti e cattiverie, sono creature attraenti(Susan Sontag), così potenzialmente ogni avventore poteva identificarsi in ognuno di quegli uomini, così diversi eppure così simili, in quanto uomini, tutti appartenenti e cittadini della Fotografia mondiale. Questo avveniva poco dopo la grande Guerra, quel macinino planetario di identità, quello spazzabudella e trasfusore folle di sangue che fu la grande Guerra. Dunque un bisogno irrefrenabile di accertarsi d’essere appartenenti all’umanità, ancora, nonostante la cacciata dall’Eden.

Fotografare è sempre stato un ottimo strumento per noi ossessivi dell’identità, catalogare, collezionare, infine così provare a dare un controllo. Infondo a guardarsi ogni giorno allo specchio, giorno dopo giorno è un po’ la stessa cosa.

E non si creda che una scatola di scarpe, un fustino per la lavatrice, o la gamma di torte nuziali esistenti al mondo non abbiano dalla loro il fatto di avercela una identità, o una storia. Ci prende una tenerezza che non si sa davvero da dove viene, a guardare le immagini della civiltà, una tenerezza senza suono , una indefinibile specie di tenerezza per l’uomo che è immerso nella civiltà che ha creato, nella traccia di quello che è stato e che è, nel cumulo indiscriminato di macerie e brandelli, nella spazzatura in cui vive e in cui sempre si specchia.

NB: L’artista tedesco citato nel testo è Joachim Shmid, la cui opera è protagonista di una importante mostra ospitata dal Museo Fotografia Contemporanea di Cinisello Balsamo, fino al 5 maggio 2013 e curata da Roberta Valtorta. L’intero testo vuole essere un personale commento all’incontro pubblico al Goethe-Institut Mailand, che ha visto la conversazione tra lo stessoJoachim Schmid, Simone Menegoi e Franco Vaccari.

Per ulteriori approfondimenti: http://www.mufoco.org/

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